Agosto 2007
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Senza vestirmi, mi sedetti al tavolo aprendo il portatile. Lo schermo si illuminò sul panorama di un ghiacciaio d’alta montagna.
Fu la sola cosa che riuscii a fare, stremato com’ero dal pomeriggio di fuoco. Le idee erano svanite, i miei pensieri erano fissi su quel culetto tondo e sulle labbra rosse di Eli.
Feci una doccia tiepida e mi vestii senza fretta. Mangiai qualcosa servendomi direttamente dal frigorifero e poi sedetti in poltrona. In pochi minuti mi addormentai senza nemmeno accorgermene.
Al mio risveglio, la stanza era piombata nel buio. Mi alzai, accesi la luce e detti uno sguardo alla radiosveglia sul comodino. Le dieci. Non avevo voglia di lavorare, tantomeno di andare a dormire nel mio letto.
Pensai a Eli, che sicuramente mi aspettava alla festa. “Ma si.. vado a vedere. Magari c’è da divertirsi.”
Uscii dirigendomi verso l’indirizzo che mi aveva lasciato.
Una grande casa bianca, circondata da alte siepi ed un giardino perfettamente curato erano la mia destinazione. Suonai al cancello e si accese la luce del videocitofono.
“Ciao, Martino!” disse una voce nel frastuono di altre cento voci.
La serratura elettrica scattò e mi trovai nel parco della villa. Salii a piedi verso la luce che vedevo in cima ad una collina sulla quale era adagiata la grande casa. Guidato dalle voci, girai intorno al palazzo e mi trovai in mezzo a decine di ragazzi e ragazze, tutti in costume da bagno, che correvano intorno ad una piscina dall’acqua azzurra. Qualcuno si tuffava, altri ne uscivano gocciolanti.
La brunetta padrona di casa mi venne incontro, con un sorriso scintillante. Indossava un bikini minuscolo bianco, quasi trasparente.
“Benvenuto! Sono contenta che tu sia venuto!” mi allungò la mano e la strinsi per salutarla. Approfittò della stretta per avvicinarsi a me e baciarmi sulle guance.
“Sono un po’ in ritardo, ma … mi sono addormentato!”
“Eli mi ha raccontato… “
“Spero non tutto…”
“Tutto, tutto!” disse con un sorrisetto malizioso.
“E’ qui anche lei?”
“Si… purtroppo” sospirò con una smorfia.
“Martyyyy!” gridò Eli dall’altro capo della piscina.
In pochi balzi mi fu accanto e mi abbracciò baciandomi sulla bocca.
“Sei venuto! Bravo, ci speravo, sai?”
“Non ho combinato niente. Mi hai succhiato anche tutte le idee! Ridammele subito!” le intimai, incollando le mie labbra alle sue.
“Vi lascio soli. Vieni poi al buffet. C’è da mangiare finché ne vuoi.” Disse Marina allontanandosi. Mi accorsi che, dopo essere scivolata alle spalle di Eli, la ragazza mi lanciò uno sguardo assassino, mandandomi un bacio.
“Lasciala perdere, quella lì. E’ una mangiauomini.” Disse Eli lapidaria.
“Ho già la mia mangiauomini, io!” risposi ridendo.
Andammo al buffet dove presi un panino e mi versai una bibita. Eli era sempre al mio fianco e si strigeva a me.
“Vieni a fare il bagno?” mi chiese quando finii di mangiare.
“Non ho il costume”
“Pensi che sia un problema? Puoi fare il bagno senza costume, o puoi prenderne uno da quel cassone.”
“Meglio che non dia scandalo. Ne prendo uno. Vuoi sceglierlo tu?”
“Vieni, dai.” Mi accompagnò al contenitore dove c’erano decine di costumi di tutti i colori e fogge.
“Metti questo.. è piccolo.. mi eccita la fantasia!” disse Eli con tono furbetto.
“Dove vado?”
“Vieni. Qui c’è una stanzetta. Intanto spogliati e mettilo. Io ti aspetto in piscina.” Disse Eli allontanandosi.
Entrai nel piccolo locale e tirai una tendina che mi riparava dagli sguardi. Mi slacciai la camicia e la appesi sull’unico attaccapanni rimasto libero. Poi calai i pantaloni restando completamente nudo. Sentivo uno sguardo su di me, ma non sapevo da dove provenisse.
“Scusa, pensavo non ci fosse nessuno” flautò Marina, che si era appiattita sul muro accanto alla tenda.
“Non mi ero accorto che fossi qui.” Risposi senza coprirmi.
Gli occhi della ragazza erano puntati sul mio sesso e non si decideva ad andarsene.
“Ehm.. io mi sto cambiando!” protestai debolmente.
“Bene. Pensi che non abbia mai visto un uomo nudo?”
“Penso di si.”
“Ma non come te”
“Cosa ho di strano?”
“Quello è strano” disse puntando il dito verso il mio uccello.
“E’ circonciso. Te ne ha parlato Eli?”
“Si.. ero curiosa di vederlo.”
“Curiosità soddisfatta. Adesso, se non ti spiace..”
“Vado, vado!” sbuffò Marina, scivolando lungo il muro fino alla tenda.
“Cosa stai facendo qui?” sentii Eli che alzava la voce con la brunetta.
“Sono entrata per sbaglio” rispose la ragazza.
“Sbaglio? Ma che strano!”
“Lo sai che è bellissimo il suo pisello?”
“Non sono affari tuoi! Quello è mio!” protestò vivacemente Eli.
“Io sono mio!” sentenziai dal mio rifugio.
Indossai il mini costume, molto preoccupato perché non riusciva a contenere tutti i miei attributi, poi uscii allo scoperto e mi diressi verso Eli che mi aspettava.
“Che stronza! Se la lascio fare, prima di sera quella con te ci prova!”
“Bisogna vedere se io ci sto!” la tranquillizzai.
Mi tuffai nell’acqua tiepida della piscina, seguito da Eli che nuotava velocemente dietro di me.
Nuotai verso un gruppo di ragazzi che conversava ai bordi della vasca e poi mi allontanai con quattro bracciate vigorose. Eli in pochi istanti mi raggiunse e mi abbracciò nell’acqua alta.
“Ho voglia di te!” mi sussurrò in un orecchio.
“Qui? Davanti a tutti?”
“Perché no? Lo fanno tutti!”
“Ma dai.. sono ragazzini!”
“Qualcuno è più grande!”
Sentii le mani di Eli che raggiungevano il mio cazzo e cominciavano a strofinare la stoffa che lo conteneva a fatica.
Mi strinse a sé e mi baciò con passione.
Poco lontano, vidi Marina che ci guardava sorridendo. Era posizionata ancora una volta alle spalle di Eli, e il suo atteggiamento era decisamente provocatorio.
Il suo costume bianco era diventato completamente trasparente, e nell’acqua azzurra potevo vedere i capezzoli scuri tirare la stoffa del piccolo reggiseno del costume.
Non contenta, si appoggiò al bordo della piscina e fece scivolare una mano sul corpo, fino a raggiungere lo slip del costume. Mi voltai, continuando a baciare Eli che nel frattempo era riuscita a far liberare il mio uccello dalla stoffa ed ora mi stava dolcemente masturbando.
Con la coda dell’occhio vidi Marina che si immergeva e nuotava sott’acqua fin quasi a toccarci. Eli non si era accorta di nulla, ma la brunetta era a pochi centimetri dalla sua mano che scivolava sul mio cazzo ormai in erezione.
Mi girai nuovamente, per evitare l’incontro, mettendo Eli in condizioni di vedere la sua amica, ma lei non se ne accorse. Aveva gli occhi chiusi e continuava il suo lavoro con molta dedizione.
Nel frattempo Marina era uscita dall’acqua. Il suo corpo morbido e bellissimo si muoveva con grazia e sicuramente con l’intenzione di attirare la mia attenzione. La brunetta si fiondò nel gruppo dei maschi e ne prese uno per mano. Si voltò verso di me e con uno sguardo provocatorio, si avvicinò al ragazzo e lo baciò senza esitare. Si incollò a lui, con la bocca avida di baci e le mani che accarezzavano tutto il corpo.
Eli mi lavorava sott’acqua e la mia reazione era ancora tiepida, sia perché ero distratto dal movimento di Marina, che faceva di tutto per provocarmi, ma anche per la temperatura che certo non favoriva un’erezione con i fiocchi.
La brunetta spinse il suo amico in acqua e lo seguì provocando alti spruzzi.
“Ehi…attenti!” disse Eli, staccandosi per un istante dalla mia bocca.
Marina raggiunse il maschietto al bordo della piscina e si avvicinò a noi. Lo inchiodò con le spalle alle piastrelle azzurre e si mise a cavalcioni del suo corpo, baciandolo profondamente. Ogni tanto voltava la testa verso di me, sorridendo.
Vidi distintamente che abbassava il costume del ragazzo che, sorpreso, lasciava fare chiudendo gli occhi. Nell’acqua potevo vedere il cazzetto del biondino che sotto le mani indaffarate di Marina prendeva vigore. Lei si muoveva, carezzava, tirava…tutto guardandomi negli occhi.
Sentivo che l’erezione diventava più vigorosa. Eli stringeva, strofinava, poi si faceva carezzare tra le gambe dal mio arnese che soffriva al contatto con la ruvida stoffa del costume.
Marina intanto aveva iniziato il lento lavorio, ma non contenta del risultato, si era immersa e dal pelo dell’acqua potevo vederla mentre in apnea baciava il piccolo cazzo diventato rigido.
Emerse con un profondo respiro guardandomi ancora. Mi strizzò l’occhio. Il ragazzo, con la bocca aperta, si era goduto quel veloce contatto ed ormai voleva andare avanti. Prese Marina, la strinse a sé ma lei si divincolò. Il biondo fu rapido nell’agguantare lo slip della ragazza, facendolo scivolare per qualche centimetro. Questo fu sufficiente per farmi contemplare il culo tondo e magnifico di Marina che invece di coprirsi, si voltò verso di me mostrandomi anche la folta peluria che nascondeva il suo nido del piacere.
Eli era soddisfatta della mia erezione ed aveva scostato il costume per sentire il contatto del glande sulle labbra della vagina.
Marina si ricompose, sempre guardandomi negli occhi. Il ragazzo, ora con gli occhi spalancati ed il cazzetto in tiro, cercava di attirarla a sé, ma lei fu veloce e guizzò velocemente verso di noi. Per evitare uno scontro tra le ragazze, mi staccai da Eli e cercai di nuotare lontano, per tentare di far rientrare tutta l’artiglieria nel minuscolo slip, maledicendo dentro di me la decisione di aver accettato un costume così piccolo.
Emersi dall’acqua dalla parte opposta della piscina, dove non c’erano i ragazzi. Salii la scaletta e mi sedetti sul bordo. Eli mi raggiunse e mi prese per mano.
“Cosa ti succede?”
“Mi imbarazza un po’”
“Strano, avrei detto che sei un tipo da orge!”
“Orge, magari…ma con tutti gli altri nelle stesse condizioni. Io sono il solo con il pisello al vento!”
“Aspetta e vedrai. Tra poco anche qualcun altro si apparterà. Non saremo i soli.”
“Bevi qualcosa? Io prenderei due dita di qualcosa di alcolico. Tanto per scaldarmi.”
“Hai freddo?”
“Beh.. sono tutto bagnato!”
“Vieni, ti asciugo.”
Mi prese per mano e mi condusse in un locale che si trovava dietro la casa. Era una stanza ampia, con due letti grandi ed una porta-finestra che si apriva sul lato del giardino. Prese un accappatoio da una pila di asciugamani appoggiati su di una mensola di marmo ed iniziò a strofinarmi.
“Questo , però, bisogna toglierlo!” Disse sfilando il costume e lasciandomi completamente nudo.
La stanza era in penombra e nessuno passava dal giardino accanto. C’era una porta che dava all’interno e diedi un’occhiata. Era una stanza molto simile alla nostra, debolmente illuminata dalla luce che proveniva dal giardino.
Mi lasciai guidare dalle mani di Eli, che si erano fatte audaci.
“Aspetta.. ti asciugo anch’io!” proposi prendendo un altro accappatoio dalla pila.
“Grazie, adesso ho freddo.”
Slacciai la parte sopra del costume colorato di Eli, mettendo alla luce le sue dolci tettine. Poi sfilai velocemente lo slip, chinandomi per baciare la morbida peluria tra le sue gambe.
“Ciao, triangolino! Mi sei mancato, nel pomeriggio!” dissi continuando a baciarla.
“Vieni, amore. Distendiamoci sul letto.” Propose la ragazza, prendendomi per mano.
Dalla mia posizione potevo vedere la porta sul giardino e alla mia sinistra la porta di comunicazione con l’altra stanza.
Eli non si fece attendere. Appena distesa sul letto, iniziò la sua perlustrazione del mio corpo con le labbra. In pochi salti fu sul cazzo che aveva già assunto proporzioni di tutto rispetto.
“Eccolo, il mio idolo.” Sussurrò cominciando a leccarlo.
Mi distesi per godermi il tenero approccio, e con le mani accarezzavo la testa di Eli che si tuffava tra le mie gambe, succhiando, leccando e baciando l’asta.
Ero in estasi. Eli era in adorazione e lavorava con la lingua in modo splendido.
Fu in quel momento che sentii un rumore provenire dalla stanza accanto. Mi voltai, pronto a coprirmi, quando vidi Marina che – ferma sulla soglia – guardava le evoluzioni di Eli ed approvava con lo sguardo.
Il volto della brunetta era debolmente illuminato dalla luce del giardino, ma il suo costume trasparente mostrava senza ombra di dubbio il suo contenuto eccitante.
Decisi di godermi il momento, senza preoccuparmi della presenza di Marina. Eli mi succhiava la cappella, poi con la lingua girava intorno all’anello sensibile e scendeva fino allo scroto. Le sue mani mi accarezzavano finché un dito birichino, insalivato a dovere, scese tra le mie chiappe e andò ad assaggiare il mio buchino.
Marina si era appoggiata allo stipite della porta, e protendeva il bacino verso di noi, mostrando il pelo scuro che lo slip non riusciva a nascondere. Le sue mani ora accarezzavano il seno, ora scendevano sulla pancia in un massaggio che doveva essere molto eccitante.
“Tesoro.. vieni sopra di me. Voglio assaggiare il tuo sapore” dissi a Eli che si staccò. Marina guizzò fuori dalla vista mentre la ragazza si poneva a gambe aperte sul mio viso, riprendendo il suo lavoro con la bocca.
Io sentivo gli umori di Eli scendere lungo le gambe ed iniziai a leccarli, gustando il suo sapore asprigno ed inconfondibile. Quando risalendo lentamente le cosce incontrai le tenere labbra della sua figa, Eli ebbe un sussulto. Leccai il clitoride che puntava dritto la mia lingua e cominciai a succhiarlo dolcemente.
Non potevo vedere la porta, ma immaginai che Marina fosse tornata alla sua posizione per guardare il nostro amplesso. Mi eccitava l’idea di essere guardato mentre succhiavo il clitoride della mia giovane amante.
Fu Eli a spostarsi di lato, lasciandomi libero di vedere. Avevo immaginato la situazione giusta. Marina era ormai appoggiata al muro, molto vicina a noi e con la mano sinistra si massaggiava un grosso seno, mentre con l’altra mano infilata nello slip si stava accarezzando l’interno delle cosce. Con gli occhi ormai abituati all’oscurità, non faticavo a distinguere le forme della brunetta, che rischiava di farsi vedere anche da Eli, senza però preoccuparsene.
Vedevo la mano andare su e giù nello slip ed un piccolo promontorio formato dalle dita piegate, insinuarsi nel suo corpo.
Sentivo l’orgasmo avvicinarsi, e se ne accorse anche Eli che smise di succhiare.
“Prendimi, amore. Voglio sentirti dentro di me” mi implorò girandosi sul lettone fino ad incollare le sue labbra alle mie.
Salii sul suo corpo caldo e lei aperse le gambe per permettermi di penetrarla. La baciai lungamente mentre con la punta del cazzo, aiutato da una mano, pennellavo le sue grandi labbra fradice di umore.
“Entra, scopami, ti prego!” chiese ancora Eli che ansimava dal godimento.
Marina si era sfilato lo slip ed ora la vedevo chiaramente mentre con la mano si accarezzava il pelo mentre un dito scivolava nella fessura tra le gambe.
Iniziai una lenta penetrazione. Il cazzo si faceva spazio nel caldo nido di Eli e procedeva lentamente fino a toccare il fondo. Poi mi ritraevo e ricominciavo sempre più piano. Erano centimetri sofferti, goduti in modo enorme. Sentivo le pieghe della vagina aprirsi e poi abbracciare il mio bastone, risucchiandolo all’interno del corpo di Eli.
Marina era orma senza freni. Il dito entrava e usciva velocemente, mentre con l’altra mano si torturava il seno. I capezzoli erano diventati dei piccoli falli che riuscivo a vedere in modo nitido in controluce.
“Scopi come un dio, Marty. Mi fai morire!” mi sussurrava Eli in un orecchio, approfittando per insinuare la lingua morbida nel mio padiglione.
Uscii dal suo caldo abbraccio e voltai la mia amante supina.
“Cosa vuoi farmi?” mi chiese
“Niente che non voglia anche tu!” le risposi, adagiandomi sopra di lei.
Marina era sparita e nell’aria era rimasto l’odore dolciastro dei suoi umori.
Strinsi le gambe di Eli ed insinuai il mio bastone tra le sue cosce, fino a raggiungere nuovamente il suo sesso gocciolante. Entrai in lei ancora lentamente e progressivamente aumentai la danza. Mi faceva impazzire sentire il suo culetto morbido che sbatteva sulle mie palle ad ogni affondo, e immaginavo il momento in cui avrei violato anche la sua porticina ancora serrata.
Continuavo a scopare con maggior impeto finché non sentii che Eli stava cominciando ad irrigidirsi. Fu questione di un attimo e sentii che partiva anche il mio orgasmo. Tentai di uscire, ma Eli mi tenne stretto dentro di sé:
“Nooo, non uscire, ti prego… fammi sentire il tuo seme caldo… godi dentro di me..”
“Tesoro..è troppo rischioso!”
“Ho fatto il calcolo…” disse ansimando forte. “Sono lontana dal periodo fecondo..ti prego, vieni, spruzza, sborra!!”
Quelle parole mi diedero la frustata finale e non potei più trattenermi. I suoi sussulti si unirono ai miei in un orgasmo che ci travolse. Eli saltava, rantolava, mi stringeva dentro di sé, mentre il cazzo esplodeva in un orgasmo lunghissimo.
Da lontano sentimmo delle voci che chiamavano.
“Ragazzi.. è ora di andare! Tra poco torna mio padre, e dobbiamo lasciare tutto in ordine!”
Era Marina, che chiamava tutti gli invitati per concludere la festa.
Ci alzammo, ancora sconvolti. Eli mi strinse a sé e mi baciò lungamente. Mi prese per i fianchi e si tuffò nuovamente sul letto.
“Ancora, dai..ancora! Mettimelo dentro di nuovo! Sto per venire…”
Prese il mio uccello e con una mossa decisa, se lo infilò tutto fino in fondo.
“Non sono mica Superman!” obiettai mentre Eli saltava sul letto in preda ad un nuovo orgasmo.
“Mi fai venire in continuazione…mi fai morire!”
In quel momento, si spalancò la porta finestra e la luce esplose nella camera. Ero ancora dentro di lei, quando Marina entrò nella stanza.
“Ragazzi.. scusate, ma devo mandarvi via.” Disse guardando i nostri sessi ancora uniti nell’amplesso.
“Ma dai.. un po’ di privacy!” si lamentò Eli.
“Sta arrivando mio padre.. e a quanto pare, avete già finito!” disse Marina avvicinandosi ancora di più.
Mi diede una carezza sul sedere, e con un dito birichino si fece largo nel solco, trovando subito il mio buchino.
“Ehi!” obiettai stringendo le chiappe.
“Hehe.. sporcaccioni!” disse Marina allontanandosi, ma senza staccare gli occhi dai nostri sessi che si stavano separando.
“Ueila..!” disse indicando il mio cazzo che ancora grondava in posizione eretta.
“Smettila, stronza!” la apostrofò Eli.
“Ma che male ti faccio, se lo guardo?”
Recuperai il mio mini costume ed uscii dalla porta finestra. Di corsa entrai nel camerino dove c’erano altri due ragazzi nudi che stavano vestendosi.
“Ciao!” disse il primo.
“Sera!” brontolò l’altro che evidentemente non gradiva la mia compagnia.
“Scusate, prendo la mia roba in fretta.” Agguantai pantaloni e camicia e mi spostai sul fondo della stanzetta per indossarli.
Eli nel frattempo era andata al piano di sopra per recuperare le sue cose nella stanza spogliatoio delle ragazze.
Poco dopo, ci trovammo tutti al bordo della piscina. Salutammo Marina e la ringraziammo.
“Ti è piaciuta la serata?” mi chiese con uno sguardo d’intesa.
“Molto interessante!” risposi con chiara allusione alla sua esibizione.
Eli non capì, e mi prese per mano.
“E’ un po’ tardi. Devo proprio rientrare. Mi dispiace!” mi disse la ragazza mentre ci baciavamo davanti alla mia casa.
“Ed io devo lavorare, almeno ci provo!”
“A domani, amore mio. Un’altra giornata di fuoco?”
“Non vedo l’ora che sia domani” le risposi allontanandomi.
“Se vuoi una sveglia con i fiocchi, non chiudere la porta a chiave!” mi disse da lontano.
Mentre varcavo la soglia di casa, la vidi in lontananza mentre alzava una mano in segno di saluto.
Non chiusi. Mi limitai a spogliarmi ed a tuffarmi sul letto, nudo.
In pochi istanti mi addormentai.
Sognai le mani morbide di Eli che mi accarezzavano, le sue labbra che succhiavano, la sua fighetta gocciolante che mi accoglieva. Sentivo le sue carezze, il calore delle labbra… mi svegliai.
Qualcosa di strano stava accadendo accanto a me. Sentivo una presenza, anche se non riuscivo a vedere nessuno. Mi alzai sui gomiti e mi guardai intorno. Accesi la luce del comodino e balzai in piedi. Accanto al mio letto c’era Marina. Indossava una lunga tunica bianca, aperta sul davanti. Mi sorrideva e mi guardava con occhi pieni di desiderio.
“Marina! Ma cosa ci fai qui?”
“Sono venuta a trovarti, come vedi.”
“Ma tuo padre? Non doveva rientrare a momenti?”
“Mio padre è in Messico! Era una scusa per farvi smettere.”
“Ma sei pazza? Come ti è saltato in mente di entrare in casa mia…”
Non mi lasciò finire la frase. Mi cinse con le braccia ed incollò le sue labbra alle mie.
“Ma sei ancora una ragazzina!”
“E perché Eli? Anche lei è una ragazzina come me.”
Mi strinse ancora più forte. Sentivo il suo corpo aderire al mio. Il suo calore era una sferzata eccitante per me. Ero ancora nudo e non potevo nascondere la mia eccitazione.
Dalla tunica bianca, apparve il corpo nudo, abbronzato. Le sue magnifiche tette erano del colore del caffèlatte. Le aureole scure terminavano in due capezzoli larghi e duri.
“Voglio sentire il tuo sapore” sussurrò infilandomi la lingua in bocca.
Mi staccai perplesso.
“Ma da dove siete scappate fuori? Le ragazzine della vostra età cominciano ora con le prime esperienze! Voi sembrate donne già vissute!”
“Abbiamo diciotto anni, tesoro. Ho fatto l’amore per la prima volta a quindici. E poi.. abbiamo una buona palestra. In internet ormai c’è di tutto. Si impara velocemente, ci si mostra, si fanno incontri..”
“Ancora internet? Ma è mai possibile…”
“Basta, adesso!” disse spingendomi sul letto. Con un gesto rapidissimo si liberò della tunica e restò nuda. Il suo corpo era bellissimo. Il viso da ragazzina era appoggiato al collo lungo che traeva origine da due spalle lisce e vellutate. I seni, grossi e perfettamente eretti, erano un invito a tuffarsi. Il ventre era piatto e l’ombelico era una fossetta perfettamente nel centro. Il pube era coperto di peli neri, riccioluti e debordanti. Le gambe erano sode e dritte.
Marina era di una bellezza travolgente. Il suo sorriso bianchissimo attirava le mie labbra.
Mi alzai di nuovo e la abbracciai.
“Finalmente!” disse lei, mentre ricambiava il mio bacio.
Aveva le labbra gonfie e lucide che chiamavano le mie.
Il sapore del suo bacio era dolcissimo. Muoveva la lingua lentamente, accarezzando l’interno delle mie labbra, poi – piatta – strisciava sui miei denti e si adagiava sulla mia lingua.
Le sue mani, abbronzate e sottili, avevano unghie curate ed erano morbidissime mentre percorrevano il mio collo e le spalle.
“Quanto ti ho desiderato!” soffiava la ragazza mentre con le labbra carnose percorreva il mio petto.
“Ma dai.. ci siamo incontrati solo ieri!” risposi fingendo indifferenza.
“Non ti sei accorto che ti ronziamo intorno almeno da due anni?”
“Due anni? Ma và… sono arrivato il mese scorso!”
“Vuoi dire che l’anno scorso non eri nella casa sulla scogliera?”
“Si..come fai a saperlo?”
“Venivamo sempre là, con la scusa di pescare i granchi, per vederti anche solo un momento!”
“Ma dai! E due anni fa? Dov’ero?”
“Due anni fa sei passato di qui. Sei venuto in visita quindici giorni da Giordano. Non pensare di esser passato inosservato”
“Accidenti.. sei peggio della Cia!”
“Smettila di parlare.. ho voglia di te!”
“Ma anche Eli..”
“Anche Eli… e anche le altre”
“Mamma mia…quante ce ne sono?”
“Più di quante tu possa scoparne in una settimana”
“Dovrò scappare…”
“Non provarci neppure!” sibilò allungando la mano sul mio uccello e strizzandolo con forza.
“Ehi..ma si rompe!”
“Allora lasciati andare. Ti sto aspettando da troppo tempo..”
La bocca di Marina era un antro caldissimo, la cui porta era costituita dalle labbra più bollenti e carnose che avessi mai assaggiato. La lingua, invece, era un’appendice rosa, estremamente mobile. La brunetta mi baciava i capezzoli, poi saltava su di me con le gambe divaricate e mi leccava il viso, gli occhi, la bocca. Poi spalancava le labbra e succhiava le mie, fino a farle entrare nella sua bocca. Mi succhiava la lingua e poi la lasciava andare per tornare a leccarmi il mento, le orecchie. Era eccitante, passionale. Le braccia che la reggevano mentre leccava il mio volto, non restavano immobili, ma ogni tanto si flettevano, per far sfiorare il mio petto dai suoi grossi seni, così che il contatto avveniva in più punti ed il godimento si moltiplicava.
Inginocchiata a gambe larghe su di me, sentivo il solletico dei suoi peli pubici che sfioravano il mio uccello. Quando il corpo saliva, sentivo il calore della figa umida che mi sfiorava lasciando qualche goccia a lubrificare il passaggio. Poi scendeva e lasciava che la cappella scivolasse tra le labbra della vagina.
“Voglio guardarti” le dissi, al massimo dell’eccitazione. Sentivo che questa sua passione era covata per tanto tempo, ed era così forte che non avrebbe mai rinunciato alla penetrazione che stava preparando.
“Dopo! Voglio godere di ogni centimetro del tuo corpo. Sapessi quante volte ti ho sognato, ad occhi chiusi e ad occhi aperti.. Sei stato sulla cima di ogni mio dito per tutti questi mesi. Ogni dito che entrava in me eri tu, ti sentivo entrare, ti lasciavo perlustrare. Sognavo il tuo contatto, questo..”
Marina era una furia sessuale. Ora si sedeva sull’asta che era divenuta d’acciaio ed allagava il mio pube.
Mi imprigionava tra le labbra della sua bollente figa e con sapienti movimenti dei muscoli, stringeva e rilasciava la cappella che mi inviava segnali di acuto piacere.
La bocca della ragazza era insaziabile. Mentre la lingua saettava continuamente dentro e fuori dalla mia bocca, le labbra bollenti mi succhiavano, lisciavano, sfioravano in un gioco sempre più eccitante.
Si alzò sulle braccia ed iniziò a scendere con la bocca sul collo, leccando e succhiando la pelle che restava intrappolata nei suoi baci e poi scendeva ancora sul petto cercando i miei capezzoli induriti.
Carezzavo la sua schiena fino alla massima estensione delle braccia, sfiorando le chiappe liscissime che non vedevo l’ora di conquistare. Marina era attenta a non lasciare al caso neppure un centimetro della mia pelle, e conquistato l’ombelico lo penetrò con la lingua. Si piegò accanto a me, per consentire al suo viso di appoggiarsi sulla pancia, mentre le sue mani scendevano tra le mie gambe. Con dolcezza le divaricò, cominciando ad accarezzare l’interno delle cosce, per raggiungere finalmente lo scroto che si era raggrinzito per donare al cazzo la sua massima estensione.
“Eccoti, finalmente. Quanto ti ho sognato, quanto ti ho desiderato!” disse sottovoce rivolgendosi al mio uccello che svettava attendendo il contatto con le sue labbra.
La bocca carnosa si tuffò dapprima tra i peli del pube, annusando il mio profumo.
“C’è ancora odore di lei” disse senza astio.
“Non mi hai dato il tempo di lavarmi!” protestai
“Mi piace.. Eli è bella, il suo profumo ti dona.” Rispose dalla sua comoda posizione.
Sentii improvvisamente due cuscinetti caldi che attaccavano la radice del mio uccello e la lingua umida che facilitava lo scorrimento. Mi adagiai completamente, godendo di quel contatto meraviglioso. Giunta al solco sotto il glande, Marina indugiò con la lingua per circoscriverlo, leccarlo, insalivarlo. Poi, presa da un raptus improvviso, baciò la cappella e la aspirò tutta nella bocca, stringendola delicatamente tra lingua e palato.
“Sei bravissima, Marina.. mi fai morire!”
La lingua, esercitata a leccare e lisciare tutto il corpo, si arrotolava lungo l’asta e scivolava sulla cappella, lambendo il buchino che rilasciava il suo liquido lubrificante.
“MMM…è buono!” disse a bocca piena.
“Ti voglio guardare, ti voglio nella mia bocca.. lasciami muovere..” le chiesi al culmine del godimento.
Sorda alla mia richiesta, la brunetta faceva scorrere l’asta fino alla gola, senza il minimo problema, simulando una scopata coi fiocchi.
Quando sentii che il pizzicore ben conosciuto mi avvertiva dell’imminente orgasmo, mi sfilai dalla sua bocca e mi posizionai accanto a lei.
“Perché me lo hai tolto? E’ lui che voglio!”
“Non vuoi me?”
“Tu sei lui!”
“io sono ANCHE lui. Ma tanto altro. Lascia che ora ti guardi.”
Mi inginocchiai accanto a lei, che si era distesa con le braccia sotto la testa. Le ascelle, con una peluria accentuata, mandavano segnali odorosi che mi tuffai a cogliere. La annusai, la baciai anche se cercava di sottrarsi.
“Dai..mi fai solletico!” protestò debolmente.
“Lasciami fare.. voglio sentire il tuo profumo” risposi deciso. Baciai il collo e leccai il suo mento, raggiungendo le labbra che mi attendevano aperte. Mi incollai alla sua bocca, questa volta conducendo le danze come piaceva a me. Girai la lingua sulla sua, lentamente, mentre sentivo il piacere che faceva coprire la sua pelle di minuscoli puntini. Le baciai gli occhi chiusi, il naso, nuovamente la bocca.
Scesi finalmente sui seni che mi attendevano da troppo tempo. Con le mani li accarezzai, li soppesai e li avvicinai tra loro. Con la lingua toccai prima l’uno poi l’altro capezzolo facendo sussultare la ragazza. Succhiai avidamente quei due bottoncini scuri mentre con le mani scendevo lungo il corpo. Sentivo la sua pelle divenire ad ogni tocco più sensibile. Mentre la lingua lavorava, il corpo aveva dei guizzi, dei sussulti e dalla bocca uscivano gemiti di piacere.
Sul pancino teso e magnifico indugiai intorno all’ombelico, leccando e penetrandolo più volte. Le mani di Marina non riuscivano a restare ferme e carezzavano la mia schiena. Mi spostò di lato e tentò di insinuare le dita nel solco del culo, senza riuscirci.
Scesi ancora, lasciando un sentiero di saliva sulla pancia, finchè non sentii che la sua giovane foresta mi attraeva in modo imperioso. Il profumo che colpiva i miei sensi era così intenso e delizioso che non potei far altro se non tuffarmi tra le sue gambe, in cerca della fonte di tanto desiderio. Marina spalancò le gambe sussurrandomi “sono tua.. prendimi, amore mio”. Mi guardai bene dall’affrettare i tempi. Volevo gustare il suo sapore dolce ed aspro, avvicinandomi alle grandi labbra. Ebbi una sorpresa. Tra le sue gambe, appariva una farfalla, con le ali larghe e appuntite. Al centro, un clitoride ben proteso, pareva il corpo con una piccola testa coperta da un velo di pelle rosa pallido. Leccai le ali che costituivano le grandi labbra e le intrappolai – prima l’una poi l’altra – tra le mie labbra. Infine, danzando sul corpo di Marina che sussultava e rantolava dal piacere, succhiai il clitoride e lo colpii con rapidi colpi della lingua. Il profumo riempiva le mie narici e mi inebriava. Sentivo il corpo percorso da mille guizzi che dalla bocca si diramavano in ogni direzione. Il cazzo era diventato talmente duro da farmi male. Marina non muoveva un arto. Il corpo aveva veloci contrazioni ad ogni passaggio. Entrai nel suo antro caldo e profumato, bevendo il succo del suo godimento. Sentivo le labbra ed il mento impastati del suo nettare e cercavo di penetrarla a fondo, gustando il suo godimento. Alzai le gambe della ragazza e mi posizionai sotto di esse, godendo della visione del suo culo magnifico, aperto alla mia lussuria. Mi avvicinai ancora una volta e con la lingua percorsi il breve tratto che dalla vagina conduceva all’ano.
“Ooooh!” sospirò al contatto, alzando ancora il bacino per facilitarmi la penetrazione. Pennellai avidamente quel solco rugoso e scivolai nuovamente verso i suoi succhi che scendevano copiosi, mischiando la mia saliva al suo liquido asprigno, per poi tornare sull’anello stretto che forzai dolcemente con la punta della lingua, sentendolo cedere appena un poco.
“Marty..Marty…cosa mi fai… è magnifico…” rantolava Marina tenendosi la testa tra le mani.
Osai ancora di più, infilando una bella porzione nella fessura che ormai era rilassata e pronta ad una più consistente penetrazione.
Con le dita mi aiutai nell’allargare le chiappe della ragazza, approfittando per impastare le grandi ali che sovrastavano la zona di conquista. Giocai con il clitoride indurito mentre la lingua continuava il suo dentro e fuori appassionato. Con un dito scivolai nella vagina, ed iniziai a penetrare dapprima lentamente poi con maggior vigore quel piccolo antro fradicio di umori.
Sentii la pancia di Marina che si contraeva in spasmi sempre più veloci ed il culo saltava sul letto come percorso da una scossa travolgente.
“AAAAAh…sto venendooo!” gridò mentre stringeva le gambe attorno alla mia testa imprigionandola. Il corpo ebbe una serie di sussulti, sempre più forti, sempre più potenti fin quando con uno scatto finale, sentii che la morsa si allentava e Marina crollava sul letto con le gambe spalancate, senza più forza.
L’editore era diventato insopportabile. Ogni giorno mi chiamava alle otto precise per chiedermi a che punto ero arrivato, se il libro procedeva. Gli bruciavano quei cinquecento euro di acconto che ero riuscito a scucirgli come anticipo sul nuovo romanzo. Eppure aveva fatto un sacco di soldi con i miei racconti, avrebbe dovuto capire che non serviva chiamare, sollecitare, lamentarsi. Sono fatto così. Mi ero ritirato in un minuscolo paese affacciato sul mare, in una casa dall’arredamento semplice ed essenziale, proprio per non aver troppi svaghi, per trovare la concentrazione. Non mancava molto, ma il mio personaggio era pigro, non aveva voglia di uscire, di muoversi. Era rintanato nelle pagine bianche del mio computer e sonnecchiava, aspettando. Mi sfidava. Io non avevo fretta, passavo ore alla finestra, uscivo di mattina presto per fare quattro passi sulla spiaggia. Lo sapevo che all’improvviso avrei sentito il solito prurito insopportabile che parte dal centro del petto e si propaga, si allunga come i rami di un vecchio albero fino a raggiungere la testa, le braccia, le mani. In quel momento non avrei potuto far altro se non correre al computer e lasciare che tutto avvenisse, come per un incantesimo. Le dita avrebbero scorazzato velocissime sulla tastiera, le pagine si sarebbero riempite di lettere, di frasi, di concetti. Il gran carrozzone si sarebbe messo in movimento riportando in vita il mio mondo fantastico.
Ma non era ancora arrivato il momento. C’erano troppi rumori, troppi ragazzi che gridavano per le strade del piccolo borgo. Erano i figli dei villeggianti, venuti a trascorrere le vacanze. Non avevano nulla da fare se non divertirsi, andare in spiaggia, giocare.
C’erano alcune ragazzine che incontravo spesso. Adolescenti, erano tutte prese dalla loro voglia di vivere, di mostrarsi, di innamorarsi. I ragazzi, loro coetanei, erano un po’ goffi, sgraziati, ancora troppo piccoli per conoscere i segreti del corteggiamento, dell’amore.
Uscivo raramente, di solito stavo in casa nel silenzio più assoluto. Dopo la telefonata delle otto del mattino, il resto della giornata era silenzio.
Da qualche giorno mi ero accorto che il gruppo delle ragazze stazionava spesso davanti alla porta della mia villetta. Sedevano sul muretto di recinzione e parlavano rumorosamente. I ragazzi venivano, facevano un po’ di chiasso per farsi notare ma inesorabilmente se ne andavano, un po’ annoiati, un po’ allontanati dal gruppo. Dalla mia postazione dietro le tende del salone guardavo quelle adolescenti che si muovevano, ridevano troppo sguaiatamente, guardavano spesso verso le mie finestre. Le lasciavo fare, le osservavo.
C’era una ragazza bionda, con i capelli ondulati, un corpo snello, i seni appena pronunciati. Aveva le gambe lunghissime e perfettamente dritte. Indossava sempre dei pantaloncini corti e le magliette ridottissime che le lasciavano scoperta la pancia.
Un’altra, capelli neri corvini, occhi grandi e luminosi, aveva un corpo già formato, i seni abbondanti trattenuti a stento dalla maglietta. Aveva spesso una gonna corta, che lasciava libere due gambe da favola che si tuffavano in un culetto sodo, bellissimo. Poi c’era un’altra ragazzina, di bassa statura, un po’ troppo rotondetta, ma con due seni grossi e provocanti. Erano giovani, molto consapevoli del loro effetto sui maschietti che continuavano a corteggiarle, ma non si concedevano, si facevano adorare.
Nel gruppo c’era pure una ragazza dalla carnagione chiarissima, i capelli d’un rosso acceso, il corpo longilineo ed assolutamente senza seni. Queste erano le chiassose compagne dei miei pomeriggi. Le guardavo, non mi facevo vedere. Erano troppo giovani. Io avevo già ventisei anni, ero adulto e loro appena adolescenti, neppure maggiorenni. Quattro more, due bionde, una rossa.
Una mattina è successo qualcosa che mi ha divertito. C’era una scritta, sulla casa di fonte alla mia, tracciata con un gesso. Diceva semplicemente: Martino sono pazza di te.
Martino sono io. Ora sapevo che qualcuno si interessava a me. Sarà stata una di queste ragazzine? Pensai di si. Decisi di non indagare, non potevo permettermelo.
Uscii, nonostante fossero già le undici. Di solito a quell’ora mi sedevo alla scrivania e cominciavo i miei esercizi di scrittura, tanto per sgranchire le mani. Scrivevo qualche racconto, buttavo giù dei pensieri.
Ero fuori, con il sole che già scottava. Percorsi la stradina che portava in paese (beh, diciamo che il paese si identificava con quattro o cinque case che si affacciavano sulla piazza dove c’era anche la chiesetta) e superai il negozio del fruttivendolo. Mi avviai verso il lungomare quando vidi le ragazze. Mi accorsi di un gran fermento. Passai accanto a loro e sentii che smisero di colpo di parlare.
Sottovoce una ragazza disse “Ciao, Martino”. Mi voltai, sorrisi. Non so chi avesse parlato. “Ciao”, risposi. Proseguii con le mani in tasca. Un soffio di vento mi scompigliò i capelli. Il ciuffo cadde sugli occhi e lo rimisi a posto.
Non sono una gran bellezza, non so perché queste fanciulle fossero così attratte. Ho i lineamenti duri, gli occhi come due fessure. Ma sono azzurri, forse questo dice qualcosa. Occhi azzurri, capelli castani, che d’estate tendono al biondo. Sono magro, alto. Niente di speciale.
Un paio di ragazze si staccarono dal gruppo e mi rincorsero.
“Hai da accendere?” mi dissero quasi in coro.
Affondai la mano nella tasca e presi il mio zippo. La prima ad avvicinarsi fu la biondina. Aspirò la fiamma con la sigaretta in bocca, poi tossì e si allontanò di un passo. L’altra era la bruna. Si avvicinò, mentre la fiammella continuava ad ardere. Prese le mie mani tra le sue e si avvicinò guardandomi fisso negli occhi. Quando si staccò, fece in modo che le sue mani accarezzassero le mie, indugiando un poco. Mi sorrise. Le sorrisi. Poi ritirai le mani e tirai dritto.
Sentii che tornavano al gruppo.
“Ma glie lo hai chiesto?”
“Ma sei matta?”
“Avevi promesso!”
“Dai, non ce l’ho fatta!”
Continuavo a camminare, compiendo un tragitto ad anello. Tornai a casa.
La giornata trascorse pesante. Le ragazze ogni tanto facevano una corsa passando davanti alla mia porta e poi andavano a sedersi a poca distanza. Guardavano verso la mia casa.
Dovevo scrivere, non potevo perder tempo. Chi lo avrebbe sentito, l’indomani domattina quel rompiballe?
Mi immersi nei miei pensieri, anche se ogni tanto – senza farmi vedere – andavo alla finestra e dietro le tendine guardavo il gruppetto che si agitava.
Il giorno successivo mi svegliai tardi. Nessuna chiamata. Doveva essere domenica, l’unico giorno in cui l’editore arrivava tardi in ufficio. Nella mia camera con le imposte spalancate entrava un sole accecante. Uscii in balcone, senza curarmi di essere in mutande. Respirai a pieni polmoni e rientrai per far colazione.
Più tardi decisi di far quattro passi e indossata una larga camicia a fiori sui bermuda, mi trascinai in strada.
Il gruppetto non era al suo posto e tirai un sospiro di sollievo. Per oggi niente distrazioni. Camminai verso la spiaggia quando venni raggiunto dalla ragazzina dai capelli biondi.
“Martino…io sono Eli. Elisabetta, insomma. Non è che per caso hai una sigaretta da offrirmi?”
Presi il pacchetto dalla tasca e lo porsi alla ragazza.
“Ma ce n’è una sola!”
“Non importa. Prendila pure. Vado a comperarle.” Risposi.
Il gruppetto si era materializzato poco distante da noi. Con la coda dell’occhio guardavo le ragazze che si agitavano.
“Anzi…vieni con me? Le prendiamo insieme!”
“Si, certo!”
La guardai negli occhi. Era molto carina, anche se non particolarmente formosa. Le accesi la sigaretta e quando toccai le sue mani, mi accorsi che erano gelate.
“Hai freddo?”
“No… un po’..”
“Dammi la mano che te la scaldo!” Presi la sua mano e cominciai a camminare stringendola. Da lontano sentii un gridolino che si levava dal gruppo.
Mi venne un improvviso desiderio di stupire ancora di più quelle ragazze. Passai il braccio intorno al collo di Eli, appoggiandolo sulle sue spalle e continuai a camminare. Il silenzio improvviso mi fece capire che le ragazze del gruppo ci stavano osservando.
“Ti dispiace?”
“No, anzi..” rispose la ragazza, rossa in viso.
Mi fermai un momento, voltai il viso verso il suo. Avvampò nuovamente ma non fece nulla per respingere le mie labbra che sfioravano le sue. Un “ooh” si sentì da lontano.
Ely spalancò gli occhi. Il bacio leggero le era piaciuto. Chiuse gli occhi aspettando qualcosa di più.
La baciai di nuovo e lei fu pronta ad aprire la bocca, lasciando che la mia lingua toccasse dolcemente la sua.
Giocammo per un poco, poi riprendemmo a camminare.
“C’è una festa, stasera, fuori dal paese. A casa di Marina, quella ragazza dai capelli neri.. non so se hai presente..quella che era con me ieri, quando ti abbiamo chiesto del fuoco..”
“Si, ho presente.”
“Non hai voglia di venire con me?”
“Non so, devo lavorare.”
“Peccato..ci saremmo divertiti.”
Camminavamo abbracciati verso il negozio dei giornali e tabacchi che si trovava sulla strada che costeggiava il mare.
Ogni tanto Eli si fermava, mi tirava verso di sé e mi baciava. Sempre con maggior desiderio, con una foga che la diceva lunga sulla sua cotta.
Quando raggiungemmo un gruppo di case, approfittai di un viottolo che ci nascondeva alla vista e la spinsi contro un muro. Mi appoggiai a lei e premetti con forza le mie labbra alle sue, mentre le mani le circondavano i fianchi.
Eli baciava magnificamente e presto sentii che nei miei bermuda qualcosa stava orgogliosamente sorgendo.
“Ti piaccio?”
“Non te ne sei ancora accorta?”
“Si, direi di si” rispose spostando la sua mano dal collo al mio fianco.
Mi appoggiai contro di lei, facendo aderire il ventre al suo. Eli spostava il bacino in avanti, sentendo la pressione che il mio uccello duro stava facendo sul suo monte di venere.
Sospirò tra le mie labbra.
Mi ritirai. Era molto giovane, non sapevo se avrei potuto andare oltre.
“Perché?” si lamentò lei.
“Non è il momento, Eli. Vieni a casa. Staremo meglio. Dobbiamo conoscerci.”
“Passiamo dagli altri. Devo dire che vengo da te, altrimenti mi danno per dispersa. Poi, se avrai voglia, andremo alla festa. Altrimenti ci andrò da sola e ti lascerò lavorare.”
Camminando tenendoci per mano verso il gruppetto che ancora una volta ammutolì vedendoci arrivare.
Ero terribilmente indeciso. Il mio cazzo era ancora durissimo e non vedeva l’ora di uscire allo scoperto, ma la ragazza non aveva probabilmente neanche diciassette anni. Sarebbe stata una specie di violenza.. troppo rischioso. Sarebbe stato più saggio lasciar perdere. Ma Eli era troppo presa, troppo eccitata.
“Ragazzi, andiamo da lui. Se i miei mi cercano, dite pure che sono andata a fare un giro in barca. Torno per cena, e poi andiamo alla festa.”
“Vieni anche tu?” chiese Marina, spalancando gli occhioni con fare civettuolo.
“Non so.. devo lavorare.”
“Beh, io ti aspetto.. noi ti aspettiamo” si corresse subito, quando vide lo sguardo accigliato di Eli.
Lasciammo il gruppetto dirigendoci verso casa.
“Non guardare il disordine..io lavoro e non ho molto tempo per fare le pulizie”
“Non hai visto la mia camera, Martino.”
Chiusi la porta dietro le mie spalle e Eli mi strinse forte, spingendomi contro il muro. Questa volta era lei che premeva contro di me. Spingeva il bacino e si muoveva, come per farmi un massaggio.
La maglietta azzurra che indossava mostrava due grossi bottoncini che spingevano la stoffa.
Eli stava massaggiandomi il collo, poi una mano scendeva ad accarezzarmi il petto e i fianchi, mentre con il bacino continuava il suo balletto eccitante. Io sentivo i bermuda tendersi sotto la spinta del mio uccello che gradiva moltissimo quel massaggio, ma restavo immobile a godermi le sue carezze.
La bocca della ragazza era un tiepido antro dove la lingua si muoveva in sincronia con il suo corpo regalandomi delle fitte che partivano dal cervello fino ad arrivare al centro del piacere.
Sentii le mani di Eli che mi slacciavano la camicia e la sua bocca spostarsi lentamente sul collo, poi sul petto e scendere lentamente. Le mani scendevano contemporaneamente, fino a raggiungere l’elastico dei mie bermuda e lo agganciavano con due dita.
“Eli…sei giovane… lo sai quello che stai facendo?”
“Ssst!” mi ingiunse mentre faceva scendere i pantaloni fino al pube.
I suoi baci erano lievi, un solletico piacevole che piano raggiungeva la stoffa dei bermuda.
Il cazzo era ormai durissimo ed impediva all’elastico di scivolare in basso.
Le labbra calde risalirono fino all’ombelico e la lingua si insinuò nella cavità, girando lentamente tutto intorno e simulando una penetrazione.
Poi, sempre lentamente, Eli si alzò e percorse con la lingua il tragitto appena tracciato con le labbra, fino a lambire il petto e finendo sulla bocca che si spalancò accogliendo la sua lingua indemoniata.
Ci baciammo lungamente, mentre le massaggiavo le spalle, la schiena fino a scendere sulla pelle liscia che conduceva alle due morbide colline. Eli fremeva al mio tocco e le carezze ed il suo corpo si muoveva sinuosamente.
“Vieni, andiamo in sala!” le sussurrai in un orecchio, dopo aver introdotto brevemente la lingua nel padiglione.
“Non hai un letto, Marti?” rispose la ragazza infilando una mano nell’elastico dei bermuda, arrivando ad accarezzarmi una chiappa.
“E’ troppo pericoloso, tesoro”
“Ma smettila! So quel che faccio!”
“Lo so anche io” tagliai corto, camminando fino al salone, con le sue dita che esploravano il solco e cercavano di insinuarsi per accarezzare il mio buchino.
“Dai, siediti!” le dissi spingendola dolcemente sul divano.
“Sai quanto cambia..!” flautò con un tono beffardo.
Dalla sua posizione seduta, non esitò neppure un istante, stringendomi con le braccia ed affondando la testa al livello del mio durissimo arnese.
Aprì la bocca per dare un bacio ai bermuda che ancora contenevano il bastone infuocato. Strinse le labbra facendomi provare uno spasmo di piacere.
Non riuscivo ad allontanarmi, tanta era la voglia che quella bocca continuasse il suo gioco perverso.
“Ti voglio!” mi disse, con gli occhi languidi.
Le mani di Eli mi strinsero i fianchi e scesero nuovamente all’elastico, arpionandolo e – questa volta – riuscendo a sollevarlo fino a liberare l’ostacolo.
“Dio che bello!” esclamò quando il cazzo fece un guizzo, colpendola su una guancia.
Le mie mani, che fino a quel momento erano rimaste ferme, iniziarono ad accarezzarle la testa mentre Eli con le labbra socchiuse percorreva l’asta per tutta la sua lunghezza.
“E’..diverso!” sussurrò quando la lingua giunse all’anello che circondava la base della cappella.
“E’ circonciso, tesoro. Mai visto?”
“No…non pensare che ne abbia visti a centinaia.. solo un paio…” si scusò la ragazza, riprendendo a percorrere il suo dolcissimo tragitto.
“Sei bravissima..hai una carica erotica che mi fa morire!”
Spostò leggermente il capo per fissarmi con uno sguardo pieno di desiderio e tirò fuori una linguetta umida che cominciò a carezzarmi il glande che era diventato enorme e infuocato.
Fremevo dal desiderio di sentirmi nella sua bocca, ma ero preoccupato per la sua troppo giovane età. Non volevo proseguire, ma la sua determinazione mi coinvolgeva. Mi ritrassi di scatto e mi scoccò uno sguardo di rimprovero.
“Perché?” mi disse seccamente.
“Non posso!” risposi deciso.
“Ho diciotto anni, stai tranquillo.” Cercò di rassicurarmi.
“Non dire balle, Eli.”
“Vuoi la carta di identità? Così però mi fai gelare!”
Approfittò della mia indecisione per agguantare il cazzo con una mano e velocemente lo portò alla bocca, risucchiandolo.
Il gioco era fatto. Ero il suo giocattolo e non era disposto a mollare.
Sentivo il caldo della sua bocca e la lingua tenera che girava pigramente sulla cappella, solleticando ogni punto sensibile.
Mi lasciai andare a quel delizioso massaggio, mentre le mie mani ormai agivano per conto loro, scendendo dalla testa alle spalle e poi, carezzando la maglietta, cercando l’orlo per sollevarla.
Lentamente tirai verso l’alto l’indumento che si lasciava trasportare, seguendo le sue giovani curve. Quando sentii che i seni erano liberi, forzai dolcemente verso la testa che si allontanò per un momento permettendomi di sfilare completamente la maglietta che volò sul divano.
Riprese subito il controllo, prendendo in mano il mio uccello e mettendolo nuovamente nella sua bocca avida e calda.
Iniziai a carezzarle la schiena nuda e lentamente scivolai davanti, incontrando i promontori che avevo immaginato più piccoli. Erano due splendide tettine, perfettamente conformate, con i capezzoli appuntiti e dritti che reagivano alle mie carezze.
Le mani di Eli lasciarono l’asta, cingendomi il corpo e scivolarono sul mio sedere, accarezzandolo con tenerezza.
“Sei magnifico…” sussurrò la ragazza, mentre con un dito percorreva il solco delle chiappe.
“Tu sei magnifica, Eli.”
La bocca continuava nel suo lento lavoro, succhiando e leccando, poi cercando di percorrere tutto il cazzo che scivolava nel profondo della sua gola.
Una mano aveva raggiunto il mio buchino e con un dito mi solleticava, poi spingeva leggermente tentando di introdursi. L’altra mano, a coppa, raccoglieva le mie palle accarezzandole con dolcezza.
“Basta, così mi fai scoppiare!” la implorai. Sorrise sfilandosi l’uccello dalla bocca ed alzandosi. Lo fece con una lentezza studiata, per far scivolare le sue tettine sul mio torace. Mi abbassai e le vidi. Erano belle, sode, candide. Avvicinai la bocca ad una di esse ed iniziai a leccare il capezzolo appuntito. Eli fece un lungo lamento gettando la testa all’indietro.
La cingevo con le mani sul culetto e sentendosi sorretta, mi trascinò sul divano. Con la bocca sul suo seno, mi adagiai sopra di lei mentre con le mani facevo scorrere i suoi pantaloncini fino a metà coscia. Lei fece il resto, restando con un tanga piccolissimo. Fece per sfilarsi anche quello, ma la fermai.
Tornai sulla bocca ed iniziai a baciarla profondamente, ricambiato con un guizzare di lingua che mi faceva battere il cuore all’impazzata.
La mia mano iniziò a carezzare il suo corpo, scendendo piano. Sul seno indugiò ancora per strizzare quel capezzolo birichino, poi scesi sulla pancia, tesa e fremente. Quando giunsi all’elastico del piccolo perizoma, lo sollevai ed andai in perlustrazione. Sotto le mie dita il ventre liscio mi invitava a scendere ancora per incontrare una peluria morbida, quasi un batuffolo di cotone. Giocai con i riccioli del pube,mentre Eli – impaziente – alzava il bacino invitandomi a cogliere il suo fiore profumato.
Mi ritrassi sempre con lentezza e la ragazza mi punì con un piccolo morso sulle labbra. La sua mano scese fino al mio pube ed impugnò decisa il bastone strizzando il glande e facendomi sussultare dal piacere. Partì poi una lunga carezza, dalla radice per tutta la lunghezza, ed il pollice giocava con la cappella e con il buchino dal quale era fuoriuscita qualche goccia di lubrificante.
“Voglio assaggiarlo” mi disse staccandosi e mettendosi di fianco a me.
“E’ tuo!” le risposi girandomi in modo da facilitarle l’operazione. Sentii che le sue mani mi prendevano e si impossessavano del mio bastone, giunto ormai al massimo della sopportazione. La lingua cominciò a lambire la punta e si insinuò nel buchino, succhiandone l’umore appena uscito.
Nella mia posizione ero ormai con la testa sul suo ventre e sentivo il profumo della sua figa che si spandeva da sotto il perizoma. Mi accorsi che una grossa chiazza bagnata aveva intriso il triangolo e con la bocca mi avvicinai al suo pube ancora coperto.
Le mie dita scivolarono sotto la stoffa ed incontrarono la più dolce e morbida pelle che avessi mai toccato. Umida di piacere e fragrante di odore, si offriva palpitante al mio tocco. La bocca di Eli succhiava voracemente e mi faceva sussultare ad ogni passaggio.
La ragazza alzò ancora il bacino in un invito che non avrei potuto rifiutare, e le sfilai il tanga lasciando libero il piccolo triangolo di peli chiarissimi dal quale emergeva prepotente un paio di labbra rosse e profumate. Tra loro, un piccolo cazzo con tanto di cappella sporgente attendeva il tocco della mia lingua. Mi tuffai tra le sue gambe, ed Eli si spalancò per permettermi di cogliere in pieno il suo frutto. Dapprima esplorai in punta di lingua le labbra bollenti, mentre la ragazza saltava sul divano come presa da una scossa. Poi, deciso, affrontai il clitoride. Fece un guizzo e si tese tutta, cominciando a tremare violentemente. Presi in bocca quel piccolo fallo e con la lingua feci quello che lei stava facendo a me. Eli si staccò dal mio bastone e cominciò a gemere forte, con sospiri e frasi che non riusciva a trattenere.
“Sei mio, sei mio… ti voglio dentro di me.. ti prego, prendimi, scopami..”
Continuai a succhiare ed a giocare, introducendo la lingua nella sua fessura, resa bollente e viscida dal suoi umori.
Riprese con vigore il suo gioco, aiutata dalle mani che scivolavano lungo l’asta, stropicciavano lo scroto e poi fuggivano lontano, ad insinuarsi tra le chiappe per accarezzarmi nell’altro buchino.
Sentivo che la mia resistenza stava franando miseramente. Dalle palle arrivò il segnale inequivocabile che il vulcano stava per esplodere ed intensificai il mio lavoro di lingua.
Improvvisamente, mentre sentivo il fiume bollente risalire l’asta e le prime spinte a vuoto pulsare nel mio ventre, Eli cominciò a fremere ed a singhiozzare, saltando sul divano come presa da un delirio. Venne in modo esagerato, con grandi fiotti che uscivano dalla figa bollente e mi colpivano sul volto e in bocca.
“Matto…mi hai fatto venire” sospirava mentre il corpo non smetteva di saltare. Non resistetti neppure un istante. Le spinte divennero talmente violente che la mia lava bollente uscì sorprendendo la ragazza e facendole riprendere l’orgasmo che stava cessando.
Mi voltai verso di lei. Aveva un’espressione così beata, che mi sentii orgoglioso di averla fatta godere in quel modo. Mi avvicinai al suo volto e la baciai. La sua bocca profumava di sesso ed il suo viso era stato inondato del mio sperma bianco e filante.
“Mamma mia..cosa mi hai fatto!” mi disse sorridendo,mentre si passava un fazzoletto sui seni e sulla fronte.
“Tutta colpa tua. E’ stato bellissimo, Eli.”
“Voglio che tu mi prenda. Voglio sentirti dentro di me..” mi disse con determinazione.
“Lo faremo, non preoccuparti. Oggi ci siamo divertiti così…”
“Vuoi dire che mi mandi via?”
“Si, ti mando via. Ma prima…” mi avvicinai al suo culetto e lo aprii con entrambe le mani.
“Cosa mi fai? Marty…dai..”
Baciai quelle chiappette tonde e morbide e piano piano, con gesti concentrici, leccai tutto intorno al suo buchino fino ad insinuarmi dentro di esso.
“Daiiii mi fai solletico!” finse di lamentarsi “E’ bello..mi piace..”
Leccai ed insalivai il suo buchino, forzandolo dolcemente con la punta della lingua.
“Questo ti succederà, un giorno o l’altro. Così impari a farlo a me!”
“Ti è piaciuto?”
“Come fai a sapere che mi piace essere stuzzicato anche nel sedere?”
“Lo so.. piace a tutti. Almeno, a tutti quelli che hanno il coraggio di parlarne”
“Ne parli spesso? Sembra che tu sia una mangiauomini!”
“Mai sentito parlare di Internet?”
“Certo.”
“E dove pensi che si imparino certe cose?”
“Imparare è una cosa, mettere in pratica, un’altra.”
“Beh, vuol dire che ho imparato bene, visto che ti è piaciuto”
“E cosa altro hai imparato, che vuoi farmi provare?” chiesi curioso.
“Vedrai, vedrai… tu lascia aperta la tua porta ed io ti porterò in paradiso.” Disse Eli alzandosi.
Si diresse verso le scale che portavano al piano superiore.
“Dove vai?”
“Immagino che il bagno sia di sopra”
“Anche di sotto”
“Ma io voglio vedere il tuo letto”
“Vai, c’è un grande casino..”
“Uffa..”
La vidi salire la scala. Il suo corpo era un po’ troppo esile, ma le chiappe , le tettine e soprattutto il suo fiore lucido e rosso in mezzo alle gambe mi calamitavano lo sguardo.
Salii dietro di lei, con l’uccello che non voleva rassegnarsi a scendere.
Entrai in bagno dietro di lei. Si lavò il viso, passò le mani insaponate sulle tette e a quel punto non seppi resistere. Mi avvicinai da dietro e mi bagnai le mani, insaponandole per poi continuare il suo lavoro.
Mentre ero dietro di lei, il cazzo, schiacciato contro il suo culo, dava segni di impazienza.
Eli allargò leggermente le gambe, e mentre le mie mani massaggiavano i suoi seni morbidi, lei con una mano facilitò il posizionamento del mio uccello nel solco delle sue cosce, così da far sfregare la mia cappella contro le grandi labbra ed incontrando il suo piccolo amico.
La baciavo sulla nuca, dietro le orecchie mentre con la mano dal davanti Eli forzava la carezza del mio uccello contro di lei. Muoveva il bacino avanti e indietro, simulando una scopata e questo mi eccitava da morire. Volse la testa verso di me, baciandomi e leccandomi le labbra. Io continuavo il su e giù, assecondando il movimento che faceva con il suo corpo e con la mano che pressava sul mio sesso contro il suo. Mi piaceva, mi faceva godere un casino quell’andirivieni lubrificato.
D’un tratto, Eli sporse ancora di più il bacino e con le dita spinse il mio cazzo più forte. Sentii un caldo avvolgente e morbidissimo…ero dentro di lei. Scoppiò in un sospiro strozzato.
“UUUh…ce l’hai fatta, finalmente!” mi sussurrò piena di voglia.
“Maialina.. lo volevi dentro..e fino a quando non l’hai sentito…”
“Ti voglio, ti sento.. scopa amore mio. Fammelo sentire. E’ grosso, è magnifico!”
“Sei calda, sei dolcissima.”
Entravo e uscivo dalla sua dolce caverna, e mi muovevo con lentezza per sentire tutte le pieghe della sua vagina. Lei danzava sotto le mie spinte, prendendo da me il massimo godimento. Le palle sbattevano contro il suo culo e si ritraevano per poi tornare ad incontrarlo.
Continuammo a scopare con lentezza e tutta la passione che avvolgeva i nostri corpi. Poi si sfilò il cazzo e si voltò. Con le mani mi prese la testa e mi baciò con foga.
“Lo capisci che sono innamorata di te?”
“Mi sembra di averlo capito. Sei tu che hai scritto sul muro di fronte a casa mia?”
“No, ma se pesco chi l’ha fatto..le spacco la testa. Te lo assicuro.”
“Perché? Tu ora sei qui, con me. Stiamo facendo l’amore…”
“Se penso che qualche stronza vuol fare con te …”
“SSST… adesso pensiamo a noi!”
Eli sedette sul bordo del lavabo e spalancò le gambe. La guardai mentre con le dita si allargava le labbra della figa e mi mostrava la profonda intimità.
“Vieni, mio cavaliere. Sono pronta a riceverti.”
Non attesi neppure un secondo. La mia spada sguainata non attendeva altro che spingersi nella sua calda tana e mi infilai dentro di lei senza la minima resistenza. Le sue gambe mi strinsero in vita, per farmi penetrare più a fondo. Non pensavo che una ragazzina potesse avere tanta esperienza. Mi piaceva da morire questo suo fare disinvolto. Era eccitante. Mentre il mio cazzo la possedeva con colpi profondi, provocando sussulti e sospiri, la mia lingua giocava con la sua, guizzando ora nella sua ora nella mia bocca.
Eli si muoveva assecondando le mie spinte ed io sentivo la cappella che le toccava la bocca dell’utero, ricevendone un ulteriore guizzo di piacere. Scivolò lentamente verso di me, stringendomi le gambe attorno al corpo, fino a restare con le braccia appese al mio collo e sorretta solo dal mio prepotente uccello.
“Se potessi, ti farei entrare ancora di più.. non mi basta.. riempimi del tuo succo..”
“Sei matta..questo è il modo migliore per restare incinta!”
“Chi se ne frega..” sibilò mentre la sua lingua si infilava nel mio orecchio regalandomi brividi piacevolissimi.
“No, voglio giocare ancora con te, voglio godere nel tuo corpo, ma non voglio complicazioni.. non rendere tutto più difficile!”
“Fammelo sentire ancora, sbattimi forte, Marty. Ti voglio da impazzire.. voglio restare con te.”
La sollevai dolcemente e mi sfilai da lei, mentre appoggiava i piedi per terra.
“Vieni, andiamo sul letto”
Mi prese per mano e si mosse in punta di piedi verso la mia stanza. Giunti davanti al letto, si voltò verso di me, mi abbracciò forte e mi baciò con enorme passione.
La feci stendere sul letto e mi posizionai in ginocchio davanti a lei, che teneva le gambe spalancate. Vedevo il suo fiore spalancato, con le labbra rosse a far da cornice a quel piccolo fallo appuntito. Subito sotto, la sua vagina, ancora aperta come una bocca affamata chiamò le mie labbra che non esitarono a baciarla.
“Si, amore.. succhiami.. vieni su di me, dammi il tuo cazzo..voglio tenerlo in bocca mentre mi fai godere!”
Non la accontentai, cominciando a baciarle l’interno delle cosce e risalendo verso la sua bellissima figa che spandeva umori trasparenti. Iniziai un perfido gioco, leccando dapprima le grandi labbra, poi scendendo a penetrare la piccola porta ancora aperta e poi scivolando ancora verso il tenero anello grinzoso che non aveva ancora conosciuto il piacere di una penetrazione.
Leccai le mille rughe che conducevano al centro sigillato e sentii che anche il suo culetto pulsava, mandava segnali di piacere. Introdussi la lingua, mentre Eli sospirava immobile. Pian piano sentivo che si apriva e mi lasciava entrare. Come un piccolo fallo, con la punta della lingua fui dentro di lei, leccando il suo piccolo anello.
“Sei fantastico, Marty. Voglio fartelo anch’io.. dai, vieni su di me”
Continuai il mio gioco solitario, aiutato da un dito che si spostava dall’umore della figa al buchino del suo culo, penetrandolo appena.
“Mi piace, è bello.. farei qualsiasi cosa, amore mio.. ti prego.. dammi il tuo cazzo…non resisto senza di lui”
Mi spostai sul letto, scivolando sul suo corpo. Il cazzo imprigionato tra le sue cosce strette saliva con la certezza che il paradiso era ormai vicino.
Con la punta della cappella sentii le grandi labbra che mi toccavano ed improvvisamente le gambe si spalancarono permettendomi di entrare in lei. Fu una penetrazione incredibile. Sembrava che il mio cazzo affamato non finisse mai di entrare. Eli si contorceva, mi tirava, mi stringeva le chiappe, cercava di penetrarmi con un dito mentre con la bocca succhiava avidamente la mia lingua.
Cominciai a muovermi dapprima lentamente e poi sempre più in fretta. Alzai le sue gambe, poggiandole sul mio petto ed il cazzo fece un balzo in avanti. La ragazza mugolò con passione. Sentivo che la cappella toccava un piccolo bottone carnoso che ad ogni passaggio provocava un grido, un movimento più intenso.
Eli succhiò la mia lingua ancora più forte quando, all’ennesimo passaggio sul bottoncino, la sentii esplodere in un orgasmo devastante. Sentii che le palle, a contatto con le labbra della sua figa, si erano inzuppate di quel liquido che usciva zampillando dal suo corpo e le unghie delle sue mani mi artigliavano la schiena. Riuscii a trattenermi ma sentivo l’orgasmo salire velocemente. Eli mi stringeva forte con le gambe, costringendomi a restare dentro di lei. Fu uno sforzo enorme quello di resistere. Quando il suo orgasmo finì, approfittai di un istante in cui rilassò i muscoli per sgusciare fuori dal suo corpo e finalmente venni con forti getti di sperma che schizzarono sulle sue tettine, sul collo fino al mento.
“Non hai voluto darmi il tuo seme.. che testone che sei!” protestò baciandomi ancora dolcemente.
“Non ti è piaciuto?”
“Da morire.”
“Adesso però devo lavorare. In bagno ci vai da sola, altrimenti non la finiamo più.”
“Stasera vieni alla festa, allora?”
“Dimmi dov’è. Se riesco a scrivere qualcosa in fretta, magari ti raggiungo. Non ti prometto niente, però.”
Prese una penna e scrisse a larghi caratteri l’indirizzo della sua amica.
“Non abbiamo neppure pranzato. Sono quasi le quattro… i tuoi genitori non si saranno preoccupati?”
“Sono ancora a Milano. Sono qui con mio fratello e la nonna. Loro sanno che io pranzo in spiaggia.
“Se non ti vedo stasera alla festa, domattina posso venire a svegliarti?”
“Domani mi sveglio presto. Lavorerò per un paio d’ore, poi ti raggiungo. Sarai sul solito muretto?”
“No, non davanti a casa tua! Sarò sul lungomare. Non voglio che a qualche altra ragazza venga l’idea di raggiungerti a casa..”
“Ma dai.. mi fai sentire un dio!”
“Per me lo sei”
Eli uscì dalla mia casa sculettando e sorridendo, voltata indietro. Dal cancello del giardino mi lanciò un bacio con la mano.

SERENA
SERENA
SERENA
Quando mio fratello chiuse la porta alle sue spalle, e sentii i suoi passi allontanarsi nel giardino, mi sentii l’uomo più solo e più triste del mondo. Non potevo neppure immaginare che invece mi si stavano schiudendo le porte del paradiso, e me ne sarei accorto nel giro di pochi giorni.
Sistemai rapidamente le mie cose, dopo aver fatto un rapido giro di ricognizione della casa, poi andai in cucina, dove cercai di soffocare quel senso di tristezza con biscottini alla crema ed una tazza di caffè.
Impiegai qualche giorno per abituarmi all’ambiente piccolo ma estremamente confortevole della casa. Avevo notato che da ogni poltrona, seggiola, dal letto e perfino dal gabinetto e dalla vasca da bagno, una finestra piccola o grande che fosse, lasciava spaziare l’occhio sulle montagne e sulle pianure che circondavano il villaggio. Da qualunque punto, il meraviglioso paesaggio esterno si faceva ammirare come un quadro appeso alla parete.
Quando scendeva la sera, seduto alla piccola tavola e poi nella poltrona del salottino, le finestre si aprivano su una notte nera, carica di profumi, rintocchi lontani, brevi rumori.
Ciò che fino a quel momento non avevo notato, era che tutto intorno alla casa che abitavo, il villaggio era debolmente illuminato, ma le finestre delle abitazioni, al pari delle mie, erano tutte aperte, e si poteva vedere all’interno la vita che vi si svolgeva.
Mi divertiva poter vedere, seduto comodamente in poltrona, le persone che si muovevano, parlavano, sedevano nelle loro case, senza che i rumori della loro vita mi raggiungessero. Era un grande acquario, pieno di luce e di colori.
Spensi tutte le luci, e mi accomodai al centro della camera. Tre pareti avevano grandi finestre fino a terra. Sulla quarta parete, c’era la porta che dava alla cucina. Nel salone, tra una finestra e l’altra, una scala a muro saliva verso un soppalco, dove trovava luogo un salottino, la camera da letto ed il bagnetto.
Anche questi, sebbene fossero sacrificati da un tetto che scendeva ad un metro da terra, erano rischiarati da finestre lunghe e luminose, dalle quali potevo vedere i primi piani delle altre case.
A luci spente, mi accorsi che il paesaggio della vita che mi respirava intorno, era particolarmente divertente. Nessuno aveva pensato di tirare le tende, certi che in quell’appartamento (il mio) disabitato da anni, alcun occhio indiscreto avesse potuto scrutare nelle loro case.
Già dalle sei di sera nell’appartamento sul lato nord c’era aria di intimità. La coppia di ragazzi che vi abitava, si rincorreva ridendo per la casa, e vedevo accendersi le luci delle camere al loro passaggio.
Non riuscivo a vedere i loro visi, perché erano lontani, ma le figure erano ben delineate, ed i corpi snelli che si abbracciavano e si ritraevano, per poi ricongiungersi, erano belli.
Dalla finestra ad est si vedevano due anziani coniugi ed un giovane che passava la serata sdraiato sul divano davanti alla televisione.
Ad ovest c’erano due appartamenti. L’uno con le finestre accese, ma non si riusciva a scorgere chi vi fosse alloggiato l’altro al buio totale. Sul pianerottolo che dava al mio appartamento, c’era un’altra porta, che dava accesso ad un appartamento speculare rispetto a quello che abitavo.
Non sentivo rumori forti provenire dall’interno, e le finestre mi erano completamente nascoste. Potevo solo immaginare che vi abitasse qualcuno, perché molto raramente il suono di una voce, un tintinnio di piatti e bicchieri mi raggiungeva nel silenzio ovattato.
Mi accorsi che mi stavo divertendo a guardare nelle case degli altri, e me ne vergognai. Senza accendere la luce andai in cucina, abbassai la tapparella, poi girai l’interruttore della lampada centrale e mi misi a cucinare qualcosa in fretta.
Mentre mangiavo, sentivo dentro di me crescere l’eccitazione e la curiosità per questa nuova esperienza, ma cercavo di rallentare il ritmo delle cose da fare. Avevo davanti a me un tempo infinito: giorni, mesi, in cui avrei dovuto dare un ordine alla mia vita e ricominciare tutto daccapo.
Tornai in salotto, sedetti sul divano con un libro, ma prima di accendere la luce, rischiarato solo dalla lampada della cucina, detti uno sguardo ai miei nuovi vicini di casa.
A nord i ragazzi erano seduti a tavola. Continuavano a ridere, ed ogni istante era buono per alzarsi, accarezzarsi e tornare a sedersi.
Gli anziani ad ovest erano in camere diverse. Il ragazzo nella sua camera. La madre in sala rigovernava la tavola. Il padre non si vedeva.
Vedevo chiaramente che il ragazzo era disteso sul letto, e leggeva.
L’altro appartamento ad ovest era occupato da tre donne. Una più matura e due ragazze.
C’erano altre case, più lontane, con le finestre illuminate, ma l’angolazione e la lontananza non mi consentivano di vedere cosa stesse succedendo al loro interno.
I ragazzi della finestra nord avevano cominciato a sparecchiare, e si apprestavano ad uscire. Lui, in camera, seduto sul letto stava infilandosi scarpe pesanti da neve, mentre lei era in bagno. La tendina leggera che velava la finestra davanti al wc lasciava intuire la sua forma in posizione seduta.
Ad un tratto, lui entrò e si pose davanti allo specchio. Lei finse di lamentarsi, ma si alzò e lo raggiunse davanti al lavandino. Non aveva rialzato slip e pantaloni, ed aveva percorso il breve tratto verso il suo uomo saltellando e ridendo.
La finestra accanto al lavabo era grande, e non nascondeva nulla. Potevo chiaramente scorgere lei, che cingeva il suo uomo dalle spalle, e lui con le mani dietro la schiena cercava di accarezzare le dolci forme che si erano incollate al suo corpo.
Un bel culetto tondo e bianco, che si lasciava carezzare dalle mani di lui, e si vedeva chiaramente che nel movimento rotatorio della carezza, lui cercava di insinuarsi nel solco. Di scatto, lei si allontanò ridendo. Lui si girò e per un attimo vidi la ragazza dal davanti, con il suo piccolo triangolo scuro in luce. Il ragazzo si inginocchiò velocemente, cinse la donna con le mani e portò il suo viso ad altezza del pube della donna, affondandovi. Lei scoppiò a ridere, piegandosi verso la testa del suo amante, e si ritrasse di corsa. Si fermò solo per alzare gli slip ed i pantaloni mentre il ragazzo, tornato davanti allo specchio, terminava di sistemarsi i capelli.
Pochi istanti dopo li vidi uscire mano nella mano.
Nelle altre finestre non c’era vita. IL ragazzo sul letto era quasi immobile. Il padre e la madre si erano seduti davanti alla televisione.
Le ragazze dell’appartamento ovest erano prese dai lavori di casa. La più anziana (ma avrà avuto trent’anni) stava riponendo della biancheria in un armadio.
Una delle giovani era in bagno, e l’altra in una delle camere e sembrava impegnata in una conversazione telefonica.
Decisi che sarebbe stata una cosa giusta andare a dormire, e lasciare tutte queste persone alle loro intimità. Dopo essermi lavato rapidamente, mi infilai a letto, lasciando tutte le finestre aperte con le tende spalancate. Se mi fossi svegliato durante la notte…..
Al mattino presto sentii bussare ripetutamente alla mia porta d’ingresso. Non aspettavo nessuno e davvero non immaginavo chi potesse essere. Misi una vestaglia sulle spalle e scesi.
“mi scusi, dottore, se l’ho disturbata così presto” esordì un uomo sulla quarantina.
“Lei è il dottor Adler, non è vero?”
“si, io sono il dottor Adler. Ma non ci conosciamo….”
“la conosciamo di fama, sappiamo che lei è molto bravo, e che conduce una vita molto ritirata”
Cercai di interromperlo, si trattava certamente di un equivoco. Io ero il dottor Adler, ma non ero il medico. Lo stimato professionista, bravo quanto riservato, era mio fratello. Io ero dottore in lettere…
Non mi faceva parlare. “capisco che lei non voglia essere disturbato, ma è proprio una cosa urgente: mia moglie ha preso una grossa storta ad una caviglia, e non riesco a farla alzare dal letto. Avrebbe dovuto accompagnarmi all’aeroporto, perché sto partendo per la Cina, ma ho dovuto chiamare un taxi che ora mi sta aspettando… rischio di perdere il volo… per piacere… ci pensi lei…
“ma le dico che non sono un medico….” “ ho capito, dottore. Allora faccia finta di esserlo, almeno una volta…” e prese a correre lungo la scala che portava al giardino.
Rimasi come un babbeo sulla porta, vedendo quell’uomo svolazzare per il giardino con una valigia in una mano, il cappotto sull’altro braccio.
Non sapevo davvero come comportarmi. Inutile dire che non avevo la minima idea di come agire. Ero esperto di massaggi, per lunghissima pratica… ma niente di più. Decisi di andare dalla signora infortunata, e farle compagnia almeno finchè non fosse arrivata una guardia medica.
Era l’inquilina della porta accanto, e non faticai a varcare la soglia della loro casa, lasciata semi aperta dall’uomo in fuga. Appena dentro, chiesi ad alta voce “permesso?” ma non ricevetti risposta.
Camminai nella sala, con la curiosa sensazione di percorrere la mia casa al rovescio. Già sapevo dove andare, per trovare il letto della signora, e salii le scale facendo più rumore possibile, per far sentire che stavo arrivando.
Mi sentivo ridicolo in pigiama, pantofole e vestaglia, in casa di una persona sconosciuta, mentre salivo le scale. Ma la donna era stata messa al corrente del mio arrivo? “E’ permesso?” chiesi nuovamente ad alta voce.
“Si accomodi, dottore” mi rispose una voce leggermente rauca.
“scusi il disordine, ma non ho potuto fare niente in casa. Appena alzata ho preso questa terribile storta, e mio marito ha dovuto rimettermi a letto…”
“signora, io non sono il dottore. Sono dottore, ma non sono medico” esordii molto convinto.
“Capisco. Mi avevano detto che lei è una persona schiva, e non volevamo proprio disturbarla, ma abbiamo chiamato la guardia medica, e non c’era nessuno disponibile. “
“senta.” Iniziai, ma fui subito interrotto. Con un gesto fulmineo, aveva fatto volare le coperte e le lenzuola, mettendo a nudo un bellissimo paio di gambe. Indossava una camicia da notte chiara, molto corta. “per piacere, dottore, provi a vedere… tocchi la caviglia. Mi fa male…”
“io posso toccarla, ma ripeto, non sono medico. Ora lo sa, e non dica che non l’ho detto…”
Sorrise. Alzò leggermente la gamba, ed emettendo un gemito appoggiò il tallone sul letto. La guardai, e il suo sguardo mi sollecitò a toccare. Presi in mano la gamba all’altezza del polpaccio, e con l’altra mano tenni sollevato il piede. Così, dolcemente, iniziai a ruotare il piede lentamente. Doveva farle male, ma non era gonfio. Emise un altro gemito, ma non sembrava fosse di dolore.
La guardai e mi sorrise. Lentamente iniziò a divaricare le gambe, come a mettersi più comoda. Io stavo sudando sotto la mia vestaglia. Lo sguardo corse lungo la gamba su, verso il pizzo della camicia da notte, che ormai non riusciva più a nascondere nulla. Mi accorsi che il massaggio che stavo facendo, aveva un effetto rilassante. La signora si era distesa completamente, allontanando il cuscino, e la sua schiena si inarcava ad ogni passaggio. E la camicia da notte scivolava verso l’alto… indossava un piccolo tanga, che ad ogni movimento, lasciava scoperta una piccola porzione di pube. Lo vedevo comparire, poi si spostava, spariva e ne appariva un altro pezzo.
La mia eccitazione doveva essere molto evidente. Sudavo e la toccavo. Dentro i pantaloni del mio pigiama, il mio sesso aveva preso proporzioni enormi, e non osavo alzarmi in piedi.
Ad ogni movimento, il suo corpo scivolava lentamente verso di me, ed ora la camicia da notte era arricciata sopra un bellissimo ombelico, che trionfava su un pancino bianco, morbido, dolcissimo.
“provo a voltarmi un pochino, eh? Magari riusciamo a prendere il punto giusto” disse la donna, mentre a gambe appena divaricate, tentava di mettersi a pancia in giu, mostrandomi un culo meraviglioso, appena solcato dal filo del perizoma che si ricongiungeva al laccio sui fianchi.
Continuai a massaggiare, con due mani. La caviglia, il piede, il polpaccio. E di nuovo la caviglia.
“si liberi della vestaglia, la prego. Sta sudando per colpa mia… non si faccia dei problemi”
“signora… “iniziai perplesso “ non sono abituato a queste situazioni , capirà.. non sono presentabile” Scoppiò a ridere. Una risata che fu una sferzata ancora più energica alle mie parti basse. Sentivo che il mio membro era grosso e teso come un totem… “Le ho detto di non preoccuparsi. Mi rendo conto di quello che le sta succedendo.. non mi faccio problemi io, e non se ne faccia nemmeno lei…”
Mi liberai della vestaglia. Il pigiama era talmente tirato sulla verga che lo sguardo della donna si fissò sul mio basso ventre e non voleva spostarsi.
“Salga sul letto. Si metta a cavalcioni, e vedrà che il massaggio sarà più facile”
Eseguii. Era ormai chiaro che il gioco lo conduceva lei. Ed era altrettanto chiaro che quella storta era davvero poca cosa, se riusciva ad inarcare il suo corpo in modo tanto eloquente ad ogni passaggio delle mie mani.
Ero in ginocchio ai suoi piedi, lei giaceva supina, a gambe divaricate, e le massaggiavo con moto ondulatorio il piede, la caviglia, il polpaccio. Poi presi a massaggiare con l’altra mano l’altro piede, la caviglia, il polpaccio. Sentivo quel corpo che si abbandonava, e si muoveva come per incitarmi ad una danza tribale.
La farsa era finita. Ora non ne potevo davvero più, e volevo gettarmi sul suo corpo, toccarla tutta, baciarla ed infine…
Iniziai a proseguire con il massaggio oltre il ginocchio, dove le cosce belle sode si tuffavano nel più bel paio di chiappe avessi mai visto fino a quel momento
Massaggiavo ed avanzavo lentamente, in ginocchio, tra le sue gambe, costringendola a divaricarle sempre più. Ormai la caviglia era stata abbandonata, e le mie abili mani massaggiavano contemporaneamente le due cosce, all’esterno, poi all’interno.
Mentre salivo lentamente verso l’incrocio delle sue gambe, il minuscolo perizoma si spostava lasciando apparire un morbido pelo biondo ed un piccolo bocciolo racchiuso in due tenere labbra.
Lei sospirava, non diceva nulla. La camicia da notte era ormai a metà schiena, e desideravo sfilargliela del tutto, per vedere quel meraviglioso corpo nella sua completa nudità. Non avevo ancora visto i suoi seni, che però immaginavo belli come il resto del corpo.
Mentre le mani continuavano a massaggiare i fianchi, e con un movimento rotatorio si soffermavano sulle chiappe, morbide bianche avvicinai il viso alla sua schiena, e la baciai leggermente sul solco appena sopra il culetto. Questo le bastò per emettere un gemito più forte seguito da un fremito che mi faceva pensare ad un piccolo terremoto…
Appoggiai il mio corpo al suo, mentre le mani continuavano a percorrere i fianchi. Giunte alla camicia da notte, la afferrarono dolcemente e la portarono fino al capo della ragazza. Si impigliò nei seni che non volevano lasciarla salire, e con una mano percorsi il suo corpo dal ventre al collo, sfiorandole prima uno e poi l’altro seno, per consentire all’indumento di sfilarsi. Sotto le dita, sentii i capezzoli induriti, e finsi di ignorarli.
La testa passò dalla camicia da notte in un baleno, e nel voltarsi verso di me, vidi uno sguardo dolcissimo, con una forte carica di desiderio.
Tra noi non c’era neppure una parola. Il mio corpo era per metà a contatto con il suo. Il mio uccello era all’altezza del suo culo, che sentivo muovere in senso ondulatorio, cercando di condurre una danza propiziatoria. Certamente lei sentiva la durezza del mio pene, e cercava di farmi impazzire al contatto con la sua morbida porticina.
Continuai a baciarle la schiena con piccoli attacchi, a labbra aperte mentre la lingua picchiettava veloce la carne. La mia bocca saliva verso la nuca, baciava la base dei capelli, la lingua cercava le sue orecchie e vi si insinuava piano, seguendo con la punta il percorso del suo padiglione fino a raggiungere la cavità.
Le avevo allargato le braccia sul lettone, e le mie, ora che il corpo giaceva sopra il suo, che a sua volta danzava lentamente all’apice della voluttà, le mie braccia percorrevano le sue, carezzando la loro superficie, e le mani cercavano le mani, poi si ritraevano e percorrevano il cammino inverso.
“che meraviglia” si lasciò scappare in un gemito. “sei tu, meravigliosa, la fonte del piacere” le risposi.
Mi spostai accanto a lei, per consentirle di muovere il suo corpo bellissimo. Volevo vederla tutta, godere della sua immagine.
Mi ritirai in fondo al letto, mentre lei allungata in una posa conturbante, mi guardava piena di desiderio.
Con una mano iniziò a carezzarsi un fianco. Gli occhi non si staccavano dai miei. La sua bocca, me ne accorgevo solo ora, era rossa, con due labbra sottili ed una linguetta che la percorreva umettandole continuamente. La mano scivolava sulla pancia, ed un dito percorreva il contorno dell’ombelico, lentamente. Sentivo il suo sguardo, ma desideravo guardare quello spettacolo di desiderio. I suoi occhi si socchiudevano, mentre il dito terminato il suo percorso, entrava piano nel piccolo buco, e la pancia si contraeva in uno spasimo, poi la punta del dito scendeva verso il pube, disegnato da un taglio molto sapiente, ed arricciava i riccioli biondi. Poi sembrava voler risalire, ma improvvisamente si tuffava nel solco e le gambe, da aperte e morbidamente adagiate, si serravano nervose intorno al dito indagatore che si era infilato tra le grandi labbra.
Il corpo si alzava e si abbassava, L’arco della schiena lasciava intravedere la morbidezza del sedere, ed io desideravo scivolare sotto quel corpo, per sentire sul mio viso la consistenza di quella pelle che stava fremendo per il piacere.
Lentamente si voltò verso di me, facendo in modo che le gambe divaricate si trovassero proprio all’altezza del mio sguardo. In quel momento si aprì dolcemente come un fiore che si schiude, ed alzando il bacino mi mostrò il suo dito, che scivolava sul piccolo clitoride, e piano entrava nel solco per poi uscirne immediatamente e ripercorrere la stessa strada.
La mia mano andò ai bottoni del pigiama, che sgusciarono dalle loro asole, quasi fossero pronti al gioco da tempo immemorabile. Volò la giacca ed i pantaloni, chiusi solo da una cordicella allacciata, attendevano il loro turno. Quando feci per tirare i capi della cordicella, lei mi fece cenno di attendere. Sfilò il dito dal suo nascondiglio umido, e lo passò sulle sue labbra, mentre il corpo si metteva in movimento per raggiungermi. In un attimo fu davanti a me, ed il suo dito mi carezzava le labbra socchiuse. Forzò l’ingresso della mia bocca e fu dentro, accolto dalla mia lingua che lo voleva accarezzare. Il suo sapore era stupendo, e mi piaceva sentire tra le labbra ciò che fino a poco prima era stato nel suo bocciolo. Poi appoggiò le sue labbra alle mie, in un bacio tenerissimo, in cui la lingua, leggera e non invadente, leccò la mia, poi lambì i miei denti, le labbra ed uscita all’aperto, percorse il mento ed il collo.
Le mani mi tiravano leggermente per invitarmi a distendermi, ed io ubbidivo, preso da un piacere che ormai aveva coinvolto tutti i miei sensi.
La lingua proseguiva il suo cammino, ora si trovava sul petto, e con piccoli colpi cercava di raggiungere i miei capezzoli. Prima l’uno poi l’altro, li toccava leggermente, ci girava intorno e riprendeva il cammino. Poi, pentitasi di essersi allontanata, tornava e lasciava che tutta la lingua percorresse – ruvida - il piccolo promontorio. I denti si incaricavano di mordicchiare leggermente, e poi finalmente riprendeva la sua strada.
Sentivo il calore del suo corpo caldo che mi toccava. I suoi seni sfioravano il mio petto dandomi brividi di intenso piacere.
Il mio ventre era talmente teso, che il solo contatto con i suoi capelli era capace di darmi una scossa da vertigine.
Il suo viso scendeva, e la lingua continuava a toccare, prima con la punta, poi in tutta la sua lunghezza, poi ritraendosi ancora con la punta lungo la pancia, infilandosi decisa nell’ombelico ma uscendone subito per raggiungere il pube.
Le mani intanto mi carezzavano i fianchi, poi salivano, massaggiavano il collo e le dita scivolavano nella mia bocca, una dopo l’altra, per farsi succhiare teneramente. Poi, scese al cordoncino dei pantaloni, disfò il nodo e li aprì, lasciando a nudo il mio sesso prorompente.
Il suo viso aveva intanto incontrato l’ostacolo maestoso del mio uccello, che reclamava la sua parte di attenzione. Le labbra iniziarono a percorrerlo piano, dalla base alla punta, senza però che la lingua giungesse all’apice. Le mani, ora, scendevano sui fianchi e si imponevano sulla schiena, scendendo sempre più sul mio sedere.
Alzai leggermente la schiena, poggiando sui talloni, ed una mano riuscì a raggiungere il solco tra le chiappe, mentre un dito lentamente lo percorreva, cercando di regalarmi un nuovo piacere.
La bocca intanto continuava la sua scalata, e quando finalmente giunse all’apice, la lingua iniziò a solleticare prima il filetto, poi tutto intorno al glande che, grandissimo, era sensibile e teso come mai prima d’ora.
Continuò a giocare mentre le mani, tornate davanti, avevano cominciato ad accarezzare le mie palle, che irrigidite nella spasmodica erezione, erano quasi doloranti per il piacere.
Cercai i suoi occhi, e lei mi guardò teneramente. Nuda accovacciata ai miei piedi, sembrava che tra noi ci fosse una lunga storia di amore e di intesa sessuale. Sembrava che conoscesse il mio corpo alla perfezione, ed io il suo.
Con una mano prese una mia mano , e la strinse dolcemente mentre la sua bocca si aprì dolcemente per fare entrare il grosso glande. Sentivo la lingua che lo accarezzava e le labbra, serrate intorno, lo scaldavano e lo facevano fremere
Rimasi immobile. Lei gustava piano quel gioco che aveva desiderato fin dall’inizio, ed ora che lo aveva conquistato, sembrava non avesse fatto altro in vita sua che tenerlo dentro di sé, coccolandolo, succhiandolo, leccandolo con una dolcezza infinita.
Il mio corpo era fremente, teso, ogni centimetro, appena sfiorato da una mano, da un lembo della sua pelle, riportava al cervello una sensazione di intenso piacere, che poi rimbalzava nuovamente ed andava a corrispondere laggiù, in cima allo scettro che nella sua caldissima bocca, univa i nostri corpi.
Si allontanò lentamente, sempre accarezzandomi, e scivolò con il suo corpo sul mio, finchè le sue labbra, incontrata la mia bocca, mi restituirono qualche goccia dell’umore che aveva avidamente succhiato.
Mentre ci baciavamo, le mie mani presero ad accarezzare la sua pelle, la schiena che guizzava ad ogni contatto, le chiappe, poi giunte alla massima estensione del braccio, scivolavano sotto il ventre e lo percorrevano a ritroso.
Sempre a bocche unite, mentre le nostre lingue si rincorrevano in un gioco morbido e voluttuoso, la feci adagiare sulla schiena e piano mi staccai da quel bacio. Le chiusi gli occhi con le labbra e senza una parola, cominciai a tempestarla di piccoli baci dovunque. Senza un percorso stabilito, in ginocchio accanto a lei, sorretto dalle braccia, volevo essere imprevedibile, perché ogni contatto fosse assolutamente inaspettato.
Ad ogni bacio lei sussultava, e gemeva. Ora su un braccio, ora sul ventre, ora sul petto, via via che la baciavo vedevo la sua pelle incresparsi,in miriade di puntini. Era il piacere che ormai era esteso anche su tutto il suo corpo. La lingua picchettava il collo, si insinuava sotto un’ascella, poi tornava ad un orecchio e precipitava sul pube, riprendeva quota e toccava appena un capezzolo ed ancora un fianco, il ventre…
Ad un tratto, mentre questo gioco stava diventando crudele, prese con ambo le mani la mia testa, e la portò decisa in mezzo alle sue gambe, perché assaporassi il frutto di quel fantastico godimento.
Le gambe spalancate, il mio viso appoggiato su una coscia, le labbra succhiavano piano il clitoride inondato di umore salato. Un dito la penetrava lentamente, e poteva sentire il calore del suo desiderio, un altro dito sfiorava il buchino tra le chiappe, che stentava a sciogliersi ed a permettere una carezza più profonda.
Il suo corpo era completamente adagiato, immobile. Sentivo ogni tanto un guizzo dentro il ventre, che mi avvisava di aver colpito un centro del piacere più intenso, e continuavo a leccare lentamente, a succhiare dolcemente, ad accarezzare ed a penetrare. Ora anche il buchino si era ammorbidito, ed il secondo dito, lubrificato dall’umore fuoriuscito dal primo, entrava oltre il primo anello.
Con l’altra mano libera, andavo ai capezzoli, prima strofinandoli leggermente, poi con passaggi sempre più concentrici, arrivavo alla punta, che ormai era indurita. Poi strizzavo leggermente, e riprendevo la carezza dalla base.
Mi accorsi che il suo corpo era pronto, e percorrendo con la lingua tutto il corpo fino alla bocca, mi fermai a baciare quelle labbra calde che mi chiedevano la lingua, la succhiavano, e mi invitavano all’ultimo gioco.
Sopra di lei sentii le sue gambe aprirsi, e senza neppure indirizzarlo con la mano, il mio uccello entrò in lei, in quel meraviglioso antro morbido e bollente che non attendeva altro che di essere riempito.
L’ingresso fu lento e lei trattenne il fiato mentre avanzavo. Spingevo piano, e lei piano si apriva.
Giunto in fondo, e lei certamente si aspettava che mi ritraessi per iniziare il movimento, diedi ancora un colpo di reni, facendola gridare dal godimento. Le sue dita mi strinsero e le unghie mi graffiarono la schiena mentre sfilando lentamente la mia grossa spada, le davo la sensazione di voler uscire. Ed invece affondai nuovamente e mi ritrassi poi ancora ed ancora, mentre il movimento iniziava a farsi ritmato ed i nostri corpi si allacciavano sempre più.
Le alzai una gamba, mentre continuavo a pompare con vigore, e questo gesto la condizionò ad alzare anche l’altra. Così si pose con le due gambe sul mio petto, mentre ora entravo fino in fondo e le toccavo il punto del massimo piacere.
Si distese nuovamente e cercò ancora la mia bocca. Poi mi mordicchiò un labbro, e la sua bocca scivolò su un orecchio: piano sentii il calore della sua lingua che entrava.
Con le mani mi accarezzava la schiena e le sue dita, percorso tutto il solco della colonna, si insinuarono tra le mie chiappe, cercando il buchino per sollecitarlo.
Il ritmo dei miei colpi andava aumentando, e così i suoi ed i miei gemiti. Godevamo immensamente. Eravamo tutt’uno con i nostri sessi. Ed io sentivo che stavo per esplodere dentro di lei. Aprii gli occhi per cercare i suoi , e li vidi aperti e pieni di passione. Era il segnale che potevo lasciarmi andare. Aumentai ancora il ritmo, e lei mi seguì alzando ed abbassando il ventre finchè sentii il fuoco che saliva verso la punta del mio uccello e in una interminabile sequenza di sussulti e contrazioni, riversai in lei tutto il frutto del mio piacere,mentre la sentivo contrarsi, afferrarmi, sbattere ed ancora gridare tutto il suo godimento.
Restai sopra di lei, baciandole quelle labbra morbide e dolcissime, e piano sentii che il mio sesso stava uscendo dal suo ventre. La sua mano cercò la mia bocca, mi accarezzò le labbra. Mi voltai verso di lei. Le sorrisi. Restammo fermi, ascoltando i nostri respiri per molti minuti.
Poi lei si alzò rapidamente e sparì in bagno,mentre io recuperavo il mio pigiama e la vestaglia indossandoli.
Attesi il suo ritorno seduto sul letto. Ero ancora stravolto da quel tremendo fuoco.
“La tua caviglia? “ le chiesi sorridendo.
“Sei un mago. Mi hai fatto passare il dolore” rispose con una risata.
La baciai sui capelli e scesi al piano terreno guadagnando l’ingresso. Lei si apprestava a fare una doccia.
Appena a casa, corsi in bagno e feci scorrere l’acqua nella vasca, prevedendo il bagno più lungo della storia. Mentre stavo per entrare in acqua, sentii il campanello suonare. Scesi velocemente dopo aver infilato la vestaglia sulla pelle nuda, ed aprii la porta.
Lei era là, con i capelli bagnati ed arruffati ed un buffo accappatoio lunghissimo, a piedi nudi.
“come ti chiami?” mi disse sorridendo.
“Gilberto. Ma tu mi chiamerai Jill come tutti gli amici. E tu?
“Serena” e mi porse una mano che sbucava a fatica dalla lunghissima manica dell’accappatoio.
Poi si voltò, e con la manica prese ad asciugarsi i capelli mentre chiudeva la porta dietro le sue spalle.

MICKY
MICKY
MICKY
l’avventura con Serena, la casa mi sembrò più bella, luminosa, accogliente. Il bagno caldo mi rilassò e mi regalò un torpore che mi consigliò di fiondarmi a letto, per riprendere il sonno interrotto.
Al mio risveglio, un sole accecante entrava dalle finestre, e mi alzai pieno di voglia di camminare.
Preparai una veloce colazione, e per accompagnare i miei preparativi all’uscita di casa, misi un cd nello stereo. Una collezione di musica jazz che rendeva l’aria più elettrizzante.
Mi affacciai alla finestra nord, e sbirciai nella casa dei ragazzi. Tutto era immobile. Forse erano usciti per andare a lavorare.
Ad ovest i genitori erano chini su di un tavolo, e sembrava stessero contando delle cose con una particolare cura. Del ragazzo neanche l’ombra.
Nell’appartamento delle tre donne, c’era una sola ragazza visibile. Aveva un asciugamano arrotolato intorno alla testa, e pensai che avesse appena fatto la doccia.
Nell’ultimo appartamento, quello che la sera precedente era rimasto al buio, tutte le finestre erano spalancate. Da una di esse pendevano due cuscini, e vedevo nella camera due materassi di lana, gonfi e bianchi. Qualcuno vi aveva dormito.
Rimasi qualche minuto ad attendere, mentre mi allacciavo la camicia ed infilavo il maglione.
Passò e ripassò davanti alla finestra un uomo, avrei detto sulla trentina, che stava rigovernando la camera. Si fermò davanti alla finestra per ritirare i cuscini, e mi vide. Mi fece un gesto di saluto con la mano, ed un sorriso, poi riprese le sue faccende. Ricambiai il gesto, e mi ritirai chiudendo la finestra. Ora la mia presenza era ufficiale.
Quando chiusi la porta alle mie spalle e scesi in giardino, ebbi una sensazione immediata. Non ero solo. Avevo proprio l’impressione che qualcuno (ma più di una persona) mi stesse guardando, magari nascosto dietro una tenda.
Sentivo di avere molti occhi addosso, e mi fermai appositamente, con il pretesto di allacciarmi una scarpa. Così facendo, voltai lo sguardo in tutte le direzioni, ed ebbi confermata la mia sensazione. Da almeno due finestre, qualcuno toccò le tende, facendole oscillare. Segno che mi stavano guardando.
Gli appartamenti erano quello delle ragazze, e quello degli anziani coniugi. Avevo suscitato la loro curiosità!
In giro per il paese, non avevo nulla da fare e mi recai nel bar della piazza per bere un caffè, quindi ne approfittai per fare un po’ di spesa.
In fila alla cassa, vidi accanto a me l’uomo che avevo visto poco prima alla finestra, che mi salutò con maggiore cordialità. Ricambiai un po’ imbarazzato, ma lui si avvicinò senza alcun tentennamento, e si rivolse a me con una voce calda e gioviale.
“ Vedo che sei un nuovo inquilino…. Benvenuto!” mi disse porgendomi la mano.
“Sono qui di passaggio. Non so quanto mi fermerò, ma comunque grazie per il benvenuto. “
“rivolgiti a noi quando vuoi. Se hai bisogno di qualcosa, se ti senti solo, se hai qualsiasi genere di problema, basta che sali un piano di scale, proprio di fronte al tuo appartamento, e faremo il possibile per aiutarti”
“grazie… sei molto gentile, ma spero di non dovervi disturbare”
“Vivi solo?” mi lanciò con finta indifferenza, mentre ostentatamente guardava l’etichetta di una confezione di biscotti
“Si. Tu no, mi pare di aver capito” gli risposi
“no. Siamo due ragazzi nello stesso appartamento. Sai, ci dividiamo le spese. Non è sempre facile vivere da single con questi prezzi…”
Mi ricordai che quando lo vidi stava rigovernando un letto matrimoniale… pensai che forse più che una convivenza di comodo, si poteva trattare di una convivenza… di piacere.
Lo salutai cordialmente, e me ne andai per la mia strada.
Mentre tentavo di aprire il cancello del giardino condominiale, sentii alle mie spalle che qualcuno stava sopraggiungendo. Era una delle tre ragazze che alloggiavano sul lato ad ovest del mio appartamento. La salutai per dovere di cortesia, e mi ricambiò con un ampio sorriso. Le tenni aperto il cancello mentre entrava, e passando sentii che aveva un buon profumo, di quelli di gran marca. Una ragazza che vestiva con stile.
Salì le scale senza voltarsi, ed io proseguii verso il mio appartamento.
Di Serena non c’era traccia. Nessun rumore dalla sua casa.
Chiusi la porta, e ripresi ad ascoltare quel cd che avevo interrotto uscendo. Presi un foglio da disegno, e con un carboncino che tenevo sempre in un astuccio con le mie cose, iniziai a scarabocchiare uno schizzo.
Man mano che il tempo passava, sul foglio si materializzava il corpo di Serena, con i suoi piccoli seni sodi ed appuntiti, il suo meraviglioso sedere rotondo, le gambe ben tornite.
Quella donna mi aveva davvero fatto girare la testa.
Sedetti sul divano ed apersi il libro che avevo portato con me, per immergermi nella lettura.
Il tempo volò tra lettura, pensieri, una pausa per il pranzo (due uova in padella con un po’ di pomodori conditi) e di nuovo sul divano a sonnecchiare.
Quando il buio cominciò a calare, lasciai spente le luci, e mi misi nel mio posto di osservazione.
I ragazzi dell’appartamento a nord stavano parlando, lei seduta sul bracciolo di una poltrona, lui nella stessa poltrona, cingendole i fianchi con il braccio. Ogni tanto lei si sporgeva verso di lui e lo baciava teneramente.
Nell’appartamento dei due anziani genitori, c’era solo il figlio. Sul suo letto stava leggendo qualcosa che evidentemente gli dava un’emozione…particolare.
Sfogliava il giornale con una sola mano, mentre con l’altra si carezzava in mezzo alle gambe.
Si slacciò i pantaloni, restando disteso, e ne estrasse un arnese lunghissimo che cominciò a menare lentamente, quasi con noia.
Nell’appartamento accanto al suo, le ragazze erano di nuovo tre, ed erano impegnate nelle faccende domestiche. L’una , in cucina, puliva della verdura. Una seconda apparecchiava la tavola, mentre la terza (quella che avevo incontrato) dopo aver riposto qualcosa in un armadio, entrò nella camera ed iniziò a spogliarsi.
La vidi lanciare il maglioncino e la camicia sul letto, poi si sfilò la gonna e restò in reggiseno e slip.
Era voltata verso l’interno della camera, mentre si abbassava gli slip, mettendo in mostra un sederone candido. D’un tratto, come se avesse sentito il mio sguardo su di sé, si voltò di scatto e mi guardò. Io non mi mossi di un millimetro, e lei, per tutta risposta, mise le mani dietro la schiena e slacciò il reggiseno.
Aveva due grosse tette, leggermente cadenti, con grandi capezzoli dall’aureola molto scura.
Senza fare alcun gesto, senza neppure sorridere, restò ferma alla finestra mentre la guardavo. Era completamente nuda, ed il pube era coperto da un pelo nero foltissimo che spaziava anche attorno, quasi fosse una coperta posticcia.
Poi con un gesto studiato, girò su se stessa, rimase ferma per qualche secondo, e poi andò in fondo alla camera, per continuare quello che aveva iniziato.
Dopo aver girovagato in cerca di qualcosa sul tavolo, prese ciò che aveva trovato e venne a sedere sul letto, proprio di fronte alla finestra. Era ancora completamente nuda, e cominciò a curarsi i piedi, prima tagliando, poi limando ed infine dipingendo le unghie. Assumeva delle posizioni contorte, che lasciavano intravedere l’interno delle sue cosce, ma per la lontananza non riuscivo a scorgere null’altro.
Era uno spettacolo eccitante, ed avrei voluto chiamare nel mio appartamento il ragazzo della porta accanto, perché almeno sostituisse con la visione di una bella ragazza nuda, quella di un pezzo di carta stampata…
Mi sorprendeva l’indifferenza con la quale la ragazza restava nuda davanti a me, quasi io non esistessi affatto oppure fossi una persona alla quale era abituata da tempo.
Quando ebbe terminato il suo lavoro di pedicure, la ragazza si infilò sul corpo nudo un leggero abito nero, di maglina di lana, e sedette allo specchio a truccarsi e sistemarsi i capelli.
La guardavo avvicinarsi ed allontanarsi dallo specchio, per guardare l’effetto del trucco, poi chiuse la scatola che conteneva i suoi attrezzi, e si alzò, raggiungendo le altre ragazze in cucina.
Passando davanti alla finestra, mi lanciò una lunga occhiata, e proseguì il cammino.
Dalla tavola, alla quale si era seduta per cenare, la ragazza voltava spesso la testa nella mia direzione, ed io non mi spostavo , attendendo la volta successiva che mi avrebbe guardato.
Continuavo a pensare al suo corpo formoso che, appena contenuto da quel vestitino nero, premeva e traspariva nella sua impudica bellezza.
Restai seduto accanto alla finestra finchè il pranzo non ebbe termine, poi la vidi alzarsi, prendere la borsa ed uscire. Così, come si era preparata, senza neppure indossare la biancheria intima, scendeva le scale, e sparita alla mia vista, la immaginavo camminare in giardino fino a quel cancello dove al mattino l’avevo incontrata.
Nelle finestre vicine, la vita proseguiva, ed io ancora molto eccitato al pensiero di quel corpo accarezzato dal vestito frusciante, sedetti sul divano per tentare di distrarmi.
Presi in mano il libro e cominciai a leggere, senza capire neppure una parola. Fu in quel momento che sentii bussare alla porta. “serena” pensai. Ed aprii senza attendere un istante.
Ma non era Serena. Era la ragazza dal vestito nero, che ora si trovava davanti a me, con la borsa a tracolla, ed il vestito talmente aderente che i capezzoli sembravano due bottoni cuciti all’esterno.
“ti sono piaciuta?” mi sussurrò sorridendo, mentre per entrare scivolava con il corpo contro il mio costringendomi ad appiattirmi contro lo stipite della porta.
“molto” le risposi senza un filo di voce.
“ora voglio vedere se anche tu mi piaci” mi disse sedendosi scompostamente sul divano. Immaginavo il suo corpo sotto il vestito, e desideravo accarezzare i suoi grossi seni .
Mi avvicinai a lei, restando in piedi, e lei, con il viso all’altezza del mio inguine, posò una mano sulla cerniera lampo dei pantaloni e cominciò a tirarla lentamente verso il basso. Il dorso della mano premeva sul mio sesso e mi provocava un sottile piacere.
Con le mani le accarezzavo i capelli, mentre lei cercava di sbottonarmi i pantaloni e di abbassarli.
Quando mi trovai nudo, lei seppe subito cosa fare, portando una mano tra le mie gambe a raccogliere le palle, e carezzarle, mentre con la lingua cominciava a solleticare la punta del mio grosso uccello.
Tentai di abbassarmi per sfilarle il vestito, ma lei stringeva ad ogni mia mossa, e mi provocava dolore. Non mi permetteva di toccarla, non mi lasciava giocare. Succhiava ora dolcemente ora avidamente la mia grossa cappella, con gli occhi chiusi e sentiva crescere l’eccitazione dentro di me.
Potevo solo carezzare il viso ed i capelli, perché ogni mossa mi era proibita. Con l’altra mano mi accarezzava il sedere, piano, lentamente, con movimenti circolari.
La desideravo fortemente, non vedevo l’ora di strapparle di dosso quell’abitino leggero, e tuffare il viso tra le sue grosse tette.
Tentai un’ultima mossa con le mani, per raggiungere la scollatura del suo vestito ed infilarsi all’interno, ma anche quella fu bloccata da una stretta alle palle più energica.
Lasciai che conducesse il suo gioco, e decisi di abbandonare ogni resistenza, nell’attesa di schizzare il mio seme nella sua bocca.
Ma lei, imprevedibile come era stata fino a quel momento, di colpo si staccò da me. Si alzò in piedi, lasciandomi con il grosso arnese al vento, ed aperta la porta uscì senza una parola.
Rimasi allibito, con la mia forte eccitazione lasciata a metà, le braghe abbassate alle caviglie, e probabilmente lo sguardo più ebete che un essere umano potesse mai aver avuto.
Così conciato, andai alla finestra, e dopo poco la vidi entrare in casa. Senza neppure uno sguardo dalla finestra, entrò nella sua camera, si sfilò il vestito e rimase completamente nuda.
Non dubitava che io la stessi guardando, ed i suoi larghi gesti me lo dimostravano. Andò al tavolino, estrasse dal cassetto un lungo arnese di color rosa, e si buttò sul letto a gambe spalancate.
Con una mossa lenta ma sapiente, fece scorrere il giocattolo lungo le gambe, e quando giunse all’altezza del pube, lo fece girare piano intorno al triangolo. Poi, mentre le gambe si aprivano ancora di più, e la sua schiena si incurvava per offrire alla mia vista la caverna più scura che avessi mai visto, con un gesto delicato iniziò a penetrarsi lentamente.
La mia mano correva sull’asta dura e dolorante, e piano scivolava allo stesso ritmo del suo giocattolo, quasi a simulare una penetrazione, mentre tutto il mio corpo seguiva con movimenti ritmati il gioco del suo corpo che riceveva piacere.
Bruciavo di desiderio e di rabbia per lo smacco che avevo subito, ma quel gioco perverso mi eccitava ancora di più. Cercai nelle stanze accanto alla sua la presenza delle sue amiche, ma nessuno sembrava abitare la casa oltre a lei.
Era immersa nel suo piacere solitario, immaginandomi alla finestra a masturbarmi mentre la vedevo, ed il suo corpo, percorso da brividi, ogni tanto balzava sul letto per irrigidirsi nuovamente.
Non potevo alzarmi i pantaloni in quello stato, e scelsi ancora una volta la vestaglia che copriva alla bell’e meglio la mia eccitazione. Mi precipitai fuori casa, e raggiunsi di corsa ma in punta di piedi la porta del suo appartamento.
Abbassai la maniglia, ed entrai senza fare il minimo rumore. Dall’interno vedevo le finestre della mia casa, e mi accorsi che anche io mi trovavo in quell’acquario luminoso in cui vedevo gli altri.
Di stanza in stanza scivolai nell’ultima camera da letto, la cui porta socchiusa mi aveva lasciato dare uno sguardo a quel corpo soffice, abbandonato sul letto in una posizione oscena, mentre il fallo di gomma entrava ed usciva dal solco scuro tra le sue gambe.
Non le diedi neppure il tempo di accorgersi del mio arrivo. Spostai di prepotenza la mano che impugnava il dildo, e lo estrassi velocemente mentre lei accennava ad alzarsi . La inchiodai con le braccia al letto, e con un colpo ben assestato fui dentro di lei.
“pazzo” mi disse mentre sbattevo con le palle sul suo sesso spalancato.
“ora gioco anche io” le risposi continuando a sbatterla mentre i nostri corpi saltavano sul letto.
Le mie mani che si erano subito impossessate dei suoi grossi seni, ora erano poste dietro la sua schiena e ad ogni colpo la alzavano per farle sentire meglio e più forti i colpi del mio uccello che lisciava ogni piega del suo antro profumato.
Con la bocca baciai le sue grosse tette, e la lingua leccava quei capezzoli scuri, e succhiavo e leccavo i due bottoni caldi, fino a farli diventare due lunghe protuberanze carnose e sensibilissime. Lei gemeva sotto i miei colpi e spingeva contro di me per prendere ogni centimetro della mia grossa verga.
Quando sentii che era pronta, con un balzo fui fuori di lei, lasciandola spalancata e sbalordita almeno quanto lo ero stato io.
Fu in quel momento che decisi di farle pagare l’affronto nel modo più spietato mi fosse possibile.
Impugnato il grosso uccello, cominciai a menarlo velocemente, con l’intento di spruzzarle tutto il mio seme sul viso e sul corpo. Ma lei fu bravissima ad intuirlo, e balzata a sedere sul letto, spalancò la bocca ed ingoiò la mia cappella proprio nel momento in cui stava per esplodere. Con pochi rapidi movimenti della sua esperta lingua, mi fece venire dove aveva voluto lei, inghiottendo tutto il mio caldo liquido, mentre con un dito scivolava dalle palle al buchino del mio sedere penetrandolo con un solo colpo.
Aveva vinto la prima battaglia. Sfilai l’uccello ancora durissimo e grondante dalla sua bocca, e lo infilai rapido nella sua grossa fessura, riprendendo a sbatterla con forza mentre la sentivo gemere sempre più affannosamente. Esplose in un attimo in un orgasmo travolgente, fatto di urla soffocate, di mugolii e spinte, di brividi e contorsioni. Per un attimo pensai che volesse strapparmi la verga per tenerla dentro di sé , tanta era la forza con la quale aveva stretto le gambe per il piacere.
Mi fermai soltanto quando sentii il suo corpo rilassarsi, e scivolai accanto a lei.
“Vattene” mi ingiunse senza altri gesti.
Mi alzai, chiusi la vestaglia e senza dire una parola tornai a casa.
“che giornata! “ dissi a voce alta, mentre chiudevo la porta.

UN CALDO BAGNO RISTORATORE
UN CALDO BAGNO RISTORATORE
opo tutta quella ginnastica e le incredibili sorprese, mi sentivo spossato. Con la sola vestaglia e senza alcuna voglia di rivestirmi, presi dal frigorifero un pezzo di formaggio ed un bicchiere di latte, che avrebbero costituito la mia cena.
Portai il libro che faticosamente stavo leggendo in camera da letto, e mi sdraiai dopo aver acceso la televisione.
Un programma scientifico, paesaggi magnifici, animali stupendi ed una voce calda, mi misero immediatamente k.o.. Dopo pochi minuti ero nel mondo dei sogni.
Mi svegliai presto, con la televisione che continuava imperterrita a brontolare in sottofondo. Durante la notte mi ero coperto fino al collo, perché la temperatura esterna doveva essere piuttosto fredda
Accomodai il cuscino, e pensai a quello strano condominio, dove tutti erano in vista e non se ne vergognavano, le donne erano silenziose e disinibite, e tutti sembravano vivere con assoluta naturalezza questa situazione.
Mi chiesi cosa mi sarebbe ancora successo… per essere un periodo di totale riposo, era cominciato in modo un po’ troppo turbolento…
Mi alzai e raggiunsi il gabinetto. Decisi che un bagno caldo avrebbe dato un buon inizio alla mia giornata, ed aprii il rubinetto dell’acqua calda. Mentre attendevo che la vasca si riempisse, ripresi in mano il libro e lessi qualche pagina.
Quando vidi che ormai la vasca era pronta ad accogliermi, spruzzai del bagno schiuma e con il getto del doccino produssi una bella montagna di bolle compatte e bianchissime, e mi calai nel caldo tepore dell’acqua.
Mentre iniziavo a lavarmi, sentii dei passi provenire dalla scala. Possibile che mio fratello fosse arrivato senza avvisarmi?
Non feci in tempo ad alzarmi che la porta si socchiuse, e Serena fece il suo ingresso trionfale.
“ho sentito che stavi facendo il bagno, ed ho pensato che ti servisse una mano per lavarti la schiena…” disse con un fare materno.
Indossava una pelliccia di colore grigio, che la copriva dal collo ai polpacci. I piedi erano, come al solito, nudi.
“ciao, Serena. Ma come hai fatto ad entrare?” “ non ci vuole molto” rispose con aria indifferente. “come tutti noi, anche tuo fratello lascia la chiave di scorta sotto lo zerbino. Tanto nessuno ruba in questo condominio”
Sedette sul bordo della vasca, e la schiuma le lambiva la pelliccia.
“allora, cosa hai fatto alla povera Micky?” chiese con aria beffarda
“non so neppure chi sia” chiusi il discorso
“immagino. Tu quando scopi, scopi e basta… non stai a fare molti convenevoli…”
“mi fai sentire un maniaco sessuale…. Ma se siete voi a venire a cercarmi! Io non ho mosso un dito..”
“Ho sentito tutto. E non mi importa di cosa hai combinato. Ho un ricordo talmente bello di quello che è successo tra noi, che niente potrebbe guastarlo”
“anche io ripenso spesso a quei momenti. Sei stata meravigliosa, grandiosa, perfetta…”
“beh, bando alle chiacchiere. Passami il sapone che ti lavo”
Le diedi la saponetta, e lei prese a strofinarmi la schiena. Mi ricordava la mamma, quando entrava di prepotenza in bagno, da piccolo, ma anche da grande, e con la spazzola grattava la schiena, sostenendo che da solo non ci sarei mai arrivato.
Un gesto troppo azzardato le fece bagnare la manica della pelliccia, e Serena si alzò indispettita. Voltata di spalle, fece scivolare a terra il pelo, e rimase completamente nuda.
“ma guarda… sai che sei un tipo….” Le dissi mentre la ammiravo in tutta la sua bellezza
“non ti preoccupare. Ti lascio in pace. Non voglio bagnarmi. “ e riprese a lavarmi la schiena. Poi passò al petto, al collo, alle braccia. Io la lasciavo fare, e provavo un grande piacere nel sentire la sua mano morbida scivolare lungo il mio corpo.
“se vuoi che vada avanti, devi alzarti. O almeno mettiti in ginocchio, a quattro zampe”
.
“obbedisco” sibilai compiaciuto.
La sua mano continuò a lavare, raggiunta ormai dall’altra che lavorava sul resto del corpo.
Quando si sporse per prendere il mio braccio più lontano, un suo seno mi sfiorò il viso. Fu un attimo, e tirai fuori la lingua per lambire il capezzolo che mi stava passando davanti.
“eh.. no! Devi stare fermo. Ora lavoro io…”
Attendevo il piacere di sentire la sua mano scivolare tra le mie gambe, ed insaponarmi le palle, il sedere, il piccolo arnese che riuscivo a tenere tranquillo con la forza della volontà.
Piano piano, con una mano davanti e l’altra dietro, accarezzò le mie parti intime. Sorrise quando vide il mio sesso in posizione di riposo.
“ecco il guerriero che dorme…” disse ridendo, mentre con la mano accarezzava e scivolava sull’asta ancora molle.
Poi prese il doccino e sciacquò tutto il corpo, con particolare riferimento alle parti intime. Per ultimo, lasciò il mio uccello, che sciacquò con particolare cura. Poi, presa da un istinto che non riusciva a frenare, lo prese tutto in bocca e cominciò a succhiare.
Non ci volle molto per farlo diventare enorme, nella sua bocca. Lei succhiava e sorrideva, via via che lo sentiva ingrandire ed indurirsi.
“ora basta, “ disse togliendoselo di bocca. Ho freddo e un mucchio di cose da fare” E fece per riprendere la pelliccia.
Non le diedi il tempo di allungare la mano. La bloccai e la trascinai verso di me, facendole perdere l’equilibrio. Con un tonfo e spruzzi in tutta la stanza, Serena finì nella vasca sopra di me, gridando vendetta.
La lasciai parlare,mentre – preso il sapone – iniziavo ad insaponarle i seni sodi e dolcissimi.
“Jill, finiscila!” mi intimò. Ma io non avevo nessuna intenzione di lasciarla. “dai che ho fretta! Devo ancora preparare da mangiare!”
“non importa… mangiamo qualcosa insieme…. Dopo!”
“Dopo? Dopo cosa? Io devo andarmene e non ho nessuna intenzione di lasciarmi sbattere da un bruto come te!” disse ridendo, mentre la sua mano cercava nell’acqua il centro delle mie gambe.
Le chiusi la bocca con un lungo bacio. Era finalmente tranquilla. “ho freddo” disse appena le lasciai un po’ di respiro.” Sono mezza fuori e mezza dentro”
“Eccoti accontentata!” le dissi mentre la facevo girare nella vasca, fino ad assumere la posizione che avevo avuto io.
“ed ecco che sono fuori io… ma non ci metto nulla ad entrare”… scherzai tentando di forzare le sue gambe che erano chiuse a causa della vasca troppo stretta.
Scivolò sott’acqua con la testa, e con una mano mi strinse al collo trascinandomi con se.
In apnea mi sfiorò le labbra e cercò di baciarmi, ma con scarso successo… l’acqua calda e insaponata era proprio schifosa da bere…
“dai, usciamo, Jill. Ho davvero un casino di cose da fare.”
“Se proprio insisti… ma prima devi pagare pegno” le dissi con un’aria semi seria.
“cosa devo fare che ancora non ho fatto?” rispose con voce finta ingenua.
“asciugati e vieni sul letto. “
“dai, non ho tempo di fare quelle cose… dai, rimandiamo a stasera”
“non facciamo quelle cose, anche perché non ne ho voglia”mentii
“e allora cosa vuoi?”
“tu sdraiati, e non ti preoccupare. Arrivo subito”.
Infilai un accappatoio troppo corto e troppo stretto, che lasciava tutto all’aria aperta, e volai per le scale fino in sala. Apersi la valigia dove tenevo il computer e tutti gli accessori, e presi la macchina fotografica digitale. Di corsa risalii in camera dove Serena era distesa, la testa sul cuscino appoggiata sul braccio, ed il corpo … oh che dolce meraviglia…. appena scomposto in una piega che faceva risaltare la curva dei fianchi ed il morbido culetto.
Scattai la prima fotografia appena entrato, e la sua sorpresa fu bellissima. Poi , come una modella navigata, mi diede una grandissima soddisfazione, muovendosi e danzando in un morbido gioco di braccia, gambe che si spostavano, lasciavano trasparire e poi coprire piccole o grandi porzioni della sua porta segreta.
Era meravigliosa, e le foto sarebbero state magnifiche.
“Tu!” Mi rimproverò Serena dopo una ventina di scatti “ non eri quello che non aveva voglia? Guardati in che condizioni sei!”
“ehm.. è il cavalletto…” scherzai, e lei scoppiò a ridere
“si…. Il cavalletto dei pantaloncini…..”
Si avventò sulla macchina fotografica e me la strappò di mano
“dai, smettila!, cosa vuoi fare?” le dissi cercando di coprirmi
“quello che hai fatto tu, maialino. Solo che adesso sono io ad eccitarmi.
E prese a scattare. Dal basso, dall’alto, da un lato.. Tutte le foto del mio grosso arnese.
Poi lanciò la macchina fotografica sul letto e fuggì prendendo al volo la pelliccia.
“Ciao! Gridò mentre scendeva le scale a precipizio. “Tanto lo so…. Se lascio fare a te, domani siamo ancora qui a giocare….ci vediamo stasera?”
“non lo so. Dipende da quante donne verranno a farsi sbattere…” replicai
“scemo…mettimi in lista…. Mi hai eccitato da morire… e finchè non mi avrai saziata, non pensare di stare tranquillo…”
Rimasi sul letto, e cominciai piano piano ad accarezzarmi. La voglia di possederla, di giocare con lei era ancora fortissima. Non avrei resistito fino alla sera. Era urgente che una mano risolvesse il problema immediato.
Scesi in sala, presi il computer portatile e collegai la fotocamera. Poi tornato sul letto, lasciai scorrere le immagini che avevo appena scattato.
La bellezza di Serena era prorompente… le morbide forme, il suo sorriso affascinante mi eccitavano allo spasimo. Le mie foto invece erano poca cosa, se non la testimonianza di quello che era capace di farmi provare una donna come lei.
Il desiderio mi straziava la pelle, e con la mano davo lunghe carezze al mio grosso uccello, che in pochi colpi sputò sul letto tutto il seme accumulato in una notte di riposo.
Volevo che Serena fosse ancora qualcosa di speciale, ma non solo per me. Decisi di far pubblicare in rete le foto che avevo appena scattato. C’era un sito al quale tutti gli affezionati navigatori inviavano le foto particolari delle loro donne o dei loro uomini, ed un settore era riservato alle foto più spinte.
Mi collegai alla presa del telefono ed al provider della zona. Feci una piccola scelta delle foto più belle, e le inviai al sito che tante volte mi aveva accolto come osservatore attento delle bellezze mondiali.
Non sapevo in quanto tempo le avrebbero pubblicate, e mi chiedevano qualche parola di commento. Scrissi in inglese e poi in italiano una breve frase…”Serena, l’immagine della sensualità, mi hai rubato i pensieri. “
Chiusi poi il computer e mi dedicai alle pulizie di casa.
Verso le tre del pomeriggio, Serena bussò alla mia porta, chiedendomi se avevo bisogno di qualcosa in paese. “oh si, grazie! Fai un salto in farmacia, e prendi della vaselina. Poi dal macellaio due bei wurstel… grossi, mi raccomando…, e se ti avanza tempo, un gatto a nove code…”
“ma piantala, stupido! Ed io ti sto pure a sentire!” Fece il gesto di allontanarsi, ma la presi per un braccio e la tirai dentro casa. Non le diedi neppure il tempo di reagire che incollai le mie labbra alle sue e feci scorrere la mano sotto la gonna, alzandola .
“ma… e questa? Sempre fuori, libera, pronta?” le dissi accorgendomi che le mie dita stavano accarezzando il suo pube libero da indumenti.
“ indosso qualcosa solo quando voglio stuzzicare… è più intrigante non vedere che avere tutto davanti agli occhi, no? Adesso vado solo a fare la spesa… e non devo eccitare nessuno”
“E ti pareva che una teoria così strampalata non uscisse dalla tua bocca?”
Mi spinse dolcemente e se ne andò dritta ed impettita come un granatiere in servizio.
Tornato in casa, mi collegai ad Internet, per vedere se le foto erano state già pubblicate. Appena aperto il sito, la prima foto di Serena mi accolse. Non solo le avevano pubblicate, ma addirittura avevano scelto la più bella per farne la copertina del giorno.
Il mio commento , come di consueto, era affiancato da due parole da parte del gestore del sito, che ad ogni foto scriveva le sue personali considerazioni. La frase più carina era “Ora che ti ho vista, non potrò più dormire senza sognarti”. Le altre erano tutte sul tono “mi tufferei tra le tue cosce” oppure “dove sei stata negli ultimi venti anni della mia vita” “aspettami che corro da te”. E così via.
Serena era piaciuta. Ora si trattava di sentire i commenti dei navigatori, ed i voti.
E Micky? Cosa ne era stato di quella ragazza che come un fulmine mi era passata accanto, ed altrettanto velocemente mi aveva allontanato?
Dalla finestra potevo vedere le tre donne affaccendate . In casa c’era una quarta persona. Un uomo che non avevo mai visto, ma che sembrava essere perfettamente a suo agio.
Scopersi più tardi che si trattava del vicino di casa, il convivente di quel tipo che avevo incontrato al supermercato. Aiutava a piegare la biancheria, e poi si fermava a chiacchierare facendo grandi gesti con le braccia.
La seconda ragazza più giovane era una biondina, di carnagione chiara, con un corpo esile e due piccoli seni. Teneva i capelli raccolti in una coda di cavallo.
Avrei voluto vederla da vicino. Chissà mi si sarebbe presentata l’occasione, come per Micky.
Nell’appartamento dei due genitori, il ragazzo era in camera con la madre, che gli stava indicando alcune cose. In soggiorno si vedeva chiaramente un gruppo di valigie pronto per essere trasportato.
SONIA E EDO
SONIA E EDO
iunta l’ora del pasto, come al solito non avevo voglia di cucinare, e mi limitai ad aprire una scatola di tonno, che divorai senza neppure travasarne il contenuto nel piatto, accompagnandolo con pezzetti di schiacciatina e bevendo al collo di una bottiglia di vino bianco freddo.
Gettai le immondizie nella pattumiera e passai la spugna sul tavolo, per lasciare un ordine almeno apparente… con tutte le visite che ricevevo, avrei dovuto tenere la casa in modo decente.
Accesi una sigaretta, senza aspettare che la moka brontolasse per avvisarmi che il caffè era pronto. Il suo richiamo mi colse mentre davo un’occhiata alla televisione che avevo acceso, ma rigorosamente senza audio.
Sedetti sulla poltrona, e sorseggiai lentamente la bevanda bollente. La testa piena di immagini recenti, il corpo ancora eccitato e fremente per le fugaci apparizioni di Serena.
Mi svegliai di soprassalto. Era passata più di un’ora, e mi ero addormentato seduto, con la testa reclinata sul petto.
Era il campanello dell’ingresso che aveva trillato, riportandomi allo stato vigile.
Mi alzai ed apersi la porta. Aspettavo che Serena mantenesse la sua promessa, e fui ancora una volta sorpreso nel vedere una faccia nuova, con una espressione meravigliata dipinta sul volto.
Si trattava dell’altra ragazza che viveva con Micky. Mi chiese scusa per il disturbo, e la invitai ad entrare.
“Grazie, ma non mi sembra il caso… almeno non in queste condizioni!” ed indicò con la mano e con lo sguardo il mio abbigliamento.
D’un tratto, mi resi conto che non mi ero ancora rivestito, e dall’accappatoio stretto, si poteva vedere perfettamente ciò che di solito si nasconde alla vista.
“Scusami” dissi imbarazzato, tentando di chiudere quel minuscolo indumento “mi sono addormentato in poltrona, e non mi ricordavo di essere nudo…”
“Sono venuta a chiederti un favore. Mi ha detto Micky che vi siete conosciuti, e quindi sei ormai della compagnia. Avrei bisogno che tu facessi un salto da noi, perché è caduta la riloga di una tenda della sala, ed ho bisogno di qualcuno che la regga mentre salgo la scala. Non c’è nessuno in casa, e neppure Edo, che di solito rientra presto, è ancora tornato. Puoi? Se non ti disturba, naturalmente!”
“Certo. Vengo subito. Davvero non vuoi entrare? Tanto io salgo a vestirmi e sono pronto in cinque minuti”
“No, torno a preparare le scale. Vieni quando puoi” e si allontanò.
Come al solito non avevo chiesto il nome, ma il suo viso era carino, sapeva di pulito. Una piccola coda di cavallo raccoglieva i capelli biondo cenere. Le labbra sottili, gli occhi di un azzurro pallido. Il corpo era magro, quasi non si percepiva la presenza dei seni, appena accennati sotto la camicia.
Nel vederla allontanare, notai le sue gambe lunghe dentro un paio di jeans scoloriti, e gli scarponcini che sembravano aver camminato nelle paludi più fangose.
Corsi in camera, ed indossai sul corpo nudo un paio di pantaloni della tuta, e la giacca che chiusi con la cerniera lampo . Un paio di scarpe leggere e fui subito fuori.
Bussai leggermente alla porta, che solo il giorno prima avevo aperto con determinazione. Venne ad aprire la ragazza, che mi ringraziò di essere stato velocissimo.
Andammo in sala, e davanti alla grande finestra che conoscevo dall’esterno, si trovavano due scale. Una di tre gradini, l’altra molto più alta.
“Io salgo sulla scala alta, e tu su quella piccola. Così puoi passarmi la riloga. “ Disse cominciando a salire.
Guardavo il suo corpo sottile, e mi divertivo ad immaginare la sua pelle sotto la ruvida stoffa dei jeans.
“Ecco… ci sei? Ti sei incantato?” rise la ragazza.
Salii i tre gradini e le allungai il lungo bastone pesante. Lo afferrò con entrambe le mani,, ma perse l’equilibrio e rischò di cadere. Con un balzo ripresi la riloga per darle stabilità.
“Grazie. Hai i riflessi prontissimi!” mi disse quando l’affanno per lo spavento si placò.
“Non è il tuo mestiere” le dissi “lascia fare a me. Scendi e facciamo l’opposto”
Vedevo che nel gesto di scendere le gambe le tremavano, e la toccai leggermente, facendola scivolare sul mio corpo.
Quando il suo viso giunse all’altezza del mio, si staccò, ma non mi sfuggì l’esitazione di un attimo.
“Sonia” mi disse porgendomi la mano.
“Jill” risposi portando la sua mano alle mie labbra con gesto simil-galante
“Non smentisci la tua fama, eh?” disse ritraendosi.
“Fama? Ma se sono appena arrivato! Cosa ne sai della mia fama?”
“Io so tutto. Anzi, tutti sappiamo tutto. Questo è un condominio molto particolare. Un giorno fatti raccontare come è nato, e come mai siamo tutti amici, complici, spesso anche amanti”
Salii sulla scala, mentre Sonia mi porgeva la riloga. La agganciai in un attimo.
“ora però devi tenerla alzata con un bastone, perché possa agganciarla anche dalla tua parte” le dissi.
“Vado a prendere una scopa. Ce la fai a reggerla ?”
“Ci provo! Se cado, ricordati che le mie ultime volontà sono depositate dal notaio”
“Stupido! Non voglio averti sulla coscienza”
“E dove vuoi avermi? Su qualcos’altro?”
“Smettila. Sono fidanzata”
“ok. Scusa. Scherzavo.”
Tornò in un attimo con la scopa. Si mise all’altra estremità dell’asta, ed io mi liberai per poterla raggiungere.
Spostai la scala, e salii vicino a lei, avendo cura di sfiorarla con tutto il mio corpo con la scusa di prendere in mano il bastone che stava reggendo.
La vidi imbarazzata, e pensai che lei non era proprio il tipo da avances. Avrei dovuto lasciarla stare.
In un attimo la riloga fu fissata, e scesi. Questa volta senza toccarla .
“Sei un mago anche in questo!” disse Sonia.
“Anche?”
“Anche, anche!”
“Hai ancora bisogno di me?” le chiesi quando le scale furono riposte.
“No, grazie. Ti sono debitrice” e mi diede un bacio sulla guancia.
La guardai negli occhi. Era incuriosita, provava un evidente desiderio di conoscermi meglio, ma le convenzioni glie lo impedivano. O quelli che pensavo fossero i suoi tabù. Più tardi mi accorsi che la mia diagnosi non poteva essere più sbagliata.
Mentre stavo per varcare la porta, entrò Edo. Rimase un attimo fermo, nel vedermi uscire. Poi il suo viso si illuminò e mi porse la mano
“Ciao, sono Edo.”mi disse con un sorriso bianchissimo.
“Ed io sono Jill”
“Lo so. Hai lasciato il segno” disse schiacciandomi l’occhiolino
“Anche tu! Ma cosa avete pensato? Io sono un’anima candida!” scherzai.
“Forse l’anima… ma il corpo sembra che sia rosso fuoco!” disse ridendo, ed entrando nell’appartamento delle ragazze.
“E tu? Non avrai già assaggiato il frutto proibito, eh?” rivolto a Sonia, mentre la baciava sulla bocca.
“Lo sai che non lo farei mai senza di te!” rispose la ragazza guardandolo con occhi dolcissimi.
Tornai nel mio appartamento. L’ultima frase di Sonia mi aveva lasciato interdetto. Lasciava spazio ad una doppia interpretazione. Voleva dire che non avrebbe fatto del sesso senza lui, o che con lui avrebbe potuto fare del sesso con me?
Mi tenni il dubbio, mentre mi rivestivo per uscire a fare quattro passi in paese.
In giardino incontrai quasi tutti. Era l’ora del rientro a casa, terminata la giornata di lavoro.
Serena fu la prima. “Ciao bell’uomo!” mi gridò da lontano
“Ciao, donna di fuoco!” le risposi
“Vai a spasso?” mi chiese quando mi fu vicina.
“Quattro passi per ossigenare i polmoni. Altrimenti invecchio…”
“Con tutta la ginnastica che fai, hai ancora bisogno di ossigenarti?” scoppiò a ridere Serena, nel lasciarmi.
“Ci si vede, più tardi?” Le chiesi.
“Non lo so. Forse. Devo fare delle cose. Ma se riesco a liberarmi per cena, mangiamo qualcosa insieme.”
“Da te o da me?” domandai
“Si vedrà. Sempre che tu sia libero!” rispose
“E dai! Ma per chi mi avete preso?” dissi con voce seccata.
“Per quello che sei. Il nuovo gallo del pollaio!!!” e se ne andò ridendo.
Poco dopo incontrai il convivente di Edo. Mi fece un ampio sorriso, e disse due parole di cortesia.
Nell’oltrepassarlo, pensai alla stranezza della situazione. Era chiaro che viveva con Edo. E che la loro amicizia era al livello di una coppia di fidanzati. Ma allora, come si conciliava che Edo era a sua volta fidanzato con Sonia? E lei come poteva tollerare questo stato delle cose?
Al cancello, come la prima volta, incontrai Micky. Questa volta era già entrata, e mi attese per farmi passare.
“Ciao Jill!” disse con un bellissimo sorriso. “Come stai? Sei ancora arrabbiato con me?”
“Non lo sono mai stato, Micky. Ho soltanto giocato al tuo gioco. Dici che ho sbagliato?”
“Sei un buon giocatore. E non solo! Mi hai lasciata molto turbata!” disse mentre con il dorso della mano mi accarezzava una guancia.
“Spero positivamente!” le risposi afferrandole la mano e baciandola leggermente.
“Moooolto positivamente.” E scattò in avanti per appoggiare le sue labbra alle mie.
Nel contatto con la sua bocca, sentii un fremito in tutto il corpo. Dischiuse le labbra, e lasciò uscire una linguetta civettuola che mi leccò appena i bordi della bocca. Poi si staccò e proseguì la sua strada.
Camminai per più di un’ora, entrai in paese, ne uscii dall’altro lato e proseguii per un viottolo di campagna, tra gli alberi.
Arrivato ad una radura, vidi alcune macchine ferme. Erano certamente coppiette in cerca di tranquillità. Feci il giro più largo, per evitare di disturbarli.
Tornato a casa, vidi un biglietto adesivo sulla porta. C’era scritto:”Vieni a cena da noi, stasera?” Era scritto con una grafia molto giovanile, ed era firmato Sonia.
Mi voltai verso la finestra della casa delle ragazze, ma non vidi nessuno. Entrai e cominciai a riporre gli acquisti che avevo fatto in paese. Il necessario per una degna sopravvivenza…. Noccioline, patatine fritte, olive, una bottiglia di gin, una di Martini, pane, latte e qualche formaggio.
Non mi accorsi che qualcuno era entrato, e che ora si trovava dietro di me.
“Serena! Sei silenziosa come un gatto!” dissi rivolto alla tipa scapigliata e scalza che si trovava alle mie spalle.
“Avrei potuto ucciderti!” mi disse con voce roca.
“Sai che divertimento!” le risposi con noncuranza.
“Mi stai sfuggendo!” mi disse con tono di rimprovero.
“Ma dai… sono stato invitato a cena da Sonia. Non so chi ci sarà!”
“Sonia e Edo. Nessun altro. Micky è andata dai suoi con Paola. Ed io non sono stata invitata”
“Ti invito io, se vuoi” azzardai.
“Non credo che sia la cosa giusta. Penso che tu debba andare da solo. Poi, se vuoi, puoi venire a dormire da me”
“Certo che voglio. Anzi… se vuoi…. Possiamo cominciare a dormire un po’ adesso!” accennai con voce tentennante.
La presi tra le braccia, e la strinsi.
Lei resistette un poco, poi incollò le sue labbra alle mie e mi baciò con una foga ed una passione che non avevo mai sentito prima di allora.
“Hai voglia, eh .. maialina!” le dissi quando riuscii a liberarmi dalla sua lingua impertinente.
“Da morire. Ma non ora. Stasera voglio farti impazzire.” Mise in bocca un’oliva e fece per andarsene.
La fermai per un ultimo bacio, e lei mi restituì l’oliva giocando con la mia bocca.
Sentivo che non aveva voglia di andarsene, e la presi in braccio. La appoggiai a sedere sul tavolo di cucina, continuando a baciarla.
Le mie mani cominciarono a slacciare la sua ampia camicia, e piano accarezzai i suoi seni. I capezzoli erano già durissimi.
“Ma… vai in giro con una camicia… e basta? “ le chiesi quando mi accorsi che con la camicia le avevo già tolto ogni indumento.
“Venivo da te, stupido. “ rispose baciandomi di nuovo.
Le mie mani corsero lungo il suo corpo, mentre le gambe si aprivano per consentirmi di toccarla in profondità.
Scivolò ancora un poco in avanti, premendo sul mio sesso ancora ingabbiato dai pantaloni.
Passò le mani tra i miei capelli, poi con una leggera pressione, spinse la mia testa in basso, verso il pube, e capii che desiderava un bacio profondo.
Sentivo il suo profumo meraviglioso, via via che mi avvicinavo al suo bocciolo. Lei si stese sul tavolo, lasciando le gambe divaricate, ed io, raggiunto il suo morbido pelo, cominciai a leccare piano, toccando appena le grandi labbra, poi le piccole, ed infine con un guizzo scivolai sul clitoride bagnato e pronto a regalarle una scossa di piacere.
Con le mani le tenevo le gambe bene aperte, e cercai una posizione comoda per continuare la mia opera di eccitazione. Mi inginocchiai davanti a lei, guardando quella meravigliosa creatura, spalancata e disponibile.
Continuai a leccarla con maggiore intensità, e la sentivo gemere dal piacere. Sentivo il suo umore uscire e bagnarmi il viso. Anche la mia eccitazione era fortissima, e non vedevo l’ora che esplodesse in un orgasmo, per entrare in lei e godere nel suo ventre.
Fummo interrotti dal campanello di ingresso.
“Cazzo!” sbottò Serena dalla sua posizione spalancata.
“Vedo chi è. Non muoverti. Torno subito.”
Misi una mano nei pantaloni per dare un assetto “decente” alla mia verga che premeva sulla patta.
“Scusa se ti disturbo” disse Edo, entrando senza neppure essere invitato.
“Figurati… scusami ma sono un momento impegnato….”
“Lo so….Ciao Serena!” disse all’indirizzo della cucina.
“Ciao rompiballe” rispose Serena con aria scherzosa
“E dai… cosa vuoi che succeda se te lo porto via un momento!” continuò Edo
“Dimmi, allora” chiesi al ragazzo. Lo guardavo con uno sguardo nuovo. Era davvero un ragazzo bellissimo. Un pochino effeminato nell’aspetto, con il viso perfettamente liscio, e quel sorriso…
“Volevamo sapere se allora vieni”
“Certo, grazie. Molto volentieri. Devo portare qualcosa?” risposi
“Te. Tu sei tutto quello di cui abbiamo bisogno” Chiuse Edo.
Serena ci raggiunse in sala. Le lanciai uno sguardo interrogativo, e lei rispose.
“E’ scomodo il tavolo di cucina” disse raggiungendo la porta di ingresso.
“Aspetta…” le chiesi. Con lo sguardo più coinvolgente mi riuscisse di fare.
“Ci vediamo più tardi. Ti aspetto”. Ed uscì, dopo aver dato un buffetto sulla guancia a Edo.
“Trattatemelo bene, sto ragazzo.” Disse mentre apriva la porta della sua casa.
“Sai che siamo dolcissimi con i nostri ospiti” rispose Edo, mentre cominciava a scendere le scale.
Mancava ancora un’ora alla cena, e fui solo in casa, con una spaventosa voglia di sesso.
Corsi al piano di sopra, mi spogliai, e cominciai a lavarmi molto accuratamente. Un leggero soffio del mio profumo, un bidè molto accurato, un controllo alle unghie di mani e piedi. Avrei dormito con Serena. Se di dormire si poteva trattare…
Ero indeciso su cosa indossare per la cena. Optai per un paio di pantaloni cachi ed una sahariana. Gli slip neri, ed un paio di sandali. Mi accorsi che la barba era cresciuta, e passai il rasoio elettrico sui punti più ruvidi.
Alle sette e mezzo in punto suonai al campanello. Nessun rumore dall’interno. Attesi qualche istante, e suonai nuovamente.
Alle mie spalle si aprì la porta dell’appartamento di Edo, e ne sbucarono i due ragazzi.
“Eccoci. Eravamo andati a sistemare un po’ la casa di Edo.” Disse Sonia aprendo la porta della sua casa.
Accese la luce, e mi apparve una bellissima tavola imbandita. Una tovaglia a fiori, piatti e bicchieri di cristallo. Roba da festa di gala.
“Che meraviglia! Aspettate qualche diplomatico?”
“Aspettiamo te. Sei tu il nostro ospite. Vogliamo che ti senta trattato nel migliore dei modi”
“Benvenuto nella nostra casa, Jill. “ disse Sonia con un leggero inchino.
“Ohi… mi mettete in imbarazzo!” risposi scherzando.
“No, ora puoi metterti comodo. Ogni tuo desiderio sarà da noi esaudito. E se potremo, andremo al di là di ogni tuo desiderio!”
La serata si prospettava molto eccitante, e decisi di lasciarmi andare.
Sonia da dietro le mie spalle mi cinse in un abbraccio, e mi invitò a voltarmi.
Senza lasciare la presa, iniziò a baciarmi sulla fronte, sugli occhi, sul naso. Poi scese sulla bocca, e percorse le mie labbra con la lingua. Sentivo la presenza di Edo, e capivo che questo era un loro gioco. Mi tornarono alla mente le parole di Sonia, all’uscita nel pomeriggio . Ecco, questo era il significato.
“Non stupirti di nulla. Lasciati andare, se vuoi. E se qualcosa ti sembrerà strano, o se hai dei tabù che ti limitano, cerca di superarli. Questa è la serata del piacere. Ogni genere di piacere. E se lo vorrai, renderemo questa giornata indimenticabile.” Disse Edo con voce flautata.
“Siedi a tavola, saremo pronti in un attimo” e sparirono in un’altra stanza.
Pochi istanti dopo, sentii una musica jazz, molto calda, e sedetti alla tavola.
“Ma dai.. da solo? E voi non mangiate?” gridai al loro indirizzo.
Non ottenni alcuna risposta.
Passarono alcuni minuti, e Sonia fece il suo ingresso. Era vestita con un bellissimo abito cinese di seta, ed i capelli erano raccolti sulla testa con un piccolo chignon. Portava un vassoio di legno, su cui erano adagiati alcuni gamberoni scottati alla griglia.
Sulla tavola non c’erano posate, ma solo alcune ciotole con salse colorate. Un solo piatto, tre bicchieri al mio posto.
Sonia si avvicinò a me, e prese con due dita un gamberone. Lo intinse leggermente in una salsa colorata, e lo portò alla mia bocca. Lo strofinò leggermente sulle labbra, ed io lo addentai. Si ritrasse leggermente, facendo cenno di no, di non farlo.
“mordilo con le labbra” mi disse, facendo il gesto di infilarlo nella sua bocca. Ne lasciò un pezzetto fuori, e si avvicinò con la bocca alla mia. Lo presi con le labbra, sfiorando le sue, e ne mangiai un pezzo
Proseguì con il secondo gamberone, che però intinse in un’altra ciotola. Era piccante, ma molto saporita.
Sentivo lo sguardo di Edo, anche se non ne percepivo la presenza fisica. Sicuramente doveva godersi lo spettacolo dalla porta socchiusa della cucina.
Sonia fece per prendere il terzo gamberone, ma le cadde in terra. Feci il gesto di raccoglierlo, ma mi fermò. Si chinò, voltandomi le spalle, e scese lentamente giu, giu fino a terra, lasciando che il vestito di seta si alzasse per scoprire le sue gambe, inguainate in calze a rete.
Aveva un reggicalze nero, ed un minuscolo tanga che lasciava scoperto un sederino tondo e bellissimo.
Si alzò, voltandosi leggermente per guardare la mia espressione, e rimesso il gamberone sul vassoio, tornò in cucina lentamente.
Poco dopo entrò Edo. E mi lasciò a bocca aperta. Aveva una camicia di seta blu attillatissima, ed un paio di pantaloni di pelle nera che lo fasciavano molto stretto. Le sue forme erano in evidenza, ed il suo petto, liscio e leggermente muscoloso, si lasciava intravedere dall’allacciatura sbottonata.
Portava una zuppiera con una strana minestra, di colore bianco, calda e profumata.
Tuffò un cucchiaio di argento nel liquido, e lo portò alla mia bocca. Lo bevvi lentamente,mentre con l’altra mano mi accarezzava i capelli.
Era una meravigliosa minestra di panna e pesce, leggermente piccante. Temevo fosse troppo calda, ma la temperatura era perfetta per sorbirlo.
Non sapevo dove mettere le mani, e cominciai a toccare le sue gambe, ma Edo mi fece cenno di fermarmi.
Con il corpo sfiorò la mia schiena, e sentii la sua protuberanza diventare più consistente. Era la prima volta che sentivo il contatto con un maschio, e la cosa mi dava un piacere sottile.
Nel porgermi il quarto cucchiaio, Edo finse di rovesciare un po’ di liquido sul mio viso, lasciandolo colare sulla camicia.
Si affrettò a posare la zuppiera, e con mani esperte, mi slacciò la camicia e la gettò sul divano poco lontano. Poi si avvicinò con fare studiato, ed il viso fu vicinissimo al mio. Attese un attimo la mia reazione, e poiché non ne ebbi alcuna, estrasse la lingua e piano piano cominciò a leccare la minestra che mi aveva sporcato il mento, ed era scivolata sul collo.
Sentivo un piacere dolcissimo al passaggio di quella lingua, che non si fermava… scendeva piano sul collo, poi sulle spalle, ed infine si fermava sul capezzolo, leccandolo lentamente.
Un uomo! Era un uomo , ed io provavo un piacere intenso, magnifico.
Sonia lo raggiunse. Aveva cambiato abito. Ora indossava una lunga tunica bianca, che le arrivava ai piedi, ed uno spacco laterale arrivava dall’anca fino a terra.
Portava un vassoio con una colorata insalata di pollo. Era tagliata in pezzi piccolissimi, e profumava di spezie.
Edo accompagnò la sua compagna a capo tavola, poi la prese in braccio e la distese sul desco, facendo spazio tra tutte le cose che vi erano appoggiate.
Con una mossa lenta ma sapiente, alzò la tunica che copriva Sonia, lasciando il suo corpo nudo davanti ai miei occhi. Poi prese dal piatto di portata una manciata di pollo , e la adagiò sul ventre di Sonia. Senza una parola, mi invitò a mangiare direttamente con la bocca, mentre lui faceva altrettanto.
Sentivo la pelle della ragazza che scottava, al contatto con le mie labbra rabbrividire e poi rilassarsi. Mangiavo lentamente, aiutandomi con la lingua. I pezzetti di pollo e verdure erano buonissimi, e Sonia, con gli occhi chiusi, era il miglior piatto su cui avessi mai appoggiato il cibo.
Quando non rimase più neppure un pezzetto di carne, Edo sparì per un attimo in cucina, e ne tornò con una brocca di vetro trasparente. Conteneva un vino di un color rosso brillante. Guardandomi fisso negli occhi, cominciò a versarne sul corpo nudo di Sonia, mentre io con la lingua cercavo di berne come potevo.
Il vino si insinuava in ogni piega, ed io lo seguivo con la lingua e con le labbra. Sonia si schiuse, e lasciò che il vino le bagnasse il pube, perfettamente rasato, e si insinuasse in una piccola dolcissima fessura. Continuai a leccare, ed a seguire quel rivolo rosso, finchè sentii il contatto con il suo piccolo sesso. Il clitoride era nascosto tra le grandi pieghe, e lo toccai appena con la punta della lingua, provocando un gridolino di piacere.
Edo dall’altra parte, faceva altrettanto, finchè le nostre lingue si incontrarono tra le gambe di Sonia, e si toccarono.
Quando anche l’ultima goccia di vino fu bevuta, Sonia si alzò, e si diresse in cucina, ormai senza abiti. Edo si era tolto la camicia, ma aveva ancora i pantaloni che comprimevano il suo basso ventre.
Era evidente la sua eccitazione, e potevo riconoscere la forma del suo grosso fallo, e la forma perfetta del suo fondo schiena.
“Ora mangiamo noi!” sentenziò Sonia entrando con una terrina colma di crema.
Edo mi si avvicinò, e guardandomi negli occhi senza mai staccare lo sguardo, cominciò a slacciare i miei pantaloni che in breve caddero ai miei piedi. Il suo lieve sorriso mi intrigava, le sue mani percorrevano i miei fianchi, alla ricerca degli slip da abbassare.
Sentii le sue unghie graffiarmi leggermente, mentre afferrato l’elastico con entrambe le mani, abbassava l’ultimo riparo alla mia totale nudità.
Ancora una volta, il mio pensiero era divertito, confuso ed eccitato. Era un uomo quello che mi stava spogliando. Erano sue le mani che mi davano piacere. Ed io non provavo nessun imbarazzo.
Quando l’estensione delle sue braccia arrivò al massimo, Edo avvicinò il suo viso al mio, e sfiorò le mie labbra con un bacio. Poi scese piano lungo il petto, baciandomelo piano, mentre le mani completavano il loro lavoro. Ero nudo, in mezzo alla sala, con un uomo che mi baciava il petto, scendeva sul ventre, e le sue mani risalivano accarezzando le mie gambe.
Sonia, seduta sul bracciolo della poltrona, ci guardava con aria rapita, mentre con una mano accarezzava l’interno delle sue cosce.
Edo si alzò, e mi prese in braccio, senza apparente sforzo. Mi distese sulla tavola dove poco prima era stata Sonia, e mise le mie braccia penzoloni fuori dal tavolo. Poi versò il contenuto della terrina sul mio petto, sul ventre, sul pube ed infine sul mio sesso eretto.
Chiamò Sonia vicino a sé, e cominciarono a leccare la crema dal mio corpo. Sentivo le loro lingue magnifiche toccare ogni punto della mia pelle, e provavo una sensazione indescrivibile. Man mano che esaurivano la crema, scendevano sempre più in basso, ed io pregustavo il piacere di sentire le loro bocche sul mio sesso.
Leccavano, succhiavano e poi si baciavano avidamente, quasi a rubare l’uno dall’altra il sapore del mio corpo.
Venivano a baciarsi proprio davanti al mio viso. Uno da una parte, l’altro dall’altra, si davano appuntamento vicino alla mia bocca. Le loro lingue giocavano, sentivo il caldo dei loro fiati, ed il dolciastro della crema misto al profumo delle loro bocche.
Ad ogni bacio, una lingua cercava la mia. Era lei, era lui. Le loro mani, intanto, spalmavano la crema sul resto del mio corpo.
Scendevano sempre più ed infine giunsero al pube. Lei fu sveltissima a leccare la mia grossa asta, mentre lui si soffermava sui testicoli che erano gonfi e durissimi.
Poi lui risalì con prepotenza, e tolse lo scettro dalla bocca di Sonia per impossessarsene, e farmi la più dolce carezza che una lingua abbia mai saputo fare.
Ero al settimo cielo. Tutto il corpo partecipava a quel magnifico piacere, e non riuscivo ad immaginare a quali altre dolci torture quei due dei dell’amore mi avrebbero sottoposto.
Sonia lasciò per un attimo la postazione, venendo a baciarmi con passione. Sentivo le labbra di Edo sul mio glande, la bocca di Sonia sulla mia bocca. Poi la ragazza mi sussurrò di voltarmi, ed io ubbidii.
Presto sentii che nuova crema era scivolata lungo la schiena, ed altra ancora scendeva nel solco del mio sedere.
Ripresero a leccare, a succhiare, e quando giunsero in prossimità del mio buchino, divaricarono le mie gambe e cominciarono a risalire con un effetto speculare.
Il mio piacere era ormai giunto alle stelle. Le loro lingue si alternavano a leccare, penetrarmi appena, ritrarsi. E si baciavano, e tornavano a baciarmi.
Ero ormai alla soglia dello sfinimento. Edo prese un altro cucchiaio di crema, e lo lasciò colare sulla mia schiena. Poi si avvicinò con il suo corpo al tavolo, all’altezza della mia mano, e premette con forza. Dall’altra parte, Sonia aveva fatto lo stesso gesto, ed ora una mia mano accarezzava il sesso durissimo attraverso i pantaloni di Edo, e l’altra si insinuava tra le pieghe del caldo nido di Sonia.
Cercai una cerniera lampo che mi consentisse di sfilare i pantaloni di Edo, ma non la trovai. In compenso, Sonia si era aperta, e lasciava che le mie dita giocassero con il suo clitoride, ricompensandole con il suo caldo liquido.
Ad un cenno di Sonia, tutt’e due i miei amanti si ritirarono, lasciandomi solo e nudo sul tavolo.
All’improvviso sentivo freddo e mi chiesi cosa quei due scalmanati stessero preparando per il mio immediato futuro.
Non si fecero attendere. Edo entrò con una spugna e Sonia con un catino pieno di acqua calda e profumata con essenza di rosa.
Passarono tutto il mio corpo, e dopo averlo ben lavato (con ovvia attenzione ai particolari), mi asciugarono con un morbido asciugamano di spugna.
Si allontanarono nuovamente, e subito dopo ricomparvero con una boccetta di cristallo che conteneva un liquido azzurro.
Edo versò l’olio profumato sul mio petto, e le quattro mani cominciarono a spalmarlo e massaggiarlo in ogni punto.
Era un massaggio dolcissimo, e le loro mani morbide mi davano delle scosse di piacere intenso.
Terminato il massaggio, riposero la boccetta e Sonia salì sul tavolo, appoggiandosi ad una seggiola.
Si distese sopra di me, per lungo, mentre Edo mi trascinava lentamente verso l’esterno, in modo da far penzolare le gambe dalla sponda.
Sentivo il corpo di Sonia sul mio, e la morbidezza della sua pelle mi faceva impazzire.
Il suo morbido sedere era all’altezza del mio sesso, e lei scivolava piano fino al limite del tavolo.
Edo intanto si era spogliato. Lo aveva fatto davanti ai miei occhi. Aveva fatto scivolare la cerniera laterale dei suoi pantaloni, ed ora si trovava completamente nudo con la sua grossa spada all’altezza del mio viso. Rimase qualche istante in quella posizione, fingendo di occuparsi della testa di Sonia, ma io sapevo che voleva farmi conoscere più da vicino lo strumento del piacere.
Poi si portò in fondo al tavolo, e con le mani aprì le gambe di Sonia. Sentivo il suo sedere aprirsi all’altezza del mio pube, e godevo del suo contatto.
Da un gemito liberatorio capii che Edo era entrato in Sonia. Sentivo il suo corpo tra le mie gambe, mentre il mio sesso scivolava tra i loro corpi uniti. Li sentivo amarsi, e li amavo per la loro meravigliosa capacità di coinvolgermi senza alcun pudore nei loro giochi.
Edo entrava ed usciva con molta lentezza, ed io percepivo i suoi colpi nel sussulto del corpo di Sonia.
Con le mani accarezzavo i seni della ragazza, e scivolavo verso il ventre, fin dove le braccia mi consentivano. I miei amanti godevano di tutto, la loro pelle, al pari della mia, era un enorme centro del piacere.
Quando sentii che il mio corpo, schiacciato dal peso sul duro del legno, cominciava a dolermi, mi alzai sui gomiti per vedere lo spettacolo di quel gioco d’amore, e poco dopo Edo si ritrasse.
“Andiamo sul letto, Jill. Saremo più comodi” mi sussurrò Sonia, dopo essersi voltata su di me, ed infilandomi subito dopo la lingua in un orecchio.
La baciai lungamente, mentre sentivo i suoi seni appuntiti premere contro il mio petto. Il mio sesso, ormai enorme, era imprigionato tra le sue gambe chiuse.
Ci alzammo, e tenendoci per mano entrammo nella camera da letto matrimoniale, dove ci attendeva un letto con lenzuola nere e lucide di seta.
Per primo si distese Edo. Ora potevo vederlo nella sua totale nudità. Era davvero molto bello, e mi invitava a raggiungerlo. Sonia si scusò, ed entrò in bagno.
Mi distesi accanto a Edo. Non provavo vergogna né imbarazzo. Le sue mani presero ad accarezzare subito il mio corpo, impossessandosi subito del mio sesso. Feci altrettanto, e percepii per la prima volta il contatto con l’asta di un uomo. Era calda, pulsante, morbida. Lo accarezzavo lentamente, facendo scivolare la mano per tutta la sua lunghezza, e poi soffermandomi sul glande che era ancora più liscio, morbido. Volse il viso verso il mio, ed iniziò a baciarmi. Un bacio lento, pieno di sottintesi, con la lingua che cercava la mia, e con questa scivolava nella mia bocca, poi nella sua.
Lentamente si mise sopra di me, mentre continuava a baciarmi. La mia mano si trovava in una posizione scomoda per continuare ad accarezzarlo, ma non se ne preoccupava. Sentivo il suo corpo sul mio, ed il sedere scendeva dal mio ventre verso il pube.
Sonia entrò che eravamo ancora avvinghiati, e continuavamo a baciarci.
Salì sul lettone, e mise la sua testa tra le nostre gambe, baciando ora il mio ora il suo sesso. Quella breve pausa mi aveva dato la possibilità di resistere ancora al violento orgasmo che da troppo tempo si stava preparando.
Sentivo la bocca di Sonia percorrere il mio pene in tutta la sua lunghezza, scaldarlo con le sue morbide labbra, poi allontanarsene per raggiungere quello di Edo che la attendeva.
Noi non smettevamo di baciarci, e la cosa mi pareva assolutamente naturale e bellissima.
Poi Sonia si alzò, e prese un liquido incolore. Venne verso di noi, ma Edo la fermò.
“Non ancora, amore” le disse prendendo la boccetta.
Si spostò su di un fianco, e mi guardò. Aveva una luce incredibile negli occhi.
“Sei fantastico, Jill” mi disse Edo baciandomi ancora una volta.
“Mi avete stregato” risposi lasciandomi andare.
Piano scivolò lungo il mio fianco, poi si distese al contrario accanto a me. La sua bocca era ora sul mio sesso, ed il suo era ad un centimetro dalle mie labbra.
Non fece nulla per costringermi. Rimase fermo, mentre succhiava il mio pene con la passione di un grande amante.
Avvicinai le labbra al grande bastone, e cominciai a leccare la sua punta. Temevo che il suo sapore mi disgustasse, ma non provai alcun problema. Cominciai a leccare e poi a succhiare quel grosso arnese, mentre Sonia si avvicinava al mio viso e mi incitava con lo sguardo. La sua lingua mi insegnava i posti più sensibili, la sua bocca succhiava quando io smettevo. Edo gemeva e godeva alzando ed abbassando il ventre. Io sentivo il mio uccello durissimo nella sua bocca, e temevo di esplodere in un istante.
Ci fermammo quando l’eccitazione era ormai al massimo.
Sonia, in piedi davanti al letto, mi fece cenno di alzarmi, lasciando Edo sdraiato. Poi prese la boccetta dalle mani del suo uomo, e fece cadere qualche goccia di un liquido denso sul buchino del sedere di Edo.
“Entra in lui, Jill. Ti sta aspettando” mi disse Sonia, prendendomi per mano.
Mi coricai accanto al mio nuovo amante, e lui si mise in posizione laterale. Presi in mano il mio pene, e lo avvicinai a Edo . Sonia con le mani mi aiutava, allargando le gambe di Edo, e prendendomi tra le sue mani, spingeva perché entrassi.
Sentii che la sua porticina cedeva, e fui dentro di lui. Era la mia prima esperienza, ma sentivo di muovermi senza alcun problema, con un immenso piacere che risaliva il mio corpo.
Sonia si stese accanto a Edo, e lui si allontanò per un attimo da me.
Lei fu sotto, e lui le aprì le gambe, entrando subito dentro di lei. Poi con una mano raggiunse il mio uccello, e lo portò nuovamente nel suo piccolo orifizio. Lui si agitava, lei mugolava. Io dentro di lui godevo da morire. La situazione era pazzesca ed eccitantissima. La mia posizione era un po’ scomoda, ma era l’unica possibile, rannicchiato contro di lui, per non pesare sulla piccola Sonia anche con il mio corpo.
“Lasciati andare, Jill. “ Disse Edo tra i sospiri. “Non preoccuparti. Io non resto incinto….e poi potremo giocare tutta la notte!”
Cavalcai in un’estasi di piacere, mentre Sonia gridava di godimento.
Con le mani accarezzavo il sesso di Edo, ma sentivo la mancanza della sua bocca da baciare.
Quando infine sentii che l’ondata era ormai incontenibile, mi lasciai andare all’orgasmo più lungo che avessi mai provato nella mia vita. Edo godeva e mugolava, Sonia esplodeva in un lungo orgasmo che la lasciava senza fiato.
Mi fermai, scivolando accanto a Sonia che giaceva ancora sotto i colpi di Edo.
“Fermati, amore. Non ne posso più” disse la ragazza con un filo di voce.
“Jill… ti prego… aiutalo tu” mi chiese baciandomi .
In quel momento, appena esploso, il mio corpo avrebbe dovuto esser sazio, ma sentivo ancora una voglia tremenda. Non avevo mai provato una penetrazione, ma non attesi neppure un secondo.
“Vieni da me, Edo. Voglio che tu sia il mio primo uomo”. Gli dissi.
Sonia aveva preso la boccetta, e stava ungendomi fino in profondità. Le sue dita accarezzavano il mio buchino, e poi piano si introducevano, preparando la strada alla potente verga di Edo.
“Non aver paura. Devi solo rilassarti. Sarà bellissimo, te lo giuro” mi tranquillizzò Sonia.
“Sarò dolcissimo” le fece eco Edo, mentre si spostava alle mie spalle.
Le dita di Sonia lasciarono il mio corpo, e sentii che Edo appoggiava il glande al mio buchino. Respirai profondamente, e sentii che quel contatto morbido e caldo mi dava un grande piacere. Edo spinse lentamente, e sentii che stavo per accoglierlo. Mi rilassai, e lasciai che i miei muscoli fossero inerti. Quando ormai il corpo era totalmente rilassato, Edo entrò in me con una tale dolcezza che provai solo un fortissimo piacere. Avanzava lentamente, e si ritraeva, poi di nuovo lo sentivo dentro di me che si faceva largo. E la sua carne mi provocava una nuova sensazione magnifica. Il mio sesso si era nuovamente eretto, ed ora era durissimo e pronto per un’altra cavalcata.
Sonia se ne accorse, e venne a baciarlo. Lo accarezzava, lo succhiava.
Sentivo il caldo arnese di Edo che entrava ed usciva da me, e Sonia gli chiese qualcosa con lo sguardo. Capii di cosa si trattava, quando Edo uscì dal mio corpo, per permettere a Sonia di distendersi sul letto sotto di me, e di accogliermi nel suo caldo rifugio.
Mentre sentivo il mio membro scivolare dentro Sonia, Edo entrava nuovamente in me, ed imprimeva ai nostri corpi un ritmo crescente. Mi accorsi che il mio nuovo amante era arrivato al massimo del piacere, dai sussulti del suo corpo, dai gemiti e dai fremiti che lo pervadevano tutto. Sonia gridò nuovamente di piacere al culmine del suo orgasmo, e Edo esplose dentro di me, regalandomi un godimento che mi lasciò esanime, mentre anch’io lanciavo il mio seme a caldi fiotti nel ventre di Sonia.
Restammo ad ascoltare i nostri respiri affannosi, tutt’e tre vicini nel lettone, con i nostri corpi ancora nudi e frementi che si toccavano, ancora eccitati ma appagati.
“E adesso, vai da Serena, se ne hai la forza!” scoppiò a ridere Edo
PAOLA
ercorsi il tragitto da casa di Sonia al mio rifugio velocemente, senza voltarmi. Avevo indossato i calzoni e la camicia, mentre gli slip erano finiti in una tasca, ed i sandali in mano.
Il corpo ancora unto e profumatissimo, ogni centimetro della mia pelle mi rimandava al cervello una sensazione di pungente piacere, come se aspettasse nuove ondate di quei dolcissimi assalti.
Tentai di infilare la chiave nella toppa, ma la serratura era impegnata, ed abbassai la maniglia per entrare. “Serena”, pensai. “Mi sta aspettando”.
Era tardi, e le luci della mia casa erano spente. Andai rapidamente in cucina, e bevvi dal frigorifero una sorsata dalla prima bottiglia che mi venne a tiro. Spensi la luce, e mi avviai per la piccola scala per raggiungere il reparto notte.
Sul mio lettone, Serena era distesa di traverso, ed alzò appena gli occhi dal libro che stava leggendo. “Ciao!” le sussurrai, per non disturbare la sua lettura.
“Ciao” rispose con un sorrisetto pieno di sottintesi.
“Faccio una doccia, e vengo a letto” azzardai, lanciando la camicia sulla sedia.
“Niente bagno?” domandò con la solita voce tranquilla.
“Ci vuole troppo tempo per far scorrere l’acqua. Ho bisogno di una bella lavata”
“Si sente… lasci una scia dietro di te… sembri una geisha!”
Slacciai i calzoni e li lasciai cadere ai miei piedi.
“dai segni che hai sulla schiena, si direbbe che i nostri amici hanno giocato a filetto sul tuo corpo…” rise Serena, tornando insistentemente con lo sguardo sul suo libro.
“E’ inutile che fingi di leggere, tesoro. Si vede benissimo che sei curiosa… dopo ti racconto tutto”
“Curiosa? Ti sbagli, Jill. So perfettamente quello che è successo in quella casa. Minuto per minuto, anzi… secondo per secondo”
“Non mi avevi detto di essere un’indovina…”
“Non lo sono, infatti. Ma ho buoni occhi… e la tua casa è in una posizione magnifica!”
Ricordai che dalla mia finestra si poteva vedere benissimo all’interno dell’appartamento, ma dubitavo che avesse potuto vedere quello che era successo nella camera da letto, che si trovava sull’altro lato”
“Ti manca qualcosa, signora guardona…non sai cosa è successo in camera da letto!”
“Lo pensi davvero? Potrei raccontarti tutto quello che avete fatto su quel comodissimo letto. Non sei il primo ad esserci capitato, e certamente non sarai l’ultimo!”
Entrai nel box della doccia, e lasciai l’acqua bollente scivolare dalla testa sulle spalle e su tutto il corpo. Mi insaponai rapidamente, ed attesi immobile che l’acqua portasse via ogni residuo di schiuma.
L’accappatoio era fresco, e mi avvolsi dalla testa ai piedi, gettandomi poi sul letto accanto alla mia amica che finalmente aveva riposto il libro e mi guardava.
Indossava un pigiama corto, a fiorellini, ed i capelli, lasciati sciolti sulle spalle, le davano un’aria tranquilla, da brava ragazza.
“Facciamo la nanna, Jill. Penso che per oggi tu abbia giocato abbastanza. .. e lo sai… io non mi accontento di una cosa qualunque…”
Ci coricammo tenendoci per mano, e spensi la luce. Mi diede un bacio lieve sulle labbra, quasi temesse di infastidirmi ed io le accarezzai i capelli.
Mi svegliai perché avevo freddo, e strani bagliori mi infastidivano. Mi venne subito in mente Serena. Che brutta accoglienza, le avevo riservato! Aprii un occhio, ed un lampo mi accecò.
“Buon giorno, bel maschietto!” sentii la voce calda di Serena.
“Cosa stai combinando?” le chiesi stropicciandomi gli occhi “mi hai accecato!”
“Sto riprendendo il sonno ed il risveglio del guerriero” disse ridendo.
Balzai a sedere sul lettone. Serena si trovava ai miei piedi, con la mia macchina fotografica e scattava continuamente.
“Dai! Come ti permetti? Voglio i copyright!” le risposi con aria finta-burbera. “Fammi vedere cosa sei stata capace di combinare!”
Le presi di mano la fotocamera, e dopo aver acceso il computer, infilai la smart card nel suo alloggiamento.
Quella che mi apparve, fu la più bizzarra collezione di pose di un uomo nudo che avessi mai visto. Ed ero proprio io, ripreso da tutte le angolature. Doveva aver cominciato da tanto tempo, se era riuscita a scattare tante foto diverse e molto accattivanti.
“Sei bravissima! Mi fai sembrare un adone!” la baciai sui capelli.
“Trovo che tu sia eccitante anche quando dormi! “ ricambiò il bacio, appoggiando le sue labbra umide e fresche alle mie.
“A che ora ti sei svegliata? A giudicare dalle varie posizioni, hai catturato i miei sogni più perversi, nel sonno più profondo.
“ Mi sono svegliata alle cinque. Avevi un viso angelico, soddisfatto, appagato. Sembravi l’incarnazione dell’innocenza. Pensa quanto ci si sbaglia a fidarsi delle apparenze!” mi disse abbracciandomi forte.
“Sei un angelo, Serena. Mi piace stare vicino a te. E poi… sai eccitare la mia fantasia, perfino quando dormo!”
“Beh, fantasia… non direi. Già che ti eri scoperto, ed il tuo guerriero era così carino, piccino ed inerme… che ho voluto tenerlo tutto per me…”
“Vuoi dire….”
“che ci ho giocato un pochino… tanto tu dormivi, e non ti sei accorto di nulla!”
“Dalle fotografie, non si direbbe che non mi sono accorto di nulla. Ma allora non erano i sogni a farmi eccitare!”
“Beh, con un aiutino…sai.. non sapevo cosa fare, ed avevo una voglia terribile di sentire ancora il suo sapore…”
“Mi hai violentato! Stuprato! Circuito! Hai approfittato di me! “
“La finisci con i sinonimi? Ho solo giocato un po’. Se fossi stato sveglio, mi avresti negato un po’ di tenerezza? “
“Mi sento usato! Dovrò ricorrere all’ente per la tutela del maschio mediterraneo in estinzione!”
“E perché non alla protezione del fanciullo?” scoppiò a ridere Serena con gli occhi che brillavano.
“E tu? Non ti sei presa neppure un po’ di piacere? Aspiri alla santità?”
“Le donne non sono fatte come gli uomini, Jill. Pensavo che lo sapessi… Mi sono appagata guardando come ero riuscita ad eccitarti. C’e stato un momento che solo a toccarti avrei raggiunto un orgasmo. “
“Ed ecco a voi, signore e signori, l’esemplare più tipico di maschio-oggetto. Oggetto di culto nelle ere pre-colombiane, veniva disteso sopra le tavole imbandite per propiziare gli dei della fecondazione. Il fallo, finemente lavorato a mano, o con l’aiuto di labbra sapienti, veniva considerato al pari di un totem della fertilità per le coppie appena sposate. Il solo toccarlo regalava oceani di passione, vallate di perdizione, vette di indicibile eccitazione…. Venghino siori e siore….”
“Sceeeemooooo” rise Serena stringendomi forte. Il suo pigiamino era davvero troppo leggero perché non sentissi il calore del suo corpo a contatto con il mio.
“Dai, facciamo colazione.E’ tardi, devo uscire. Stamattina torna Giampi , e devo andare a prenderlo all’aeroporto.” Mi allontanò da sé, sciogliendo l’abbraccio.
“Vuoi dire che non mi regali neppure un momento di fuoco? “
“Voglio dire che se ti fossi svegliato prima, ti avrei lasciato senza fiato su quel lettone. Ma ora devo proprio sbrigarmi.”
“Ma se torna tuo marito, noi non ci vedremo più?”
“Ma sei fuori? Sai quanto glie ne frega a Giampi se faccio l’amore con te? Pensi che sia partito da solo? Ma daiii. Dove vivi? “
Rimasi un po’ interdetto. Ma in che posto ero capitato?
Mi regalai una mattina di silenzio e lettura. Sentivo il bisogno di ricaricarmi, di pensare, di dedicare un po’ di tempo ai miei problemi, che mi avevano portato a vivere in quel luogo.
Ogni tanto, dal divano su cui ero sdraiato, alzavo gli occhi e davo un’occhiata alle finestre degli appartamenti dei miei amici. Non si vedeva anima viva. Il condominio era caduto in letargo…
All’ora di pranzo, decisi di uscire a fare quattro passi, e di mangiare un panino in un bar del paese, tanto per vedere qualche faccia nuova.
Mi incamminai per la lunga strada costeggiata da una fila di piccoli alberi, piantati da pochi mesi. Evidentemente una nuova amministrazione comunale voleva mostrare il suo interesse per l’arredo urbano!
Giunto nella piazza principale, con i capelli bagnati da una pioggerellina lieve ma insistente, scelsi a caso uno dei locali che vi si affacciavano. L’atmosfera all’interno pareva quella di un locale notturno. Luci basse, una musica ad alto volume, diversi schermi alle pareti che trasmettevano le immagini di una televisione specializzata in musica.
Al grande bancone, già preparato con una decina di vassoi di “stuzzichini” per accompagnare gli aperitivi, c’erano tre ragazze molto indaffarate a preparare i piatti per i numerosi clienti seduti ai tavoli.
Chiesi la lista dei panini, e ne scelsi uno semplice, tanto per mettere qualcosa nello stomaco.
Me lo prepararono in pochi minuti, e cominciai a mangiarlo in piedi, bevendo una coca.
“Non vuoi sederti, Jill?” sentii una voce alle mie spalle.
Mi voltai, e la mia espressione interrogativa fece sorridere la mia interlocutrice.
“Sono Paola. Non ci siamo ancora conosciuti. Però so che hai conosciuto mia sorella e la mia cuginetta….”
Ecco… il quadro famigliare era completo. Le lanciai un’occhiata. Quel “conosciuto” era detto nella più totale indifferenza, senza malizia. Nella penombra, il suo viso mi appariva completamente nuovo. Ma non avrei potuto comunque riconoscerla, visto che le avevo dato un’occhiata di sfuggita dalla mia finestra.
“Ciao, Paola. Grazie. Non vorrei impegnare un tavolo per un solo panino…” le risposi porgendole la mano.
“Sei gentile, ma mi fa piacere se ti fermi un po’. Sono impegnata, ma se puoi aspettarmi, dopo il casino di mezzogiorno potrò sedermi con te.”
“Certo che posso. Fai con comodo. Ho qualche mese di tempo…”
Rise. “Mi avevano detto che sei simpatico…”
La guardai allontanarsi, e sparire dietro al bancone. Era piccola di statura, ma il corpo era ben proporzionato. Vestita con una gonna nera corta a tubo, una camicetta bianca aperta, portava i capelli castani lunghi sulle spalle, tenuti fermi da un cerchietto di stoffa. Aveva l’aria di una brava ragazza di buona famiglia, che lavorava per mantenersi agli studi. Ma la sua età apparente, avrei detto trentacinque anni, la metteva fuori da quel contesto.
Ogni tanto la vedevo dietro la cassa, poi spariva nuovamente. Faceva un giro in sala, per salutare i numerosi clienti, e per ognuno di loro aveva una parola gentile, un’attenzione particolare.
Impartiva gli ordini alle bariste con un tono fermo, ma sempre con una parola di cortesia, con un sorriso. E le ragazze le ubbidivano subito, sorridendo.
“Sei bravissima, Paola” le dissi appena venne a sedere al mio tavolo. “Posso ordinare qualcosa per te? “ le chiesi
“Grazie, Jill. Prendo un caffè. Tu l’hai già bevuto?”
“No. Aspettavo di prenderlo con te”
Fece per voltarsi ed ordinare, ma mi alzai ed andai al banco.
Sentivo il suo sguardo su di me, e mentre attendevo che i caffè fossero pronti, mi voltai a guardarla ed incontrai i suoi occhi. Scuri, attenti, ma dolci, uno sguardo intenso. Mi sorrise appena, con il viso appoggiato ad una mano che si reggeva sul gomito. Era malinconia quella che scorgevo sul suo viso?
Impedii ad una barista di portare il vassoio, e lo presi da solo. Le porsi il denaro per pagare le mie consumazioni, e le dissi “anche i due caffè”. Cercò lo sguardo di Paola, ma non riuscì a mettersi in contatto con lei.
“Perché hai pagato?” mi chiese
“Perché ho mangiato”
“ma avrei voluto offrirtelo io…”
“Sono un tradizionalista, un maschilista, un conformista … tutti gli “ista” che vuoi. Ma mi piace pagare per la ragazza che ho accanto.
“Grazie per la ragazza…! Ma allora sei un investimento! “
Le sorrisi. Quella donna mi ispirava una enorme dolcezza.
“Paola… capisco che ad una brava ragazza, tutto ciò che si è detto di me faccia una bruttissima impressione. “ cominciai
“Jill… conosco i miei polli. Anzi… il pollaio. So che ti hanno tirato per la manica nei loro giochi. Ma a me basta guardarti per capire come sei. Conosco tanta gente, ho la presunzione di dire che con uno sguardo io capisco chi ho di fronte. E tu sei una brava persona. Sono tranquilla. Fossero tutti come te, quelli che frequentano la mia casa…!”
“E Serena? Cosa pensi di lei?” le chiesi.
“Serena è una ragazza meravigliosa. Abbiamo un rapporto magnifico. Una vera amica, è stata lei la prima a parlarci di te. “
La guardavo parlare. Era proprio carina. Il viso senza trucco, una sottile linea scura sugli occhi. Quando parlava, si formavano le fossette nelle guance, regalandole un’aria giovane. I denti piccoli, bianchi. Leggermente accavallati. Ed un incisivo al quale mancava un pezzetto minuscolo le donava quel tocco di asimmetrico che la faceva apparire affascinante.
Guardai le sue mani. Piccole, ben curate, nonostante il lavoro. Unghie laccate con uno smalto trasparente, tagliate corte in modo armonioso.
“Mi stai ascoltando?” interruppe la mia lunga osservazione.
“Scusa. Mi sono incantato a guardarti” le risposi.
“Ti stavo dicendo che nonostante il mio aspetto, io non sono una santarellina. Non credere che sia una suora. Mi occupo della casa, lavoro nel mio locale, sono sempre in giro. Ma ho anch’io una vita privata. “
“Non lo metto in dubbio. “ dissi subito.
“Pensi che altrimenti lo zio Giampi mi avrebbe preso nel suo condominio?”
Feci un balzo sulla sedia.
“Lo zio Giampi? Vuoi dire che il marito di Serena è tuo zio? Ma che casino!”
“OOOps… scusa. Mi sembra che allora tu non sappia niente di noi”
“Penso che sia venuto il momento di parlarne, non ti pare? Finalmente svelato il motivo per cui siete tutti così …particolari?”
“Te ne parlerà Serena. Io ti chiedo solo di non stupirti. E sappi che piaci a tutti. Tra poco inizieremo a contenderci il privilegio di stare con te…” sorrise alzandosi.
“Spiritosa! “ mi alzai. I nostri visi furono per un attimo vicini. I suoi occhi incontrarono nuovamente i miei, in silenzio.
“Mi hai colpito, Paola” le sussurrai.
“Anche tu, Jill” disse abbassando lo sguardo
“A che ora vai a casa? Posso accompagnarti… a piedi?” le chiesi sfiorandole appena una mano.
Rimase immobile. La mano ferma, come impietrita.
Alzò gli occhi e mi guardò con lo sguardo più dolce che avessi mai visto. Sentii un tuffo al cuore.
Tutto il sentimento, il turbamento, la tenerezza erano racchiusi in quegli occhi.
“Lascio qui la macchina. Vengo a piedi con te.” Disse con un filo di voce. Mi accorsi che le sue mani tremavano leggermente. La sfiorai di nuovo.
“Abbiamo le mani fredde” mi sorrise imbarazzata.
“E’ l’emozione…” le risposi.
Mi venne più vicina, e con un guizzo mi diede un bacio sulla guancia. Poi corse via.
“Aspettami. Prendo le mie cose”.
Riprese l’aspetto della donna-manager, e sparì dietro il banco.
Camminammo fianco a fianco lentamente, in silenzio. Aveva una borsa di cuoio a tracolla, ed alla luce del giorno il suo viso era ancora più luminoso, gli occhi più espressivi. E le labbra lucide, rosa pallido. Aveva messo un lucida labbra trasparente. Avevo voglia di baciarla subito, tanta era l’attrazione che provavo per lei.
Teneva un braccio lungo il fianco, e le nostre mani si toccarono.
La presi per mano, e lei strinse subito la mia, quasi non aspettasse che quel momento.
“Siamo arrivati” mi disse quando fummo al cancello del giardino di casa. Non volevo lasciarla andare, era troppo bello stare vicino a lei. Ma per nessuna ragione avrei voluto bruciare le tappe, fare qualcosa che avrebbe potuto turbare quei momenti così intensi.
La accompagnai fino alla base delle scale. Salì il primo gradino lentamente, poi il secondo, il terzo.
La vedevo allontanarsi, ma non riuscivo a staccare gli occhi da lei.
Si volse di scatto, ed in un lampo fu di nuovo accanto a me. Mi strinse in un abbraccio fortissimo, e mi baciò la bocca con forza. Poi si staccò, rossa in viso, e fuggì rapidamente.
Eravamo tornati ragazzini, con l’emozione della prima volta.
“Jiiiilllll!” mi chiamò Serena dalla finestra.
“Ciao Serena!”
“Dove sei stato?”
“ A mangiare un panino in paese”
“Aspetta” disse chiudendo la finestra.
In un attimo fu davanti a me, spalancando la porta.
“Hai un’aria strana! Cosa ti è successo?” chiese con aria preoccupata.
“Ho conosciuto Paola”
“Mamma mia che effetto! Jill! Sei sconvolto!”
“E’ magnifica” le dissi
Mi abbracciò con tenerezza.
“Si, è magnifica. Ora capisco cosa ti sta succedendo. “
“Serena… sono pazzo? Sto male come una bestia. O sto bene? Non capisco più niente. L’ho lasciata da tre minuti, e farei una follia pur di tornare accanto a lei”
“Vado da lei. Se la conosco bene, anche lei sarà sconvolta”
“dalle un bacio da parte mia.”
Mi diede un buffetto sulla guancia, e chiuse la porta alle sue spalle, cominciando a camminare per il sentiero che porta alla palazzina di Paola.
“Serena!” le gridai
Si fermò, voltandosi.
Le sorrisi. Lei ruotò l’indice sulla tempia, facendomi capire in un istante cosa pensava di me.
La prima notte
ppena in casa, spalancai le finestre. Avevo bisogno di aria fresca, nel vano tentativo di riprendere il controllo dei miei pensieri.
Ma il ricordo ricorrente di quel bacio sulle scale, mi metteva i brividi.
Andai al camino, deciso ad accendere il fuoco. Mentre i primi ceppi cominciavano a crepitare, accesi lo stereo, e lasciai che il sintonizzatore trovasse una stazione radio.
Poi sedetti sulla poltrona di fronte al camino, e mi rilassai guardando il fuoco che danzava per me.
Trascorsi un tempo infinito in quello stato di trance, continuando ad aggiungere legna, e soffiare per far riprendere vigore alle fiamme.
I miei pensieri erano rapiti da Paola.
Paola che mi guardava, Paola che lavorava, Paola che mi parlava, Paola che mi stringeva, mi sfiorava, mi baciava. Il suo sguardo, le sue mani, il suo piccolo corpo scattante.
Mi sarebbe bastato andare alla finestra per vederla. Ma preferivo indovinare i suoi movimenti, i suoi pensieri.
Serena era già rientrata. Avevo sentito la porta chiudersi, ed ora sentivo i rumori nella sua casa. Forse il marito era già uscito, o forse dormiva.
Guardavo l’orologio, pensando all’ora in cui Paola sarebbe uscita a piedi per andare al lavoro. Mi avrebbe cercato? Sarebbe venuta da me per chiedermi di accompagnarla?
Camminai nella penombra, per raggiungere la finestra che dava al suo appartamento.
All’interno non c’era alcuna luce. Paola doveva essere già uscita per andare al lavoro. E non mi aveva cercato.
“Scemo sentimentale!” mi dissi quando uno specchio mi rimandò l’immagine di un Jill spettinato, con la faccia da rimbambito.
Uscii velocemente. Una passeggiata nel bosco avrebbe probabilmente dato una svolta alla mia giornata inconcludente.
Camminai a lungo, prima nella penombra, poi nel buio totale, sentendo intorno a me la presenza di mille animali notturni. Senza la luna, la notte era umida, odorosa, piena di scricchiolii e leggeri rumori.
Con passo veloce, camminavo senza conoscere la strada, seguendo l’asfalto della piccola via che si inclinava in lievi salite, per poi scivolare nuovamente in brevi discese.
Quando sentii che le gambe reclamavano un po’ di sosta, entrai nel folto del bosco, tra gli alberi alti e fruscianti. Trovai un tronco tagliato, e sedetti per riposare.
Sarei rimasto in quella posizione in eterno, ad ascoltare la natura che si addormentava, ed i suoi guardiani che si rincorrevano nei giochi di ogni notte.
Ma l’umidità si infilò tra le trame del mio maglione, e cominciai a sentire freddo, per cui scattai in piedi, e tornai verso casa.
Quando le prime luci del paese rischiararono il mio cammino, potei dare un’occhiata all’orologio. Era tardissimo. Ero stato nel bosco per oltre due ore e mezza.
“Vieni a cena da me, stasera?” diceva il biglietto giallo incollato alla mia porta.
Firmato “S”.
Avevo qualche problema ad incontrare il marito di Serena, perché tutto quello che era successo mi faceva sentire in colpa nei suoi confronti.
Pensai di declinare l’invito, inventando qualche scusa.
E poi, pensai, l’ora della cena è passata da un pezzo, ed avranno già mangiato.
Non appena girai la chiave nella serratura, sentii la porta di Serena che si apriva.
Comparve Giampi, che mi salutò con grande cordialità, come se fossimo stati amiconi da sempre.
“Jill! Finalmente ti si vede!!”
“Ciao, Giampi. Eh si.. sono rientrato un po’ in ritardo… mi dispiace per l’invito a cena!”
“Ritardo? Macchè! Guarda che Serena ti ha messo il biglietto non più di un quarto d’ora fa! Io non mi fermo, perché ho qualcosa da fare in città. Mi fermo a dormire nel localino che abbiamo lì. Ma tu… non fare quell’aria, per piacere. Serena mi ha raccontato tutto, e sono molto contento che abbiate un rapporto così bello. Se pensi che questo mi faccia un effetto, ti sbagli! Siamo sempre stati liberi di vedere, giocare, fare tutto quello che ci pare. E ci vogliamo un mare di bene. Credimi, Jill… noi ci amiamo davvero, e ti giuro che quando siamo insieme, siamo l’immagine dell’amore. Ma a cosa serve reprimere i desideri del corpo? Forse con l’atto di matrimonio si sancisce la soppressione delle proprie fantasie? Delle voglie? Neanche per sogno. Per la maggior parte delle coppie, quell’atto segna il confine tra l’ufficiale e l’ufficioso. Tra il convenzionale e il trasgressivo, o nella peggiore delle ipotesi, tra la più triste delle consuetudini, ed il doloroso mondo dei sogni repressi. La libertà sessuale deve essere intesa come un rafforzamento di un rapporto d’amore, non come un tradimento. Serena ha scelto me, e continua a scegliermi. Ed io ho scelto lei. La scelgo ogni giorno, la penso in continuazione, nella mia mente ci sono solo momenti belli con lei. Ma guai se dovessi obbligarla a stare solo con me! Col tempo, si lascerebbe andare, non si occuperebbe più del suo corpo. Ed invecchierebbe tristemente. Pensaci, Jill. “
“Vedi, Giampi, in pura linea teorica le cose che tu dici sono giuste. Ma non tutti sono capaci di fare i conti con la propria gelosia, con il senso del possesso… Parliamo di istinti, di tradizioni, e ancora una volta di consuetudini”
“Tu sei un uomo libero, Jill. Puoi giocare con tutte le ragazze che conquisti, senza soffrire di gelosia per nessuna di esse. Quando troverai l’anima gemella, capirai che la fisicità è solo un aspetto marginale del rapporto matrimoniale. E se saprai scegliere di stare con lei solo quando il tuo desiderio lo chiede, quando soprattutto il suo desiderio ti reclama, allora sarete felici. E l’incontrarvi sarà un’esplosione di passione, di amore intenso perché c’è alla base di tutto la gioia di ritrovarsi, di condividere le emozioni. Vorrei farti un esempio che potrebbe sembrarti banale. Tu che rapporto hai con il cibo?”
“mi nutro” risposi
“Vedi, il mangiare è un altro magnifico piacere. Un regalo che fai al tuo corpo, la soddisfazione di un istinto primordiale. Puoi nutrirti, come fai tu, o mangiare come faccio io. Io metto in bocca solo quello che mi piace, quando ne ho voglia, con riti sempre diversi. E spesso cucino io, perché un buon pasto inizia con la scelta attenta degli ingredienti, dei vini, con i profumi dei cibi in cottura, con la preparazione della tavola per appagare la vista, con la scelta delle persone che ci accompagneranno in quei momenti di gioia intensa, di soddisfazione. Penso che l’esperienza con Sonia e Edo ti abbia fatto capire qualcosa, non è vero? Loro hanno unito due piaceri intensi, regalando a te un’esperienza nuova. Tu mangi da solo, nascosto in una cucina, magari in piedi, in fretta. Equivale ad una rapida masturbazione “di servizio”, quando proprio hai bisogno di liberarti di qualche milione di spermatozoi. Ma ci sono persone che amano mangiare in compagnia, soddisfare il piacere dello stomaco e del corpo. E non credi che anche la soddisfazione sessuale sia un momento che si debba vivere intensamente, senza repressioni, magari in mezzo a tanta gente, per accrescere le conoscenze, le esperienze? Pensi che queste persone mangerebbero solo gli stessi piatti? Sempre gli stessi? No, variano, scelgono, siedono, si beano di quello che hanno davanti, pregustano. Mentre solo al piacere del sesso danno una connotazione morbosa, di grave peccato. Ecco, Jill. Noi scegliamo. Giochiamo. Viviamo appieno i nostri momenti di gioia. Unisciti a noi, e ti sentirai libero, diverso. So che sei già sulla buona strada. Lasciati andare. E benvenuto nel condominio del piacere. Quello vero, inteso in tutti i sensi. “
“Grazie, Giampi. Sei un maestro, mi hai buttato all’aria tutte le vecchie certezze! Ora comincio a capire, e cercherò di adeguarmi. “ gli dissi guardandomi intorno. “Tutti? Proprio tutti sono come te?” gli chiesi pensando alla famiglia che ancora non avevo conosciuto.
“no, non tutti. Loro…”disse indicando le finestre degli anziani coniugi “ sono i vecchi abitanti di questo condominio. E non sono coinvolti in questo modo di vivere. Ma non disperiamo…”
In quel momento apparve Serena, bellissima in una tunica azzurra di seta.
“Avete finito di chiacchierare, voi due? Vieni dentro, Jill. Ho bisogno di una mano per preparare. Vuoi?”
“Certo! Mi dai il tempo di cambiarmi? Faccio prestissimo” risposi
“Tu vai, Giampi, che sei in ritardo” disse rivolta al marito che guardava lei, poi me, poi ancora lei
“Voi due… qualcosa mi dice che avete una forte intesa. Molto interessante, davvero…”
“Sai che indovino! Te l’ho appena detto io! “ scoppiò a ridere Serena.
Giampi la baciò teneramente sulla bocca, e Serena gli cinse il collo con le braccia.
“divertitevi, stasera. Ci rivediamo domani, eh?” disse l’uomo scendendo le scale.
“Non immagini neppure quanto ci divertiremo, amore mio….!” Gli rispose la moglie, con voce civettuola.
“Immagino, immagino….” Rispose Giampi schiacciando l’occhiolino.
“Vengo a scegliere i vestiti con te” mi impose Serena, entrando nel mio appartamento.
“E Paola? Come sta? L’hai vista? Le hai parlato?”
“è un po’ frastornata. Vi siete proprio fulminati a vicenda! Ora è al bar. Penso che ci raggiungerà più tardi, se non avrà altro da fare…”
“altro da fare? Ma dai! Pensi davvero che non verrà? “
“E cosa ne so io? Ha vissuto la sua vita autonomamente fino a cinque ore fa… ed ora che sei arrivato tu, all’improvviso rimane isolata dal mondo? Ma chi credi di essere?” mi spinse dolcemente verso il piano superiore.
Spalancò tutti gli armadi, e cominciò a buttare sul letto tutto quello che vi si trovava.
“Ma sei un cataclisma!” esclamai preoccupatissimo di dover rimettere tutto in ordine.
“Un giorno andiamo insieme a comperare qualcosa di bello per te. Questi sono abiti di servizio! Devi lasciare andare anche un po’ la fantasia, jill. Possibile che tu continui a vivere in un bozzolo pieno di certezze? “ . Continuava a buttare abiti, maglioni, perfino slip sul letto, che ora era completamente sommerso.
“Ma non è tutta roba mia! “ tentai di fermarla.
“Lo so. Queste cose le conosco già. Tuo fratello veste in modo terribile. “
“Allora conosci bene mio fratello? Lo conosci… come conosci me?” le chiesi stupito.
“L’irreprensibile dottore? Il luminare dagli occhi di ghiaccio? Certo che lo conosco. Anche se non ho mai giocato con lui. Non è capace di giocare. Questo sconvolgerebbe tutta la sua vita. Ma il fatto che ti abbia portato qui, vuol dire che ha capito benissimo che tu invece sei proprio adatto alla nostra vita. Mica scemo, il dottor Adler!”
Risi di gusto.
Finalmente Serena si fermò. Aveva trovato qualcosa che le andava a genio.
Feci per spogliarmi, ma mi fermò subito.
“Lascia fare a me. Sei troppo stanco” disse mentre cominciava a sfilarmi il maglione
“ok mammina. Fai tu. Ma se facciamo tardi alla cena, sarà solo colpa tua. Questa tunica mi eccita la fantasia…”
“Ma sei proprio inguaribile!” rise slacciandomi la camicia.
Passò ai pantaloni. Con una mossa lentissima li fece cadere ai miei piedi, lasciandomi solo in slip.
“Fai una doccia rapida, Jill. “ mi sussurrò mentre mi accarezzava il petto.
“Da solo?” azzardai
“Da solo, piccino. La mamma ha da fare.” Disse abbassandomi gli slip e baciandomi in mezzo alle gambe.
“Ma quasi non ricordo come sei fatta…”protestai debolmente.
“Non devi preoccuparti per questo… ho intenzione di farti fare un bel ripasso, stanotte.”
Entrai nella cabina della doccia, mentre la sentivo scendere le scale.
“Fai in fretta, Jill. Ti aspetto” disse ad alta voce. Poi sentii la porta che sbatteva.
Mi lavai rapidamente, e restai qualche minuto sotto il getto d’acqua calda.
In camera mi attendeva la montagna di indumenti, e sopra tutto, una simpatica tuta a righe azzurre e blu. Infilai un paio di boxer , un maglioncino a dolcevita, e sopra tutto la tuta.
Mi guardai allo specchio… avevo l’aria di un ragazzino. Presi dall’armadio un paio di mocassini, e tornai in bagno per asciugarmi i capelli. Erano diventati lunghi, con il ciuffo che cadeva continuamente sugli occhi. Presi il rasoio elettrico, e mi ripassai il viso, per cancellare ogni traccia di barba, ed infine mi lavai i denti. Ero quasi pronto.
Pensai di riordinare in fretta, rimettendo tutto nell’armadio. Mi preoccupava il ritorno, di notte, stanco e magari un po’ brillo… il letto pronto sarebbe stato il miglior rifugio.
Quando finii il lavoro, corsi in cucina, dove presi al volo una bottiglia di vino, ed uscii, bussando subito dopo alla porta di Serena.
Dall’interno sentivo il suono di una musica dolce, tranquilla.
“Entra, Jill. Ancora non hai imparato le consuetudini? Non abbiamo niente da nascondere, noi!” mi disse la voce della mia amica da lontano.
Nella casa si sentiva un magnifico profumo di cibo.
Sul grande tavolo della sala, alcuni piatti erano già allineati. Erano gli antipasti, sistemati in modo splendido: carote, zucchini, cetrioli tagliati in modo artistico facevano apparire quei piatti come opere d’arte.
“Sei bravissima, Serena. “ le dissi appena la trovai in cucina, circondata da pentole e cucchiai.
“Ma in quanti saremo?” chiesi incuriosito.
“Non ne ho la minima idea. Chi vorrà venire sarà il benvenuto” rispose mentre assaggiava del cibo da un cucchiaio gigantesco.
“Almeno sai dirmi per quante persone stai preparando?” incalzai
“Per una decina di bocche affamate”.
“Sei carino, Jill. Mi piaci. Ora metti questo grembiule e comincia a mettere nei piatti di portata le cose che ti passo. Fallo con tutto il tuo amore. E la fantasia. Ricorda che ogni piatto deve essere bello, oltre che buono. I pezzi devono essere piccoli, per poter essere mangiati con la forchetta, senza necessità del coltello,ma anche presi con le mani. Le tue mani, o le mie.. o quelle di qualcun altro. “
“Tutto freddo? Non ci sono piatti da servire caldi?” chiesi guardandomi intorno.
“Ogni cosa a suo tempo. “ sentenziò la maestra.
Mi impegnai a guarnire piatti di pasta fredda, polpettoni farciti, perfino patatine novelle. Avevo realizzato una piccola piramide di patate, e questo fece sorridere Serena, compiaciuta.
Mi divertivo un mondo a ricavare da prezzemolo, carote, capperi, e quanto trovavo in frigorifero o sul tavolo, forme strane, disegni, piccole sculture realizzate con limoni e aranci.
Via via che i piatti erano pronti, li portavo in sala, finchè la grande tavola fu completamente occupata.
“E dove mettiamo i piatti e le forchette? I bicchieri ed i cucchiai? Tovaglioli? Pane? “
“Sulle alzate. Prendile sotto il tavolo. Fai spazio tra i piatti, e metti una tovaglietta sopra ogni ripiano”
Feci una piramide di bicchieri, le posate a raggera, i tovaglioli di carta colorata a ciuffi tra i vassoi.
E fiori, tanti fiori a riempire gli spazi vuoti.
“Sei bravo, Jill. Hai fatto un lavoro magnifico” mi gratificò Serena, quando tutto fu terminato.
“Si, tesoro. Ma tu mi hai fatto venire una fame….”
“Tra poco inizieremo a mangiare.”
“E gli altri?”
“Quali altri?”
“Gli invitati!”
“C’è bisogno di invitati per mangiare?”
“C’è bisogno di invitati per mangiare TUTTO QUESTO!”
“Questo era il nostro gioco di stasera. Ora andiamo avanti a giocare, se ti va.” Disse togliendosi il grembiule, e slacciando il mio.
“Apri il vino, vuoi? Dobbiamo dargli un po’ di respiro. Se ne hai voglia, versalo nella caraffa che trovi in quella credenza. “
Stappai una bottiglia di vino rosso che mi aveva dato. E Piano la travasai nella caraffa, riempiendomi le narici del profumo che ne scaturiva.
“Ora apri la porta di ingresso, per cortesia. E metti sul davanzale delle scale questo cesto. Poi accendi la piccola miccia. E vedrai che effettore…
Eseguii alla lettera le sue disposizioni.
Quando avvicinai l’accendino alla miccia nel cesto, questa prese subito fuoco, ed in un attimo si propagò a tante piccole protuberanze che spuntavano da una spugna sintetica.
D’improvviso, in un lampo accecante, tutte le piccole punte presero fuoco, ed iniziò uno splendido gioco di scintille colorate. Restai fermo ad osservare quello spettacolo che sembrava scemare ma riprendeva subito con nuovo vigore. Il cesto pieno di luce era un richiamo a tutta la tribù.
“Buon appetito , Jill. Che questa serata sia meravigliosa per te, mio dolce amico. “ Mi disse Serena abbracciandomi.
“Buon appetito anche a te, Serena, mia splendida amica, maestra di amore e di vita.” Versai del vino rosso nel bicchiere che teneva in mano, e ne versai anche nel mio.
Cominciai a servirmi, mettendo nel piatto piccole porzioni prese dai vari vassoi.
“No, Jill. Non mettere tutto nello stesso piatto. Non offendere i cibi. Ognuno ha il suo sapore, sono frutto di incontri di elementi, ed hanno il diritto di essere assaggiati nella pienezza del loro gusto.
Ora siedi, e chiudi gli occhi. Anzi… facciamo così…. Io ti bendo. Pensa solo a mangiare. Io ti imboccherò, e tu lasciati andare.”
Attesi su una comoda poltrona che Serena finisse di bendarmi gli occhi, e che mettesse al mio collo un grosso tovagliolo per ripararmi dalle cadute accidentali del cibo che stavo per mangiare.
Cominciò ad imboccarmi dolcemente, con piccole forchettate di cibo, ed io ero assolutamente affascinato dal piacere che provavo ad assaporare ciò che mi porgeva. Ogni tanto, appoggiava il bicchiere alle mie labbra, e mi faceva bere un sorso di vino, per separare i sapori . Oppure un pezzo di pane, un grissino. Godevo dei sapori, godevo dell’attesa tra un boccone e l’altro. Ogni volta che aprivo la bocca, la sorpresa di scoprire un nuovo gusto mi eccitava, mi coinvolgeva.
Pian piano, sentivo che accanto a me la sala si stava riempiendo. Il silenzio era appena turbato dalla musica di sottofondo, e dai fruscii che gli altri commensali facevano nel muoversi nell’ambiente. Non sapevo quante persone ci fossero, ma avvertivo la loro presenza.
Ad un tratto, una bocca si avvicinò alla mia, e mi baciò dolcemente. Sentii il profumo di Paola.
“Ciao” mi sussurrò baciandomi nuovamente.
“Ciao, Paola. Sono felice che tu sia qui” le risposi cercando di sciogliere la benda che mi impediva di vederla.
La sua fresca mano mi impedì di continuare. “Continua a mangiare, Jill. Io sono qui con te. “ mi disse sottovoce.
“E’ la tua serata, Jill. Serena ha organizzato tutto per te, per darti il benvenuto tra noi” mi disse Paola, mentre continuava ad imboccarmi dolcemente.
Ogni tanto mi asciugava le labbra con un tovagliolo morbidissimo, poi mi sfiorava con un tenero bacio, e riprendeva a porgermi il cibo.
Il piatto caldo arrivò dopo poco, ed erano delle piccole conchiglie di pasta, con un sugo alle melanzane . Una meraviglia.
Il gioco ogni tanto si fermava, per farmi prendere fiato. L’attesa era colmata dalle carezze di Paola, che non fermava le sue mani dolcissime che mi accarezzavano il viso, scivolavano sugli occhi, sulle labbra, poi tornavano tra i capelli. Cercavo il suo viso, accarezzavo il suoi fianchi, raggiungevo la testa, giocavo con i suoi capelli. Ma lei si allontanava un poco, e piano riprendeva ad accarezzarmi con una dolcezza infinita.
“E’ la tua festa, Jill. “ ripeteva sottovoce.
Stranamente non sentivo affatto la pesantezza di stomaco. I cibi che avevo mangiato erano cotti in modo perfetto, e gli ingredienti che Serena aveva utilizzato, erano sicuramente i migliori, naturali.
Sentivo un po’ di torpore, certamente dovuto al vino.
Ogni tanto una mano diversa, un profumo diverso si avvicinava a me, e si alternava a Paola. Non ero in grado di riconoscerli, ma cercavo di imprimermi nella memoria quei gesti, quegli odori per poterli ritrovare in seguito, una volta mi fosse stata tolta la benda dagli occhi.
Giunse il momento di assaggiare i dolci, la frutta, il dessert. A piccoli pezzi, gustai la frutta ricoperta da cioccolato caldo, i minuscoli bigné ripieni di crema, un budino profumato alla rosa, un semifreddo al sapore di torroncino.
Al vino rosso era stato sostituito un moscato profumatissimo, e la mia testa vagava dolcemente tra i sapori ed i profumi, cullata dalle carezze e dai baci di Paola.
Piano piano, sentivo un leggero torpore che saliva alla testa, e mi accorsi che stavo per addormentarmi nel piacere più intenso.
“Riposa, Jill. Lasciati andare. Segui il tuo corpo e non pensare ad altro. “
Lasciai che il sonno coronasse quell’orgia di sapori, ed appoggiai la testa sul grande cuscino morbido che Paola aveva posto dietro la mia testa. Portai il corpo in avanti, alzai i piedi appoggiandoli su un piccolo sgabello che sentii posare davanti a me.
Poi dolcemente mi lasciai andare.
Non mi accorsi del tempo che passava, non seppi neppure quante ore, minuti o secondi erano trascorsi. Quando apersi gli occhi, la benda era sparita. La sala era avvolta dalla penombra, e non vedevo anima viva.
Sul tavolo c’erano pochi piatti vuoti. La musica di sottofondo continuava a suonare, ed io mi alzai.
Un leggero giramento di testa mi consigliò di appoggiarmi alla grande tavola. Poi raggiunsi il gabinetto per liberarmi di tutti i liquidi che avevo ingerito.
Mi sciacquai la bocca, sistemai i capelli. Avevo un viso riposato, nonostante la serata piena di avvenimenti.
Decisi di cercare Serena, per augurarle la buona notte, e ringraziarla di quell’esperienza indimenticabile. Salii silenziosamente al piano di sopra, e vidi una luce nella sua camera.
Mi avvicinai in punta di piedi, e lentamente spinsi la porta. Non volevo svegliarla.
Quando mi affacciai, rimasi impietrito sulla porta.
Sul grande letto dalla testata rosa, Serena era distesa, nuda, splendida, abbracciata a Paola, anch’essa completamente nuda, e le loro bocche erano congiunte in un bacio dolcissimo.
Erano sveglie, e stavano giocando. Le mani di Serena percorrevano il corpo di Paola, accarezzandola con una tenerezza infinita.
Paola, la mia Paola, appoggiava ora la testa sui seni di Serena, e li baciava piano, languidamente.
Ora l’uno, ora l’altro, accompagnati dalle mani candide di Paola, raggiungevano le labbra della mia amata, e si lasciavano succhiare. I capezzoli appuntiti, induriti dal piacere, sgusciavano dalle labbra socchiuse, con un piccolo guizzo.
Non sapevo più cosa fare. Non volevo disturbarle, ma ormai ero nella camera, ed un sottile piacere si era impossessato del mio corpo, facendolo fremere. Sentivo che la mia eccitazione cresceva nei boxer, e stentavo a ritirarmi. Guardavo quei due corpi magnifici che giocavano a sfiorarsi, a toccarsi a godere del reciproco piacere.
Paola scivolava sul corpo di Serena, con il viso che percorreva la sua pelle accarezzandola, e la bocca che si apriva per lasciare uscire la lingua rosa, che lambiva ora un seno, ora l’ombelico, e scendendo con spontanea lentezza, si avvicinava al pube di Serena, che con gli occhi chiusi attendeva il piacere del contatto. Serena che si apriva lentamente, alzando le gambe per permettere a Paola di appoggiare il suo viso su una coscia, e raggiungere con la lingua il centro del piacere.
Non avevo mai visto due donne fare l’amore, e queste immagini mi facevano impazzire di desiderio. Non mossi un muscolo, cercai di reprimere il mio respiro che stava diventando affannoso.
Le guardavo donarsi piacere, ed immaginavo di sentire sotto le mie mani i loro corpi caldi e morbidi.
Paola leccava dolcemente il bocciolo di Serena, che emetteva un sottile gemito, quasi un lamento. Era molto diverso da quello che avevo sentito quando, la prima volta, avevo appoggiato la mia lingua su quel caldo bottoncino, e l’avevo sentita sospirare di piacere.
Poi Serena si mosse lentamente, continuando ad accarezzare la testa di Paola, e cercando di invertire la sua posizione.
Nel farlo, aprì gli occhi e mi vide.
Sorrise dolcemente, e mi mandò un bacio . Anche Paola si accorse di me, e mi guardò con un ampio sorriso.
Serena mi allungò una mano, per invitarmi sul suo letto. Lo fece con un gesto naturale, tranquillo. Ed io non mi sentii affatto imbarazzato quando, in ginocchio, raggiunsi le due donne che si erano distese una accanto all’altra, e mi posi tra loro.
Serena mi baciò subito, con un bacio pieno di passione. Paola mi accarezzava i capelli, ed attendeva il suo turno di appoggiare le labbra alle mie. Mi voltai verso di lei, e mi accarezzò le labbra con la lingua prima di aprire la bocca, e travolgermi in un bacio profondo e magnifico.
Quattro mani cominciarono a slacciare le bretelle della mia tuta, approfittando di ogni mossa per accarezzarmi, mentre le bocche mi baciavano e si baciavano in un gioco di lingue e di labbra.
Quando restai con i soli boxer, i due corpi delle mie amanti scivolavano sul mio petto, ed i loro seni solleticavano il mio ventre, i miei capezzoli, si avvicinavano alla mia bocca, si lasciavano lambire dalla mia lingua assetata.
Serena si staccò lentamente, e lasciò che Paola continuasse a baciarmi. Poi prese le sue mani tra le mani, le tenne un poco, e le portò lentamente all’elastico dei boxer, invitandola a sfilarmeli.
Guardai il viso di Paola, che mi sembrava fosse arrossito. La accarezzai e la baciai, mentre sentivo le sue mani che accompagnavano i boxer giu, per le gambe, fino a farli volare in fondo al letto.
Ero nudo, ora, e Paola era accanto a me. Ferma, immobile, gli occhi chiusi. Sembrava pietrificata, ed il suo rossore era ormai molto visibile. Guardai Serena con aria interrogativa, e lei mi rispose con un bacio da lontano.
Nel silenzio della stanza, Serena si mosse verso Paola, prendendole ancora una volta le mani nelle mani, e portandole ad accarezzare il mio ventre, scendendo piano sul mio sesso che era giunto alla massima eccitazione.
Sentii le mani fresche di Paola che esitavano nell’accarezzarmi, e Serena che dolcemente le insegnava. La tirò lentamente verso di sé, e le mostrò come le sue mani mi accarezzavano, le labbra percorrevano il mio corpo fino a raggiungere il mio sesso. Paola seguiva i suoi movimenti, con incertezza, e quasi ad implorare un aiuto dalla sua amante, la guardava e ripeteva i suoi gesti.
Quando i due visi raggiunsero il pube, solo Paola scese ancora, e baciò piano il mio grosso arnese, mentre le mie mani accarezzavano i suoi capelli, il viso.
Con un gesto dolcissimo, Serena impugnò il mio scettro, e lo avvicinò alle labbra di Paola, che si schiusero lasciandolo entrare.
Ero eccitatissimo, e sentivo la bocca di Paola che si chiudeva intorno al glande, stringendolo un poco, e la sua lingua… calda e morbida lo leccava con un gesto circolare.
Serena mi baciava, poi scendeva con il viso vicino a quello di Paola, e la riempiva di piccoli baci. Le sue mani le accarezzavano i piccoli seni e le regalavano un piacere acuto, che la faceva tremare.
Mi allontanai lentamente, ed accompagnai Paola nel suo movimento per distendersi. Ora giaceva sulla schiena, e noi eravamo ai suoi lati. La baciai teneramente, e lei ricambiò con passione. Cominciai ad accarezzarla, a baciarla sui seni, sul corpo. Serena ci guardava immobile.
Piano scesi sul pube e con un lieve tocco chiesi a Paola di divaricare le gambe. Ebbe una lieve esitazione, poi si lasciò andare, e capii che aveva deciso. La baciai, sentii sotto la lingua il suo clitoride che si induriva, il ventre che accompagnava i miei movimenti, i sospiri che riempivano l’aria. Serena la baciava, giocava con la sua lingua, ma ogni tanto si ritraeva, quasi a volerci lasciare soli. Senza allontanare il viso dal caldo tepore del sesso di Paola, io con una mano invitavo Serena a lasciarsi andare, a continuare a giocare con noi. E lei non si faceva pregare, regalando a Paola ed a me, i più dolci baci, le carezze , il piacere che sapeva donare.
Paola sussurrava qualcosa, che non riuscivo a capire, e mi avvicinai al suo viso.
“Ti amo, Jill. Sono pazza di te” mi disse tutto d’un fiato
“Ti amo anche io , Paola. Sei una donna meravigliosa.” Le risposi baciandola.
Serena accanto a noi prese le mani di Paola, e le portò ancora una volta a toccare il mio grosso pene. “Sii dolce, Jill. E’ la sua prima volta” mi disse, mentre con la mano avvicinava il mio sesso alla fessura calda e bagnata di Paola che mi stava attendendo.
Lo accompagnò fino a sentire che il piccolo sforzo per entrare era compiuto, e baciò teneramente le nostre bocche unite. Poi silenziosamente si alzò e sparì dalla stanza.
Entrai piano dentro Paola, che accompagnava il mio movimento alzando le anche. Sentii un po’ di resistenza, e fui tentato di desistere. Mi accorsi che provava dolore. Ma lei fu rapida e diede un forte colpo di reni, facendomi irrompere dentro di sé.
“Ti voglio, Jill. Voglio essere tua. Ti amo ti amo ti amo….” Continuava a ripetere, mentre mi muovevo dolcemente nel suo caldo antro.
“Amore mio… ti ho trovata, finalmente… “ le sussurravo all’orecchio.
Le nostre bocche erano diventate di fuoco, le lingue guizzavano intrecciandosi, ed i nostri sessi danzavano al ritmo dei corpi, facendoci sussultare ad ogni movimento.
“Ora esci, ti prego… non prendo la pillola… non rischiamo…” mi chiese dolcemente Paola. Ed in un balzo fui fuori di lei.
“Scusami” mi disse con aria triste.
“Ma sei matta? Hai fatto benissimo a dirmelo! Avrei dovuto immaginarlo…”
“Ti fa male? Ti ho fatto male? “ le chiesi subito dopo.
“Non molto.. pensavo fosse molto peggio, da quello che mi avevano descritto” rispose sorridendo.
“ Ma tu… non hai mai avuto un uomo? Mai???” le chiesi.
“Sei il primo, amore. E sono felice di averti regalato la mia prima volta”. Rispose abbracciandomi.
“Un giorno ti racconterò. Ma ora, godiamoci questo momento meraviglioso” disse nuovamente, mentre una mano scendeva a riprendere possesso della mia spada.
La mia mano percorse il suo corpo, e si fermò tra le gambe leggermente aperte. Paola mi invitava ad accarezzarla. E le mie dita giocarono con il suo sesso, accarezzarono il clitoride, la penetrarono lievemente , mentre le labbra succhiavano i suoi capezzoli.
Paola giocava con me, ed io con lei. Ed alla fine, mi lasciai andare ad un orgasmo formidabile, che la sorprese. Scoppiò a ridere, non sapendo più cosa fare, con tutto il seme che si era sparso sul suo corpo, aveva bagnato le sue mani, era perfino finito tra i suoi capelli.
“Ma sei fuori? Mi hai bagnata dappertutto!!!” mi disse alzandosi e continuando a ridere della sua sorpresa.
“Benvenuta nel mondo degli umani, tesoro mio. Sei magnifica, dolcissima ed io ti amo.” Le dissi, mentre la accompagnavo in bagno per ripulirsi.
Anche lei era leggermente sporca, di sangue, e la aiutai a fare il bidet, nonostante il suo primo gesto fosse di vergogna.
“Non puoi vergognarti di me, Paola. Ora io sono il tuo uomo. E tu sei la mia donna. E non abbiamo segreti” le dissi, mentre lavavo dal suo corpo le tracce del mio piacere.
Senza vestirci, ma tenendoci per mano, andammo a cercare Serena. La casa era deserta.
“Dove cavolo sarà andata a cacciarsi?” disse Paola mentre addentava un dattero che aveva trovato su di un piatto.
“Vuoi vedere che lo so?” le risposi con tono di sfida.
La presi per mano, ed apersi la porta di casa.
“Ma siamo nudi!” obiettò Paola mentre la trascinavo all’aperto.
“Certo. Non ci siamo vestiti!” le risposi, mentre varcavamo la soglia del mio appartamento.
Le feci cenno di non fiatare, mentre salivamo le scale.
Al terzo gradino Paola si bloccò e mi costrinse ad un arresto. Mi spinse contro il muro, e mi baciò con una forza ed una tenerezza che mi lasciarono sorpreso. Poi riprendemmo a salire.
Sul mio letto, candida e addormentata, Serena riposava dopo averci regalato la nostra prima notte d’amore.
La spingemmo sul bordo del lettone, e ci accomodammo accanto a lei.
Poco dopo dormivamo abbracciati.

UN DOLCE RISVEGLIO
ro ormai abituato a svegliarmi con qualche sorpresa, e quel mattino non fece eccezione.
Da quando Serena aveva capito che ho un sonno molto duro, e che mentre dormivo avrebbe potuto farmi qualunque cosa senza svegliarmi, ero diventato preda dei suoi capricci erotici, e quello che era ancora peggio, ora stava dando lezioni a Paola. E che lezioni!
Aprii gli occhi e subito sentii che il mio corpo era freddo, strano.
In fondo al letto, le due ragazze armeggiavano con una bottiglia di olio per bambini, e tutto il mio corpo ne era cosparso. Viscido come un pesce da buttare in padella, feci per muovermi ma non riuscii. Avevo le mani legate alla spalliera del letto, e le gambe divaricate, legate anch’esse alle assi del fondo. Spalancato e nudo, non mi rimaneva il minimo spazio per il pudore.
“Ben svegliato, amore mio!” disse in un fiato Serena.
Paola non disse nulla, ma venne subito a baciarmi.
“Cos’è questo scherzo? Non mi piace affatto di essere legato. Non vi sembra di esagerare?”
“A noi, no. Non ci sembra affatto di esagerare. Vero, Paola?”
Paola la guardò sorridendo.
“Ora stai fermo, che ti dobbiamo guardare e fotografare. D’altra parte, il gioco della fotografia l’hai inventato tu… ed ora ne subisci le conseguenze!”
“Noooo, io ho solo fatto qualche scatto! Sei tu, perversa aguzzina, che ci marci, eccome!”
Come per tutti i giochi, sentii che la carica erotica di Serena mi avrebbe coinvolto, e smisi di lamentarmi, adattandomi alla situazione.
L’olio abbondante, scendeva a piccole gocce sul letto, e mi dava la sensazione di umido.
Le donne erano nude, e si apprestavano ad iniziare a giocare con me. Gli scatti furono pochi, e si limitarono a riprendere alcuni dettagli del mio corpo. Ridevano, e si scambiavano la fotocamera, suggerendo le inquadrature più interessanti. Scattavano, si spostavano e ricominciavano a giocare.
Quando Paola mi si avvicinò nuovamente, sentii il profumo della sua pelle che mi faceva girare la testa. Dall’altra parte del letto, Serena profumava allo stesso modo. Sicuramente le due avevano fatto una doccia insieme, prima di mettersi a giocare con me.
“Tocca a te” disse Serena, sorridendo a Paola, che si avvicinò fino a sfiorarmi il viso, ma senza toccarmi.
Aprì appena le labbra, e fingendo una carezza a bocca aperta, percorse il mio viso, indugiando sugli occhi. Sentivo solo il suo alito caldo e profumato. Nessun contatto.
Il mio corpo era ancora addormentato, ed il mio sesso, piccolo, giaceva su un lato.
Paola si ritrasse, e Serena si avvicinò, facendo lo stesso gesto. Sentii il calore del suo viso, l’odore della sua pelle.
Quando anche la sua amante si alzò, Paola seguì la linea del mio viso con le labbra, sfiorò un orecchio e scese lungo il collo, per poi sollevarsi nuovamente e cedere il gioco a Serena che più lentamente fece lo stesso percorso dall’altra parte della faccia.
Cominciavo a sentire la pelle che si raggrinziva al passaggio di quei fiati tiepidi, immaginando il contatto con le loro bocche.
Furono poi il petto ed i capezzoli oggetto delle loro attenzioni, sempre in modo speculare.
Quando si accorsero che la mia pelle aveva una reazione, si fecero un cenno d’intesa, e proseguirono.
Paola si inginocchiò accanto al letto, e si apprestava a sfiorarmi il ventre e l’ombelico, quando Serena la fermò.
“No.. non vale con i capelli. Raccoglili”
“ma che gioco è questo? Il vento del sesso?” risi rivolto a loro
“Aspetta e vedrai” rispose Serena con aria civettuola.
Paola riprese lentamente il suo percorso. Sentivo il suo fiato caldo concentrarsi sul ventre, ed il piacere cresceva dentro di me, sotto forma di una vaga eccitazione di pelle.
Serena attese qualche attimo dopo che la mia donna si fu ritirata, per vedere la reazione del mio corpo.
“non basta” sentenziò. E venuta sullo stesso lato di Paola, proseguì il lavoro, alternando soffi di alito caldo a leggeri sbuffi freschi, provocando reazioni alla mia pelle che si raggrinziva e si distendeva ad ogni sospiro.
E fu Paola a scendere verso il pube. Per un attimo sentii le labbra che mi toccavano, e subito si allontanavano, mentre sentivo che il mio sesso iniziava a muoversi.
“Dai, Sere, non puoi dire che ora non basta. Guarda!” implorò la ragazza.
“I patti sono patti. “ fu lapidaria Serena.
E si avvicinò, lanciandomi una lunga occhiata densa di desiderio.
Quando Serena giunse con le labbra all’altezza del pube, sentii che il mio pene aveva raggiunto il pieno vigore, e pulsava in cerca di un contatto.
“Ho vinto io!” disse dolcemente Serena, “ma ti concedo di baciarlo, prima.” Disse a Paola che aveva fatto una smorfia di disappunto.
“Ed io? Non ho nessuna voce in capitolo?” protestai
“Tu? No, caro. Tu sei l’uomo oggetto. “ rispose Paola ridendo.
Poi si avvicinò al mio sesso eretto, e cominciò a baciarlo con tenerezza, leccandolo piano ed infine succhiandolo dolcemente, con un movimento a stantuffo.
Serena iniziò ad accarezzare tutto il mio corpo, con le mani leggere, con il suo corpo. E Paola la raggiunse, strofinandosi su di me, facendomi sentire il calore della sua pelle.
La mia eccitazione era ormai incontenibile. Avrei voluto slegarmi e balzare in piedi per concedermi il piacere di toccarle, di frugare nei loro corpi. Ma non mi slegarono. Proseguirono a baciarmi ed a toccarmi, finché Serena non decise che era giunto il momento, e si pose sopra di me, spalancando le gambe sulla mia asta incandescente, e scendendo piano per farmi entrare in lei. Restava in posizione eretta, e tutto il mio arnese era dentro di lei, mentre i suoi seni ballavano al ritmo dei colpi che lei stessa ci imponeva.
Paola accarezzava i nostri sessi, e li assecondava nei movimenti. Poi venne accanto a me, e mi guardò con una infinita tenerezza prima di darmi un lungo magnifico bacio.
“Ti piace, Jill? Non sono gelosa. Lei è una parte di me. Non sono stata capace di eccitarti: era questo il nostro gioco. Quella che fosse stata capace di eccitarti senza toccarti, fino a farti raggiungere una completa erezione, ti avrebbe avuto dentro di se.”
“Ma Serena ha barato al gioco! Sapeva che i tempi dell’erezione sono lunghi ma costanti. Tu mi hai preparato. Se fossi restata ancora qualche secondo, avresti visto cosa mi stava succedendo!”
“Canaglia!” sibilò Paola in direzione di Serena, che con la testa all’indietro continuava a saltare godendo ed ansimando.
Lentamente Paola si mosse sul letto, e prese la boccetta dell’olio, versandone abbondantemente sulle spalle della furia che stava sbattendomi sul letto. Con la mano fece il gesto di accarezzarla dappertutto, mentre continuava a versare. La cosparse sulle spalle, sui seni, sulla schiena ed infine giunse sul sedere, che sbatteva ritmicamente sulle mie gambe aperte. Continuava a versare un sottile filo, che si insinuò nel solco delle natiche, e scivolò all’intereno. Sentivo il fresco che aveva raggiunto i nostri sessi, e lubrificava il passaggio. La mano di Paola continuò la sua opera di lubrificazione, ma quando giunse alle colline morbide in fondo alla schiena, con un dito lubrificò anche il buchino più piccolo, faticando a centrarlo per il continuo movimento.
“Sei magnifica, Paola… mi piace quello che stai facendo! “ sospirò Serena senza smettere.
La mano della mia ragazza accarezzò ancora una volta il mio sesso che scivolava dentro Serena, mentre con l’altra aiutava la donna ad alzarsi ed abbassarsi.
Fu questione di un attimo. Ad un movimento appena troppo lungo, il mio pene sgusciò dall’alloggiamento caldo che lo aveva ospitato, forse aiutato dall’altra mano di Paola che aveva sollevato il sedere di Serena. Nell’istante in cui questa si riabbassava, l’altra mano velocissima infilò la mia spada nell’altro buco, centrandolo e consentendomi di scivolare di colpo dentro di lei.
“aaaah! Carogna!!” sussurrò Serena “ti sei vendicata, eh? Ma non sai quanto è bello anche questo piacere!” Il movimento si arrestò, anche perché la penetrazione era molto più difficile. Paola continuava a versare olio, finchè sentii che ero entrato tutto nella stretta porta.
Mi consentì solo pochi movimenti prima di impugnare nuovamente il suo giocattolo, e rimetterlo nella vecchia posizione.
“Perché non approfitti di questo bel ragazzo per farti baciare propriò lì? “ suggerì Serena, che aveva ripreso il suo ritmo.
Paola si distese sopra di me, con la testa all’altezza del mio ombelico, e spalancando le gambe, si avvicinò alla mia bocca, cercando il contatto con la mia lingua.
“No, amori miei. Adesso comando io. O mi slegate subito, e continuiamo a giocare, altrimenti mi fermo e finite di giocare da sole!” intimai con voce incerta, a causa dei colpi di Serena, e delle grandi labbra del sesso di Paola che sfioravano la mia bocca.
Non vi fu alcuna risposta dalle due. Mi accorsi che si stavano baciando. L’una a cavalcioni sul mio viso, l’altra ben ancorata al mio sesso,appoggiandosi con le mani sul letto giocavano con le loro lingue.
Presi il clitoride di Paola tra le mie labbra, e cominciai a stringere. Prima dolcemente, poi sempre più forte.
“Ehi Jilllll! Te lo vuoi mangiare?” fu la reazione della mia ragazza.
Serena si fermò, e scese dal letto. Mi tolse subito i lacci alle caviglie, mentre Paola che si era girata verso di me, provvide a slacciarmi i legacci che mi imprigionavano i polsi.
Avevo gambe e braccia indolenzite. Me le massaggiai mentre le ragazze si accomodavano ai miei lati. Mi alzai in posizione seduta, poi scesi dal letto.
“Dove fuggi? Non abbiamo ancora finito con te!” disse Serena
Paola mi seguì in bagno. Chiuse la porta alle nostre spalle, e mi abbracciò fortissimo.
“Scusami, amore. Non ti sei offeso, vero? E’ un gioco…”
“No, stai tranquilla. E’ stato un gioco molto bello. Ma adesso tocca a me. E mi devi dare una mano…Serena finirà nella mia posizione” le dissi baciandola “ma al contrario. A pancia in giù”
Rientrammo abbracciati in camera. Serena era ancora distesa, e si era accesa una sigaretta.
Avevo portato con me un asciugamano, per togliermi dalla pelle un po’ di unto.
Paola si fermò ai piedi del letto, mentre io tolsi di mano alla nostra amica la sigaretta.
“cosa state macchinando, voi due?” disse questa, tentando di alzarsi.
Fui su di lei, coprendola di baci. Iniziai dall’ombelico, e salii pian piano fino ai seni, alle spalle, al collo. E lentamente la girai , mentre la baciavo sulla nuca. Il suo corpo morbido e scivoloso si adattava alle mie carezze, e sulle labbra sentivo l’unto dell’olio che aveva un pessimo sapore, ma quello ormai doveva diventare il mio pezzo forte.
Allungai le sue braccia oltre la testa, cercando di baciarla e leccarla sotto le ascelle. Mentre Serena restava immobile a braccia divaricate, iniziai a baciarle la schiena, scendendo lentamente.
Paola mi venne vicina, e cominciò a baciarla dall’altro lato, risalendo dai fianchi alle ascelle.
In un lampo, le afferrammo i polsi, e li infilammo nei due lacci che erano rimasti pendenti dalla testata del letto, stringendo subito le fibbie.
“Ah vigliacchi… ecco cosa tramavate” fu la risposta di Serena tra il serio ed il divertito.
“Ora le gambe!” dissi spostandomi ai piedi del letto.
“No… dai… le gambe lasciamele libere!” implorò inutilmente la donna.
Mentre Paola legava una caviglia ad una estremità del bordo del letto, io facevo altrettanto con l’altra. Ed in pochi secondi la nostra amica era immobilizzata. Spalancata sul letto, si apprestava a subire l’assalto delle nostre due fantasie riunite.
Ci sistemammo ai piedi del letto, davanti alla stuzzicante visione delle gambe spalancate di Serena, che terminavano in due pieghe scure dai bordi arrossati.
Presi l’asciugamano e lentamente ma aritmicamente iniziai a batterlo sul sedere di Serena, che , sorpresa, lanciò un gridolino.
“Ehi..piano! Mi fai male!”
“Si, lo so!” le risposi continuando a battere.
Guardai Paola. Aveva uno sguardo strano. La divertiva e la preoccupava insieme. La incitai.
“Anche tu, dai!” e con la mano aperta diede una sonora sculacciata alla sua amica resa inerme.
“Però… è eccitante, non trovi?” chiese Paola.
“Appena mi slego, vi faccio a pezzi…” rispose Serena ridendo e lamentandosi per i miei colpi.
Paola si allungò sul corpo della donna, e cominciò un massaggio lungo la schiena. Le massaggiò le spalle, scese di nuovo sui fianchi. Poi accarezzò le natiche spalancate. Indugiò sul buchino, guardandomi per chiedermi l’approvazione. Le sorrisi, ed in un attimo il suo dito scomparve all’interno.
Con l’altra mano iniziò a graffiare la schiena, provocando mugolii in Serena. I graffi erano leggeri, ma ad ogni passaggio andavano intensificandosi, lasciando delle tracce vistose sul bianco della pelle.
Salii in ginocchio sul letto, tra le gambe spalancate.
Paola si voltò verso di me, e cercò con le labbra la mia bocca, mentre seduta sulla schiena rigata di Serena, strofinava il suo sesso aperto procurandosi piacere al contatto.
Con la mano indirizzai il mio pene bollente al centro delle gambe, iniziando una lentissima penetrazione. La mia lingua giocava con quella di Paola, e le mani accarezzavano, stringevano, graffiavano la pelle scivolosa sotto il mio corpo.
Sentivo i gemiti di Serena, ad ogni passaggio lento, quasi fermo, nelle pieghe del suo interno. Era eccitata, pronta a sciogliersi nell’orgasmo liberatorio. Ma non volevo terminare il gioco. Volevo portarla ad uno stadio di piacere quasi doloroso. Uscii dal suo ventre, e cercai l’altra apertura aiutandomi con una mano. Paola guardava eccitata il mio sesso che spingeva per entrare, poi violava la piccola apertura, e tornava all’aperto provocando sospiri di piacere. Entrai nuovamente, ma questa volta con maggiore decisione, cercando di spingermi a fondo. La mia mano accarezzava il suo clitoride che era viscido per l’umore che ne era scaturito, e scivolai dentro e fuori Serena, alternando le aperture. Ad ogni spinta era un sussulto, ad ogni uscita un sospiro.
“Jill… sei cattivo!” mi disse Paola slegando i polsi di Serena, e cercando la sua bocca da baciare.
“No, amore. E’ bravissimo.”le rispose Serena
Restando dentro di lei, slegai le caviglie dalla morsa dei lacci, e la ragazza chiuse le gambe intrappolandomi dentro di sé.
Stringeva forte, ed impediva i miei movimenti. Sentivo che il glande intrappolato mi rimandava acute ondate di piacere, e sentivo montare l’orgasmo.
“Vuoi il tuo uomo, piccina?” Chiese a Paola.
“ Stanotte ho sentito un bruciore….” Si lamentò la mia ragazza.
“E’ la prima volta… già la seconda è più bella…” rispose Serena.
“E se resto incinta?” obiettò ancora Paola, mentre guardava con occhi sgranati il mio grosso bastone che era uscito all’aperto, e svettava in tutta la sua grandezza.
“Jill… possibile che tu non abbia un preservativo?”
“Ne ho uno in bagno, nella busta degli accessori!” risposi
Serena scattò in piedi, e si precipitò in bagno.
Rovistò per un momento tra le mie cose, e tornò saltando sul letto.
Paola era accanto a me, e mi accarezzava i capelli. Il suo corpo era stretto al mio, e sentivo il dolce calore che emanava.
Serena fu svelta ad impossessarsi del mio pene, e lasciò che Paola si avvicinasse, mostrandole come appoggiare il preservativo alla punta, ed aiutandola a srotolarlo. Tutto in coppia…
Mi sentivo circondato di attenzioni. Erano dolci e perverse. Si capiva che la loro intesa esisteva da lungo tempo.
Paola si distese sotto di me, aprendo le gambe. Serena la baciò dolcemente, e con le mani prese ad accarezzarle i seni, con i capezzoli appuntiti.
Con un movimento lento, appoggiai il mio grosso sesso alla fessura di Paola, ed entrai. La guardavo negli occhi mentre la mia carne entrava nella sua, e lei si apriva per ricevermi meglio.
Aveva uno sguardo preoccupato, poi si rilassò, ed infine vidi una nuova luce nei suoi occhi. Aveva scoperto che il dolore era già passato, ed il piacere la stava facendo fremere.
“Jill….” Ansimava.
“Dio che bello….” Sussurrava.
Serena ci guardava sorridendo, continuando ad accarezzare i nostri corpi.
Ma Paola era ancora molto tesa, e lo sentivo dai suoi movimenti. Era piacere quello che provava, ne ero sicuro. Ma non era ancora pronta a lasciarsi andare.
Giocai dentro di lei per qualche minuto, finchè non sentii che Paola si irrigidiva. Mi fermai, e mi distesi nuovamente in mezzo alle ragazze. Facevo a gara a chi rubava per prima la mia bocca. Con le mani spostavano la mia testa dall’una e dall’altra parte, per baciarmi. Finché tutt’e due si unirono in un bacio sulla mia bocca, e fu un guizzare di lingue e labbra che mi eccitava sempre più.
“Via l’ingombro!” disse Serena, liberandomi dal preservativo con molta circospezione “Ora giochiamo con lui” .
Si misero comode, e cominciarono a massaggiarmi a due mani, poi avvicinarono le bocche, le lingue e fu un gioco dolcissimo. Con le altre mani, mi accarezzavano in mezzo alle gambe, giocando con i miei testicoli gonfi e tesissimi, e scivolavano sul sedere, cercando la via per raggiungere l’interno.
Paola si mise ancora una volta a cavalcioni del mio corpo, e con le mani avvicinai il viso al suo caldo fiore. Sentivo il suo profumo, e cominciai a baciarla con un crescente desiderio. La lingua si insinuò tra le pieghe umide del suo sesso, e cercò la punta del clitoride che faceva capolino. Leccai con passione, mentre sentivo sul viso il suo umore che mi bagnava il mento e le guance.
La sentivo finalmente sciogliersi in un godimento che la faceva tremare. Con la bocca succhiava il mio arnese, mentre Serena accoccolata in mezzo alle mie gambe si occupava dello scroto, e si alternava a Paola nel leccare la mia asta durissima.
Con la lingua penetravo dolcemente nel piccolo nido di Paola, che sussultava e succhiava più forte.
Sentii una vampata di calore che saliva e mi accorsi che stavo esplodendo sui loro visi.
Questa volta Paola non si ritrasse, e seguì Serena che continuava a baciare, succhiare e leccare.
Leccò timidamente per sentire il sapore del mio seme, poi , convinta, si lasciò andare ancora una volta.
Quando si accorse che stavo spruzzando il mio piacere, Paola fu presa da un fremito che la scosse con violenza, e sentii che stava raggiungendo l’orgasmo. Non smise di leccarmi, di baciarmi, di succhiare, e poi di baciare Serena, di scambiare con lei il mio sapore che passava di bocca in bocca.
“Mamma mia!” sbottò Paola lasciandosi andare sul materasso.”Che roba! Che meraviglia!”
Mi avvicinai a lei, e le cinsi con un braccio le spalle. Appoggiò la testa al mio petto, e si volse a guardarmi. Serena scivolò al mio fianco, dall’altra parte.
“Dai, ora facciamo impazzire Serena” mi sussurrò Paola all’orecchio. E ci avvicinammo insieme al corpo caldo della nostra magnifica maestra. Iniziammo a baciarla, a giocare con lei, a spremere i suoi bellissimi seni, continuando la nostra schermaglia fatta di carezze e lievi baci.
Con l’aiuto delle mani, Paola aprì le gambe di Serena, e fummo nuovamente accanto, mentre le nostre lingue accarezzavano il suo frutto bollente. Con due dita entrai piano dentro di lei, e cominciai ad accompagnare il movimento delle nostre lingue. In pochi istanti, Serena che era già pronta da tempo, si contrasse, e gemendo godette in preda ad un violentissimo orgasmo. Sembrava non finisse mai, tanto era prolungato.
“Ragazzi” ci disse quando finalmente si calmò “siete degli amanti magnifici! E’ stato un risveglio davvero magico!” Poi si alzò ed entrò in bagno. La sentimmo mentre si lavava, e la raggiungemmo poco dopo, per fare altrettanto. Paola era incollata al mio corpo, e continuava a baciarmi. Era felice ed appagata. Mi piaceva questo suo entusiasmo, mi faceva sentire importante.
“Portami le tue lenzuola, quando esci. Meritano una profonda lavata….” Disse Serena uscendo dalla stanza, nuda come era stata fino a quel momento.
“Vuoi una vestaglia?” le chiesi pensando al passaggio dal mio al suo appartamento.
“No, figurati. A chi vuoi che importi di vedermi nuda? O per lo meno… tutti mi conoscono ormai…”
L’ultimo sguardo a Serena che usciva, poi seguimmo il suo passaggio da una porta all’altra, affacciati alla finestra.
Da quella posizione, vedemmo chiaramente nell’appartamento di fronte che il ragazzo aveva il naso incollato ai vetri, con un’espressione sbalordita ed eccitata.
“Non aveva considerato Tullio!” rise Paola.
“Forse era l’unico che non l’aveva vista!” le feci eco.
“Quel ragazzo merita un po’ più di attenzione, amore. Non è giusto che tutti qui si divertano e facciano sesso dalla mattina alla sera, e lui si deve accontentare della carta patinata…” dissi scherzoso.
“Vuoi dire che….?” Paola mi guardò divertita.
“Che Tullio ce l’ha sempre in mano! “
“E’ ancora piccolo! Non penserai che possa giocare con voi? Ehm.. noi, volevo dire!”
“No davvero. Ma pensa allo sguardo che ha fatto vedendo Serena uscire nuda dal nostro appartamento!”
Restammo in casa, nudi e continuamente abbracciati. Scendemmo a farci un caffè. Paola lo allungò con un goccio di latte, ed addentò un biscotto che aveva preso dalla scatola in mezzo al tavolo.
TRAPPOLA PER UN INNOCENTE
“Ti lascio un momento” dissi a Paola, uscendo dalla cucina per infilarmi rapidamente in bagno. Mi guardai di sfuggita allo specchio. Il mio corpo era pieno di segni rossi, e la lucentezza offerta dall’abbondante olio che mi avevano versato sulla pelle, mi dava l’aspetto di un lottatore dopo un duello.
Sotto la doccia mi insaponai abbondantemente, e lasciai scorrere l’acqua tiepida su tutto il corpo.
Mi asciugai rapidamente, e nudo tornai al piano terreno.
In cucina, Paola era seduta al tavolo, con la testa appoggiata sulle braccia adagiate sul ripiano.
Si era addormentata, ed aveva un’aria di magnifica innocenza. I suoi dolcissimi seni si muovevano al ritmo del suo calmo respiro, e tutto il corpo lucido e profumato mi provocava una sensazione di immensa tenerezza.
Sotto lo schienale della seggiola, il piccolo sedere candido e morbido era rilassato, lasciando il solco leggermente aperto al mio sguardo.
Sedetti per terra, avvicinandomi il più possibile a quel magico scrigno. Avrei voluto lasciarla dormire, ma non resistevo alla tentazione di baciare la sua pelle di seta, ed insinuare la mia lingua alla ricerca della sua piccola porta nascosta.
Iniziai piano, con lievi baci che procurarono a Paola qualche brivido. Non si mosse. Osai di più. La punta della lingua iniziò ghirigori concentrici, scivolando nel solco tentando di raggiungere la dolce rugosità strettamente serrata.
Paola continuava a dormire, con il suo respiro regolare. Io ero nuovamente eccitato, come se le ore appena trascorse non avessero visto i giochi più belli ed estenuanti che un uomo potesse sognare.
Il bordo della seduta mi impediva di raggiungere il mio scopo, limitando il mio attacco alla superficie.
Fu in quel momento che Paola si mosse. “continua, dai!” mi disse spostandosi un poco indietro, e lasciando che il suo sederino si aprisse ancora di più.
Non parlai. Lasciai che il torpore riprendesse il sopravvento, e ripresi la mia esplorazione.
La lingua ora aveva totale libertà di azione, e passava lentamente nel solco, poi sul buchino, poi ancora indietro. Ad ogni passaggio, sentivo che i muscoli si distendevano, e la punta poteva entrare appena un poco.
Mi accorsi che la mia donna era tutt’altro che addormentata, perché ad ogni passaggio un guizzo seguiva un brivido, ed il respiro diventava più veloce.
Usai la lingua come un piccolo fallo, entrando in lei, e continuando ritmicamente a penetrarla.
Paola spostò le braccia sotto il tavolo, appoggiando la testa sul ripiano, e le sue mani presero ad accarezzare tutt’e due i seni, strizzando leggermente i capezzoli bruni ed appuntiti.
“voglio la tua bocca” sussurrò la ragazza “voglio sentire il mio sapore nascosto”.
Mi alzai velocemente, mentre Paola si ergeva sulla sedia, ed appoggiai le mie labbra aperte alla sua bocca che mi aspettava.
Cercò la mia lingua ed iniziò a succhiarla lentamente provocandomi ondate di desiderio. Le sue mani mi sfiorarono i fianchi e si riunirono all’inguine, prendendo possesso dello scroto.
Sentii un dito che scivolava verso il mio buchino, ma si fermò quasi alla meta. Una leggera pressione mi fece sussultare. Aveva trovato il mio punto di maggior piacere. L’altra mano continuò la sua carezza, che raggiunto il mio grosso bastone, lo faceva gonfiare nuovamente.
“Non vorrai consumare tutto oggi?” mi disse ritraendosi improvvisamente e scattando in piedi.
La guardai con tutta la sorpresa che mi aveva suscitato, e Paola scoppiò in una risata cristallina.
“ E non provare a dirmi che ti lascio in bianco…” riprese ridendo.
“Ma io sono eccitato, non puoi lasciarmi così…” balbettai poco convincente
“Va bene. Non ti lascio così. Ma ti consento di sfogarti strofinandoti sul mio corpo, ad una condizione”
“Spara, ormai sono nelle tue mani” replicai
“Andiamo dove vuoi: in camera, in bagno, sul divano. Ma tu devi promettermi che non mi penetrerai “
“e perché? Mi vuoi punire?”
“noooo! E poi di cosa dovrei punirti? Voglio solo ricaricarmi e ritrovare il piacere di questa notte. Ora sarebbe meno intenso… non credi?”
Non credevo. Ma la mia erezione richiedeva comunque un intervento risolutivo.
Salimmo in camera, e ci distendemmo sul lettone. Paola mi abbracciava stretto e baciava ogni punto del mio viso, della bocca, le orecchie. Il resto del suo corpo era immobile, come si rifiutasse di partecipare al gioco.
Scivolai in fondo al letto, godendomi lo spettacolo del suo corpo nudo, e divaricai le sue gambe appena quanto necessario per impugnare i suoi due piedi, e portarli ad unirsi sul mio sesso
Allungai una mano sul comodino dove la bottiglia dell’olio era ancora aperta, e ne presi un po’ nel palmo delle mani.
Cominciai a massaggiarle lentamente i piedi con movimenti regolari, e con essi, intrappolai il mio pene. Il massaggio era eccitante per me, e sicuramente rilassante per lei.
Vedevo il glande sgusciare lucido e paonazzo dalle cavità unite dei suoi piedi, per poi sparire nuovamente mentre una fitta di piacere saettava in tutto il corpo e raggiungeva il cervello.
Le gambe di Paola erano ora divaricate, e lei offriva alla mia vista il suo magnifico bocciolo rosso, nuovamente umido di desiderio.
Il suo corpo restava fermo, ma lo sentivo fremere. Continuavo a massaggiare piedi, caviglie e polpacci, con un movimento ritmico lento ed appagante.
Piano la sua mano si mosse, ed iniziò un gioco con le dita sulla sua passerina bagnata. Un dito birichino stuzzicava il clitoride e poi scivolava tra le pieghe delle grandi labbra regalandole brividi e sospiri. Poi tornava sulla piccola escrescenza e l’accarezzava lievemente.
Si stava masturbando con una dolcezza meravigliosa, ed io godevo della vista del suo corpo che traeva godimento da quel lieve massaggio.
Le gambe mi comunicavano un fremito che la percorreva in tutto il corpo, ed i suoi piedi continuavano ad accarezzare il mio sesso che era ormai pronto ad esplodere.
Paola si accorse che i miei sospiri erano diventati concitati, ed accentuò la curvatura della schiena avvicinando ancora di più il suo fiore al mio sguardo. Quando il dito di Paola scivolò dal clitoride nel caldo nido del desiderio, una violenta scossa partì dal mio ventre, e spruzzai il mio seme sul suo corpo che preso da un’ondata di fremiti la fece gridare dal godimento.
“Non puoi andare a casa così” le dissi mentre mi infilavo l’accappatoio.
“Beh, forse non è il caso.. ma i miei vestiti sono da Serena! Si tratta di attraversare solo il pianerottolo, e sono subito da lei” mi convinse Paola.
L’accompagnai alla porta, che aprì velocemente, richiudendola alle sue spalle. Dalla finestra accanto alla porta, la vidi impugnare la maniglia della porta di Serena, che però non si aprì. Riprovò stupita, ma senza risultato. Era nuda, sul pianerottolo, e le due porte erano chiuse. Dalla finestra di fronte, Tullio guardava la scena, e non ci voleva molto ad immaginare cosa stessero facendo le sue mani.
Paola si accorse di Tullio, ma non fece nulla per nascondersi. Il ragazzo era evidentemente imbarazzato, ma aprì la finestra e si rivolse alla mia donna, sussurrandole qualcosa.
Lei sorrise, ed entrò nuovamente in casa mia.
“Cosa ti ha detto, quel porcellone?” Le chiesi incuriosito.
“Mi ha detto se volevo salire da lui, a prendere qualcosa da indossare!” rispose Paola sorridendo.
“E perché non lo fai? Potrebbe essere un’esperienza interessante, non credi?”
Subito dopo queste parole, dalla porta aperta vedemmo un’ombra avvicinarsi silenziosamente, e Tullio apparve titubante, con il viso paonazzo ed una maglietta pendente dal braccio.
“Se le serve… ho portato una delle mie maglie…” balbettò ancora più confuso, dopo aver visto che Paola era con me.
“Grazie, Tullio” disse sorridendo la mia ragazza, e senza nascondersi agli occhi voraci del ragazzo, prese la maglia e la indossò in un solo colpo.
Era una t-shirt bianca, con un disegno etnico, larga e lunga, come usano i ragazzi.
Indossata da Paola, aveva un buffo effetto: dalla scollatura una grande porzione di spalla rimaneva scoperta, ed il movimento per aggiustare la maglia provocava la scopertura dell’altra spalla, o una lunga apertura sui seni.
Quanto alla lunghezza… poteva essere definita inutile. Il sederino era appena coperto, e se Paola tirava la maglietta sul davanti per coprire il triangolo dorato, si scopriva totalmente, lasciando tutta la parte nella sua più bella evidenza.
Tullio si era appiattito contro il muro del pianerottolo, ed ostentava un sorriso imbarazzato. Aveva una canotta rosso mattone, ed indossava un paio di pantaloni corti che si erano deformati all’altezza dell’inguine, senza riuscire a nascondere la grande eccitazione che stava provando.
“Sei stato gentile” gli rivolsi la parola sorridendo “ la tua maglia le va benissimo… altrimenti avrebbe dovuto indossare una delle mie orribili camicie…”
“mi sembrava imbarazzante, per la signora, di attraversare il giardino senza vestiti” concluse Tullio movendo alcuni passi verso la scala.
“Come Serena, stamattina!” conclusi con indifferenza.
“Perfido!” sibilò Paola, mentre il ragazzo s’era fatto improvvisamente paonazzo in volto, ed ora scendeva velocemente i gradini.
“Tullio!” lo fermai un momento “quanti anni hai?”
“ne compio diciotto domani” rispose riprendendo il cammino, e guadagnando il portone della sua casa.
Il lampo d’intesa che scoccò tra i miei occhi e quelli di Paola fu immediato. Avremmo mai potuto rinunciare ad una festa di compleanno?
Diciotto improbabili anni, pensai mentre vedevo Paola correre lungo il viottolo che conduceva alla sua abitazione. Un ragazzino come mille altri, dall’aspetto molto più giovane. Un ciuffo biondo si sparpagliava sulla fronte punteggiata da foruncoli, un viso largo e regolare sul quale si spalancavano due occhi castani grandi e rotondi. Il naso ben proporzionato, le labbra sottili e rosse continuamente umettate dalla punta della lingua che scorreva veloce per rientrare all’interno della dentatura insolitamente bianca e regolare. I modi un po’ goffi, le braccia allungate sui fianchi ed una camminata ondeggiante facevano di Tullio il tipico ragazzo adolescente, in attesa della prima esperienza.
Ricordai che i suoi genitori avevano lasciato la casa portando alcune valige, e questo faceva pensare ad una lunga assenza. Ed il giovane figlio avrebbe avuto la casa a disposizione per un compleanno di fuoco con gli amici.
Tornai in casa, mentre l’idea di svezzare quel giovanotto mi divertiva sempre più, ed iniziai mentalmente a programmare ciò che avremmo potuto fare il giorno seguente.
In camera, il disordine era ormai a livelli incredibili. La boccetta dell’olio si era rovesciata in terra, sporcando il pavimento. Le lenzuola erano tutte da strizzare, e chiazze inequivocabili testimoniavano le ore di fuoco che ci avevano visto al culmine del piacere.
Spogliai il letto, ed accumulai la biancheria in fondo alla camera. Serena si era offerta di lavare tutto, e volevo approfittare della sua cortesia. D’altra parte, in quella casa non c’era lavatrice, e non avevo nessuna voglia di portare il fardello fino ad una lavanderia in paese.
Mi piaceva l’idea di rimanere sempre nudo, pronto all’uso, in pasto alle fantasie di tutte le abitanti di quel magnifico condominio. Optai per una salopette, indossata sul corpo nudo e profumato.
Scesi con le lenzuola e suonai alla porta di Serena.
“Suoni? Ma sei fuori? Non sai che le porte sono sempre aperte?” mi accolse Serena con un grido dall’interno.
“Era chiusa non più tardi di mezz’ora fa!” le risposi stizzito.
“Aveva una buona ragione per essere chiusa” replicò con tono beffardo.
“cioè?” domandai
“Mi sono divertita a vedere Paola sul pianerottolo, divorata dagli sguardi del ragazzino!”
“Ma allora sei proprio dispettosa!” la rimproverai.
“Figurati che dispetto! Le è successa la stessa cosa che è accaduta a me, stamattina. E non ti sei scandalizzato neanche un po’!”
“lasciamo perdere. A proposito del ragazzo… hai visto cosa ha fatto?”
“Visto, visto! Ed anche sentito.”
“Ed allora sai che domani è il suo diciottesimo compleanno!”
“certo. E che hai una voglia matta di farlo divertire. Questo è assolutamente evidente. Hai fatto presto ad ambientarti, signorino!”
“ E vedrai cosa sarò capace di inventare!”
“Dove vuoi festeggiarlo? Da te? Da me? Da Paola…o da Edo…..?”
“Eh no, nooooo. Edo è troppo, per la prima volta. Non voglio mica violentarlo, ‘sto povero ragazzo!”
Sentii alle mie spalle il sopraggiungere di qualcuno, che era entrato senza farsi annunciare: abitudine del condominio.
“E tu cosa fai qui? Non eri superimpegnata, stamattina?” gorgogliò Serena
“Ho pensato un po’ alla festa per Tullio” esordì Paola che indossava una lunga tunica variopinta, ed aveva fermato i capelli in un enorme turbante di asciugamano di spugna .
Scoppiammo a ridere tutt’e tre. Era bastato un lieve, insignificante “la” per mettere in moto i nostri cervelli assetati di nuove situazioni.
“indossando questa roba d’anteguerra, mi è venuto in mente di fare una festa un po’ “antichi romani”, un po’ “harem” e un po’ bordello di lusso.
“niente marziani?” sussurrai a Serena, mentre Paola continuava a raccontarci i suoi pensieri.
“Non ti piace l’idea, Jill?” si bloccò la mia ragazza.
“no, dai stavo scherzando. Mi sembra che ci sia mezza storia dell’umanità, nella tua festa!”
“idea straordinaria! “urlò balzando in piedi Serena
“Prima di tutto ci occorre una casa grande.” Le fece eco Paola. “Con diverse camere. Poi organizziamo la parte alimentare, ma non ci vuole molto. Metto sotto le ragazze al bar e mi faccio preparare qualche panino e tartine.”
“E quanto ai vestiti, dobbiamo arrangiarci. Ma tu hai sempre un casino di roba che non metti mai. Per cui potresti fare la costumista”
Serena la guardò con aria perplessa.
“non dobbiamo sciuparli… oddio..magari un po’ d’acqua…di cibo… di olio….latte…”
“si, tanto vale andare dal droghiere e farci versare addosso il contenuto di mezzo negozio!” finì ridendo Serena.
Io le guardavo divertirsi. Si vedeva che erano solite a questo genere di feste, e una nuova iniziativa le stava rinvigorendo, sembrava di sentirle parlare con voci più squillanti, guardare con occhi scintillanti tutto ciò che le circondava.
“ma la casa? Magari con vasca idromassaggio?”
“A meno che il dottor Adler qui presente non riesca a farsi prestare la villa dal fratello irreprensibile… non credo di conoscere qualcuno che abbia una casa così grande.”
“Se anche riuscissi a cacciare mio fratello dalla sua casa… ma chi sarebbero i partecipanti a questa festa? Non sarà mica una roba a tre? O Quattro se devo entrarci anch’io?” osai timidamente. “una cosa tipo sexy Ridolini, in cui appaiono e spariscono splendide ragazze vestite di un improbabile abito svolazzante…”
“risparmiati il sarcasmo, tesorino” vedrai che di gente ce ne sarà fin troppa… non hai idea di come arrivano a frotte i nostri amici quando si tratta di feste a soggetto…”
“allora dividiamoci i compiti” sentenziò Serena “ tu occupati di informare il festeggiato che domani ci sarà una piccola festa per il suo compleanno, e chiedigli di tenersi libero dopo le nove di sera …ehm, naturalmente accertati che puoi ottenere la casa da tuo fratello. Nel frattempo io spargo la voce” concluse.
“un momento…. Prima fammi parlare con lui, non possiamo fargli trovare orde di barbari in casa, senza un minimo avviso!” replicai preoccupato.
“ti do esattamente mezz’ora. Capisci che non abbiamo tempo per organizzare, altrimenti!”
“E vada per la mezz’ora” accettai rassegnato.
“io intanto mi occupo di rubare un numero sufficiente di vestiti dal tuo armadio, e tu fai altrettanto dal mio” disse risoluta Paola.
“non potrebbe ognuna guardare nel suo armadio?”
“ma quando mai ti vengono della fantasie indossando i tuoi vestiti? Dovrebbe essere una cosa elaborata da tempo. In questo modo, invece, la fantasia si scatena subito al vedere stoffe, colori, fogge…”
Ci lasciammo pieni di idee e di energia. O per lo meno.. sicuramente loro lo erano, mentre io mi sentivo spettatore.
Rientrai in casa, e preso dai morsi della fame, divorai un pezzo di pane vecchissimo che si trovava da tempo nella credenza.
Provai a telefonare a mio fratello, e rispose la segreteria telefonica.
“Sono io”annunciai solennemente ho bisogno di parlarti. A dire il vero, non mi interessa molto parlarti, vorrei chiederti se per domani sera non hai voglia di andare a dormire in un altro continente… sai… mi serve la villa….per una graziosa festa a soggetto. Sai, una di quelle feste che a te non piacciono affatto….”
“biiiiip” interruppe la segreteria
“sono ancora io. Ecco, dicevo, se ti va bene, non hai che da lasciare le cose come sono. Se invece hai qualcosa in contrario, dammi un colpo di telefono… anzi, facciamo così… se non chiami entro un’ora, vuol dire che ti va bene.”
Riattaccai.
Che cosa cretina, avevo fatto. Se non avesse preso il messaggio, magari perché fuori tutto il giorno, si sarebbe trovato in casa un sacco di gente multicolore….
“Sono di nuovo io. Ho detto una cazzata. Facciamo che mi chiami comunque? Ma dove sei? Possibile che una volta nella vita ho bisogno di te, e tu non ci sei? Devo proprio chiamarti in ospedale? “
“Biiiip”
“Ospedali Riuniti!” gracchiò la voce del centralinista annoiato.
“il dottor Adler, per cortesia”
“Reparto?”
“mah… faccia lei. Non lo so”
“devo cercare…”
“grazie, gentilissimo”
Sentii il tic del centralino che commutava la chiamata.
“ chirurgia due, uomini!” intervenne un’infermiera.
“vorrei parlare con il dottor Adler, per cortesia”
“non c’è! E’ andato ad un congresso”
“e quando torna?” chiesi
“non siamo tenuti a dirlo, signore. Ma chi parla?”
“sono il fratello”
“ah bene! E se non lo sa lei….dovrei dirglielo io ?”
“mi sembrerebbe molto carino da parte sua”
“senta… lei non ha mai parlato con me, vero?”
“mai: Anzi… facciamo che non la conosco neppure….”
“torna lunedì! Buon giorno!” e riappese bruscamente.
Mi sfregai le mani per la contentezza . Ancora tre giorni. Quindi tutto il tempo per fare i preparativi, la festa, ma…. Le chiavi? L’allarme? I cani????
“Sereeeenaaaa! Non ho le chiavi di casa di mio fratello!”
“ma sei fuori? Adesso lo dici? Ho avvisato tutti! E oraaaaa????” disse non appena si affacciò alla finestra.
Sentimmo aprirsi la finestra di fronte, ed apparve Micky.
“Jill! Ma se lo sanno tutti che la tua chiave….apre tutte le porte!!!” e scoppiò in una fragorosa risata.
Ma era l’eco, quello che avevo sentito, oppure un susseguirsi di risate da tutte le finestre intorno a noi..?
GINEVRA
Cercai in casa un pezzetto di carta, dove Renato aveva scritto il nome della donna delle pulizie che avrebbe potuto sistemare la mia-sua casa, se necessario.
Alla fine lo trovai in fondo ad un cassetto. Per logica, e visto che sicuramente mio fratello non avrebbe mai cercato due persone per fare lo stesso tipo di lavoro, la donna avrebbe avuto modo di aprire la villa, considerando che Renato era in ospedale dalla mattina alla sera, ed a qualsiasi ora io fossi andato a trovarlo, la sua casa era uno specchio di bellezza, ordine e pulizia.
La signora Rina era un po’ perplessa. Aveva la responsabilità delle chiavi, e non voleva lasciarle. Ma le assicurai che glie le avrei restituite il giorno successivo, anzi… cogliendo due piccioni con una fava, le chiesi di venire alle due del pomeriggio successivo alla festa, per sistemare la casa e ridarle un aspetto gradevole.
Nel tardo pomeriggio venne da me, a consegnarmele personalmente. Entrò in casa e si bloccò all’entrata. Il disordine l’aveva immediatamente colpita.
“Ma il dottore non è mai venuto qui, da quando c’è lei…?”
“no, signora Rina. “
“Meglio così. Senta, sistemo un po’ io, e poi vado via. “ disse con un tono che non ammetteva repliche.
Entrai nella casa di Renato con una sorta di religiosa consapevolezza di trovarmi nel tempio dell’ordine e della pulizia. Gli oggetti provenienti da tutti i Paesi del mondo, erano allineati sulle mensole, su ogni spazio libero. Da tutti pendeva un minuscolo cartellino. Mi sorpresi a pensare che mio fratello doveva essere ben strano per conservare il prezzo di ogni oggetto…
Fui immediatamente smentito. In conformità con l’ambiente ma soprattutto con la mentalità dell’”irreprensibile” ogni cartellino portava la scritta minuscola in matita del luogo di acquisto, la data ed un numero di catalogo, che sicuramente avrebbe portato ad un’infinità di dettagli elencati sulla carta stampata.
Mi procurai un paio di scatoloni di cartone ed iniziai a depositarvi tutti gli oggetti fragili. Poi nascosi i tappeti, e mi accertai che non ci fosse più nulla di troppo.
Tornato a casa, mi accorsi immediatamente che la frenesia aveva contagiato l’intero condominio. Tutte le porte erano aperte, le finestre spalancate e tutte le luci erano accese.
Sbucò Micky dalla casa di Serena, con un mucchio di vestiti appoggiati sul braccio. Mi salutò frettolosamente e riprese la strada verso il suo appartamento.
Misi la testa nell’ingresso della casa di Serena, e chiamai.
Dall’interno solo voci che sussurravano. Entrai deciso, e salii le scale verso la camera di Serena.
C’erano tre ragazze, che si provavano i vestiti e cercavano accostamenti un po’ particolari per dare forza alla loro idea di costume.
Serena infilava e sfilava abiti colorati di leggerissimo velo. Il corpo perfettamente liscio e nudo scivolava al contatto con quei tessuti per goderne della fresca carezza.
Sonia tentava di aggiustare una lunga tunica, che continuava a scivolarle ai piedi, lasciandola perplessa nel suo mini tanga candido.
La terza ragazza era nuova. Un aspetto da cavallona. Grande, imponente con una cascata di capelli biondo cenere che si posava su due spalle grandi perfettamente armoniche con il collo ed il viso bianchi, punteggiati dalle efelidi.
Non sembrava affatto imbarazzata dalla mia presenza, nonostante fosse completamente nuda, e non avesse alcun abito in mano.
Due grossi seni bianchi che terminavano in capezzoli di un rosa tenue, completamente rilassati.
Fianchi larghi, la pancia appena pronunciata terminava in un solco da cui partiva un sottile percorso di pelo biondo che invitava a scorgere dove la sua punta si allargava a cingere un paio di labbra rosa scuro.
“Ginevra” mi annunciò allungando una mano che presi nella mia.
“Jill” dissero Serena e Sonia all’unisono, prima che potessi fiatare per presentarmi.
“Pare che ci sarà una gran festa, domani! Ma non ho capito quale sarà l’argomento della serata. Va bene i costumi ma… una semplice orgia? Una roba così scontata?” disse Ginevra arricciando il naso con finta aria di noia.
“Meglio, meglio…” rispose Serena con aria complice.
“Jill… togliti dai piedi. Non voglio che veda in anteprima i nostri abiti. Pensa a cosa indosserai tu”
“ma io pensavo che te ne occupassi tu… “ balbettai preoccupato
“Figurati se ne ho il tempo! E poi.. l’idea è tua, e vedi di gestirtela tu!”
“ Mia? Che faccia tosta! Ma se sbavavi per la cerimonia di iniziazione ancora prima che succedesse la cosa con Paola…”
“Ma che iniziazione? Allora volete dirmi qualcosa?” sbottò Ginevra
“Tranquilla. E’ una sorpresa. Sarà più bello.”
Entrai nel mio appartamento. Zero abiti antico romano. Zero assoluto harem anche perché mi sarebbe toccata la parte dell’eunuco, con tutti i tipi vestiti da sultani che sarebbero venuti…
Vidi una tovaglia pesante che ricopriva il tavolo da pranzo, e decisi che era rimasta per troppo tempo in quella posizione. E che soprattutto non mi piaceva affatto. Come tovaglia. Ma come gonnellino sfrangiato di uno stregone, andava benone.
Ovviamente senza indossare altri indumenti. Petto nudo, dipinto (e per questo pensavo di far sbizzarrire una delle ragazze) occhi marcati capelli cotonati e trapuntati di ossicini di pollo (a proposito dovevo andare a comperare un pollo da far bollire per prendere le ossa). Che c’entrava uno stregone in mezzo ad ancelle romane, odalische, puttane di lusso…
Niente. E allora? Andava benone lo stesso.
Il giorno della festa si aprì su un condominio ancora più agitato (se era possibile) della sera precedente.
“Ma ti pare l’ora di alzarti?” mi rimproverò subito Serena dalla finestra
“OOOOhhhh ma siete tutti fuori? Una festa è un modo per divertirsi! Non la prenderete mica sul serio in questo modo?”
“Dobbiamo andare a casa di tuo fratello per predisporre le cose. Alle tre arrivano degli amici con un po’ di arredamento. Si dovranno togliere dei pezzi di quello che c’è.”
“Beh, quando avrete deciso di dare fuoco alla villa, fatemelo sapere per tempo, che prendo il primo volo per l’Antartico, senza ritorno…!”
“Senti.. vai a comperare qualcosa da bere. Così ti dai da fare. Noi ci occupiamo della casa. Ci si vede alla villa alle sette e mezza.
Al supermercato misi una decina di lattine nel carrello, ed arrivato alla cassa, fui preso dai dubbi.
“Quanta roba devo comprare?” Chiesi a Serena al telefonino.
“Fai conto per un centinaio di persone”
Tornai sui miei passi, e depositai tutte le lattine in ordine sullo scaffale. Mi toccavano le confezioni famiglia da portare fino in casa.
Nel pomeriggio, mentre pisolavo sul divano, fui raggiunto da Micky che aveva colto al volo l’invito di dipingermi il petto ed il viso, ed era venuta per giocare un po’. Aveva portato Ginevra, come aiuto stilista. O come provocazione, dato che era perfettamente evidente che non indossava ancora la biancheria intima sotto il vestitino candido e trasparente.
“Siamo qui per te. Ma tu dovrai stare molto buono. Potresti distenderti sul tavolo della cucina, e noi pensiamo a dipingerti. Abbiamo perfino portato i colori…”
Portai un cuscino del divano sul tavolo della cucina, e mi distesi dopo essermi sfilato la maglia.
“Devi mettere anche il gonnellino” sentenziò Ginevra “bisogna vedere da dove si parte per dipingerti il corpo”
Sfilai i pantaloni ed indossai il gonnellino-tovaglia sfrangiatissimo fin quasi all’inguine. Una roba da far vergognare perfino una ballerina di strip-tease.
“Adesso sul tavolo e fermissimo. Non preoccuparti se maneggiamo un po’ sul gonnellino. Dobbiamo vedere come procedere.. vorremmo fare un serpente che parte dall’ombelico e sale…”
“Dall’ombelico? Sei scema?” se ne uscì candidamente Ginevra
Lo sguardo che Micky le lanciò la lasciò immediatamente senza parole. Poi scoppiò in una risata fragorosa
Ero disteso, con le gambe penzoloni. La testa sul cuscino, ma il resto del corpo era a contatto con il tavolo.
La prima cosa che Micky fece, fu un saluto cordiale al mio pisello. Già che si trovava inerte tra le frange della gonna, la ragazza lo accarezzò dolcemente sussurrandogli un “ciao” che lo svegliò immediatamente.
“E io? “ chiese Ginevra avvicinandosi.
Micky le prese una mano e la portò sul mio arnese che stava gonfiandosi.
“Piacere! “ disse la bionda sfiorandolo con il palmo. Poi si chinò e lo baciò sulla punta con uno sguardo birichino.
“Niente da fare. Dobbiamo dipingerti senza gonnellino. Potrebbe darsi che qualcuno te lo sfili, e allora cosa verrebbe fuori? Un serpente che parte dalla pancia? Mai!”
Sollevai il bacino e mi sfilarono la gonna improvvisata. Rimasi nudo con l’uccello ben tosto e dritto. La prima pennellata mi regalò il primo brivido. Michy aveva intinto il suo pennello nel colore, ed aveva iniziato proprio dal pube, come se il serpente fosse il proseguimento ed il corpo stesso del mio pene.
“Dipingete anche “lui”? chiesi alle ragazze
“dopo, dopo. “ rispose Ginevra.
Dopo… era già un programma di battaglia.
Dal ventre Micky proseguiva alternando i pennelli verso la pancia, il petto. Ginevra invece si occupava a preparare la base di pittura per il mio amico. Lo toccava, lo accarezzava, lo baciava.
Micky ogni tanto la rimproverava “Ma smettila! Non vedi che se lo fai saltare io sbaglio a dipingere?
Ma Ginevra non voleva saperne. In una breve pausa in cui Micky era andata a cambiare l’acqua ai pennelli, Ginevra si pose in mezzo alle mie gambe, e sfoderò i suoi enormi seni, iniziando a stringermi l’uccello per farlo scivolare. Ad ogni passaggio, la sua bocca si avvicinava e succhiava appena un po’ lasciando un filo di saliva che poi avrebbe lubrificato il passaggio sul suo petto.
“Cazzo, Ginny! Se vuoi scopartelo, dillo! Vado a fare due passi e tu lo lavori ben bene! Poi però mi lasci lavorare in pace!”
“No, no… Andiamo avanti. Non abbiamo troppo tempo… anche se…” disse Ginny guardandomi.
“E come al solito io sono l’uomo oggetto” finsi di lagnarmi.
“Ma tu devi solo stare zitto…. Si vede lontano un miglio che non vedi l’ora di assaggiare la nostra amica.”
Si vede? Mi chiesi. Si vede male. Questa non mi entusiasma proprio. Ma come si fa a dire di no ad una bionda gigantesca che ti riempie le mani, la bocca, le braccia il corpo intero della sua morbidezza…
Non se ne fece niente, per il momento. Ginny continuava a carezzarlo, Micky a dipingere. Quando arrivò sul collo, Micky chiese ancora “Sicuri che non vi lancerete in un folle amplesso appena finito? Perché allora meglio adesso, perché tra poco non ti si potrà toccare per un po’.”
Ginny mi lanciò un’occhiata e le sue labbra rosse si allargarono in un sorriso birichino. “vuoi giocare con me?” Allungai una mano per toccarla sotto il vestito. La pelle candida che mi aveva colpito al mattino, al contatto con la mia mano divenne irta di puntini, ed un brivido la fece sussultare. Salii velocemente verso quei fianchi larghi e sodi, ed ebbi la calda consistenza delle sue cosce che sfioravano il mio avambraccio, mentre la mano aggirava l’imponente sedere lasciandomi esplorare il solco . Ginevra non si fece più pregare. Salì sul tavolo ed alzò il suo abito bianco fino ai fianchi. Micky la teneva per una gamba e poi le prese la mano, mentre piano si sedeva sul mio lungo arnese pulsante.
Era talmente bagnata e spalancata, che ad ogni passaggio il mio pistone produceva un rumore sordo, come di risucchio. Micky mi guardava negli occhi sorridendo. Sentii la sua mano che accarezzava il punto di unione dei corpi, ma le dita ad anello stringevano il mio uccello facendolo gonfiare ancora di più. Scese poi lentamente verso il mio buchino, che era compresso contro il tavolo non permettendo alcun accesso.
Ginny si distese sopra di me. Restavo nella sua calda grotta, mentre sentivo il suo corpo fresco adagiarsi sul mio. Lo copriva, ne debordava. I seni vicini alle labbra, la testa, la bocca più in alto baciava i miei capelli.
Ebbe un sussulto. Spalancò gli occhi ed io spalancai i miei. Non era successo nulla di diverso dal moto regolare del nostro amplesso.
Micky aveva conquistato il suo buchino, cogliendo gli umori dei nostri sessi, e lubrificando il suo ingresso.
“Vieni qui” Ginevra intimò a Micky.
La ragazza obbedì, pur tenendo il dito nel suo nuovo nascondiglio.
“più vicina”
“I casi sono due, tesoro. O scopi con noi, o subisci quello che ti faremo. Decidi tu!” le sibilò a fior di labbra.
Le loro due lingue si incontrarono e giocarono sul mio viso, che aveva perso contatto con i larghi seni bianchi.
Il ritmo della scopata non accennava a diminuire. Ed io non riuscivo a concentrarmi. Un po’ per il male alla schiena, un po’ per tutto quel movimento… ma che diamine! Una sana,normalissima scopata non si poteva proprio fare in quel condominio?
Micky non vide di meglio che mettersi a cavalcioni sul tavolo, appoggiando la sua foresta tropicale sul mio viso e pretendendo che mi dissetassi alla sua fonte copiosa.
La grossa protuberanza che indugiava tra le mie labbra era simile ad un piccolo pene, di cui immaginavo al contatto della lingua un piccolo glande che usciva ed entrava dalla sua sede naturale ogni volta indurendosi maggiormente. Il solletico che mi produceva la vasta peluria di Micky mi costringeva a strofinarmi il mento con la mano libera, approfittando del movimento per insinuare il dito nel solco bollente. La penetravo con un dito, poi con due, poi la accarezzavo e tornavo a penetrarla, mentre la lingua percorreva le pieghe del suo mini fallo guizzante.
Le sentii venire insieme, mentre si baciavano con passione ed i loro corpi sussultavano sul mio. Non si fermarono neppure un attimo, continuando nel loro gioco, finchè non decisero che era troppo tardi e scesero contemporaneamente dal tavolo lasciandomi bagnato ed insoddisfatto.
“E’ la seconda volta che mi giochi un tiro del genere, Micky. Se te l’ho fatta pagare la prima volta, adesso non aspettarti di farla franca…” dissi balzando giu dal tavolo e prendendola ai fianchi.
“No, fallo a lei… Lo voleva così tanto…” mormorò la ragazza.
“Tutt’e due! “ le piegai sul tavolo, ed apersi le loro gambe. Prima l’una e poi l’altra assaggiarono l’esito della loro opera. Avevo ormai una voglia incredibile ed entravo nei loro corpi senza indugiare, solo appoggiandomi alle calde aperture.
“No, lì no… non sono pronta.. dai…” piagnucolò Ginny che invece muoveva il bacino per favorire il mio ingresso nel suo secondo scrigno.
“Non puoi fermarmi, tesoro. Voglio sbattere sul morbido del tuo sederino, sentire che mi hai dato tutta te stessa!” le sussurravo mentre spingevo piano per non farla soffrire.
Mi allontanai un istante, e fui subito dentro a Micky che non se l’aspettava.
“Jill… cosa ti abbiamo fatto… sei enorme” mugolava la bruna.
Ancora fradicio del contatto con Micky, mi avvicinai nuovamente a Genny ed entrai nella sua piccola porta. Mi accolse con un sospiro, un piccolo grido. Dolore, forse piacere. Era terribilmente stretta, e dovetti uscire nuovamente per rientrare in profondità.
Il gioco durò poco, perché la situazione era ormai al limite… La cappella stretta in una morsa nelle viscere di Genny, lanciava degli acuti segnali che ormai era pronta a lasciar fuggire il segno del piacere.
Il mio caldo contributo rese l’attrito più debole, e continuai a pompare dentro di lei, che ansimava in preda ad un godimento sfrenato. Fu sopraffatta da un orgasmo strisciante, leggero eppure lunghissimo, come una lunga carezza profonda.
Ci voltammo verso Micky che aveva ricominciato ad intingere i pennelli nei colori, nuda e indifferente ai nostri ultimi momenti.
La punta del mio pene divenne la coda del serpente che su, su verso il collo srotolava le sue spire, per poi girare intorno al collo e riapparire con una enorme bocca spalancata sulla fronte ed una lingua rossa e lunghissima che terminava sulla punta del mio naso.
Ero pronto per la serata. Il gonnellino sarebbe restato sui miei fianchi solo per il tempo strettamente necessario a farmi conoscere… poi sarei stato totalmente in pasto agli invitati.
YLENIA
Al mio risveglio, al mattino tardi, decisi di poltrire un po’ nel letto. Sarebbe stata una giornata di tutto riposo, visto che tutta la comitiva era uscita presto per andare ad un matrimonio.
La sera precedente, mentre ero da Serena a farle un po’ di compagnia, fecero irruzione Miki con Paola, ridendo e scherzando tra di loro.
-Jill, domani ti lasciamo solo!- disse Miki mentre cercava di rompere una noce presa dal centro tavola di Serena.
- Un giorno senza di voi? Mi sembrerà un’eternità! – scherzai.
- Vedrai che ti mancheremo davvero – mi sussurrò Paola mentre, dietro di me, mi cingeva il collo con le braccia.
Il matrimonio al quale avrebbero partecipato, era nell’aria da tempo. Si sposava Ylenia. Un’amica molto cara di Miki. E forse ancora più cara di Paola. Non mi avevano detto nulla, ma da quanto ero riuscito a capire, Ylenia era la ragazza con la quale Paola aveva avuto una relazione molto speciale, sempre al confine tra amore ed amicizia intensa. Corteggiata da tempo da Massimo, ne era attratta, ma per molto tempo non aveva ceduto alla sua dolce insistenza. Aveva una specie di timore degli uomini, che le impediva di pensare ad un rapporto in modo rilassato. Aveva fatto sue tutte le considerazioni negative che ogni amica le aveva raccontato sui propri rapporti, ed era giunta alla conclusione che gli uomini sono tutti narcisisti, possessivi, egoisti, e via discorrendo.
Ma un giorno, parlandone con Miki, aveva raccontato che stare con Massimo le faceva bene, sentiva una forza che lui era capace di trasmetterle, facendola sentire diversa, stimata, amata.
E Miki, rientrando a casa la sera, ne aveva parlato con Paola e Sonia . Tutt’e tre erano giunte alla conclusione che presto Ylenia avrebbe deciso di unirsi a Massimo, per dividere con lui il resto della vita.
Così accadde. La ragazza aveva voluto riservare alla prima notte di nozze l’emozione di fare l’amore per la prima volta con Massimo, e quindi quella giornata avrebbe dovuto rappresentare davvero una pietra miliare per la coppia.
Quando andai a dormire, feci un ripasso mentale delle cose che avrei potuto fare durante la giornata successiva, e che avevo rimandato di giorno in giorno per tutti gli incontri casuali o volontari che mi erano capitati nella mia nuova casa.
Disteso sul mio letto, stiracchiandomi ogni minuto per la beatitudine, cercai una scusa plausibile per rimandare ancora una volta tutte le cose che avrei dovuto fare. La biancheria sporca, quella lavata e da stirare, un po’ di ordine tra tutte le carte che ogni tanto la donna di servizio mi portava da casa di mio fratello, abbandonandole sul tavolo da pranzo.
Niente scuse. La ragione importantissima per cui non avrei fatto nulla, si chiamava pigrizia. Una speciale, coinvolgente, sonnacchiosa dilagante pigrizia.Avrei guardato il soffitto della camera da letto per un tempo inimmaginabile, poi mi sarei trascinato in bagno ed avrei preso cura del mio corpo, lavandolo, deodorandolo, studiandolo nei minimi dettagli per cercare le tracce dell’invecchiamento che certamente erano disseminate su tutta la superficie.
Una voce gorgheggiò dal fondo delle scale
Paola? Non era possibile. Doveva essere alla festa.
Non mi alzai Risposi un “Si?” molle, assopito, rauco.
Paola entrò, nel suo bellissimo abito di seta azzurro.
“Urka, ho le visioni!” dissi vedendola inquadrata dalla cornice della porta.
“Sono io, scemo. C’è un problema. Abbiamo bisogno di te . Ma subito!”
“Ma dai! Mi fai sentire un crocerossino. Cosa sta succedendo? Non eravate al matrimonio?”
“un casino. Sembrava che tutto andasse benissimo. Gli sposi raggianti, gli ospiti sorridenti, il posto meraviglioso. Poi le cose hanno cominciato ad andare male. Massimo ha cominciato a bere troppo. Ylenia non se n’è accorta. Lui era spesso al tavolo con gli amici, mentre lei era con noi. Poi Max è sparito. Mi ha detto un suo amico che era andato in giardino, e che si era fatto una canna gigantesca. Che imbecille! Proprio oggi! Alcool e fumo. Un magnifico modo per rovinare una festa indimenticabile. E Ylenia è davvero a terra.”
“Mi dispiace. Ma non la conosco affatto! Mai vista! Mi spieghi cosa c’entro io?”
“Eh, crediamo che tu potresti aiutarci a farle risollevare il morale”
“Specialista in solletico? Ma dai! Come vi è venuta questa idea? “
“Tu sai come fare, Jill. Noi abbiamo molta stima di te, l’hai capito. Dai, fammi un piacere. Metti qualcosa di carino, e raggiungici alla villa. Non è lontano. Una ventina di chilometri. Ti lascio le indicazioni, ed il dépliant, così non sbagli. All’entrata darò il tuo nome per farti entrare. Tutto il resto lo farai tu. “
“Ma siete fuori? Io non so neppure chi sia questa tipa! Insomma, avete bisogno di uno sconosciuto per sollevarle il morale? Ci provo, ma solo perché sei tu a chiederlo. Dammi mezz’ora per prepararmi, ed arrivo”
“troppo. Dieci minuti. Ci vuole almeno una ventina di minuti per arrivare. Noi guarderemo il viale di ingresso della villa, per venirti incontro.”
Eccomi in ballo. Giornata di riposo sfumata. Mi precipitai all’armadio. Un abito elegante? E quando mai lo avrei trovato nella mia valigia? Meno male che mio fratello aveva pensato bene di lasciare le sue cose nell’armadio.
Scelsi un bellissimo abito blu, leggero ma ben tagliato. Una cravatta lunga non troppo sgargiante. E poi le scarpe…. Non sapevo proprio cosa calzare. I miei fantastici sandali sarebbero rimasti a casa…
Un antichissimo paio di scarpe nere, a mocassino. Semplici, ma almeno erano nere.
Mi guardai allo specchio. Niente doccia, ma almeno una energica lavata prima di buttarmi in questa storia incredibile.
Percorrendo una superstrada con la mia piccola macchina, ebbi più volte la tentazione di abbassare il tettuccio, per strafare. Uno che si presenta in cabrio…
Alla prima piazzola di sosta, mi fermai ed azionai il dispositivo per far sparire il tetto.
Arrivato al cancello della mega villa, il valletto mi chiese il nome
“Dottor Jil Adler” risposi guardandolo negli occhi. Non diede neppure un’occhiata al foglio che teneva in mano e mi fece entrare.
Risalii la strada lungo il parco, finchè mi apparì una splendida casa antica. Illuminata in pieno dal sole, con l’atrio che brulicava di gente con bicchieri in mano.
“Ce l’hai fatta! Sei grande, Jil. “ mi venne incontro Miki, mentre affidavo le chiavi della macchina ad un valletto in livrea. Una cosa saltata fuori dal passato remoto. Ma forse allora si parcheggiavano le carrozze.
Vedendo la mia vettura scomparire in lontananza, ebbi finalmente la sensazione della trappola in cui mi ero cacciato. Non conoscevo nessuno.
Miki mi accompagnò al loro tavolo. In una sala di una bellezza incredibile, con le pareti decorate da quadri antichi, i soffitti affrescati, un’atmosfera d’altri tempi.
Sedetti al tavolo, al quale gli amici avevano fatto aggiungere il mio coperto. Non sapevo a quale portata fossero arrivati, ma ne ebbi subito notizie. Portarono il sorbetto, e da quello cominciai.
La sposa non si vedeva. Lo sposo invece barcollava tra i tavoli, con un sorriso ebete dipinto sul volto, e gli invitati che lo guardavano con occhi increduli.
Paola si avvicinò a me, e mi diede una carezza con la mano tra i capelli.
“Sei bellissimo, Jil. Sembra che tu sia fatto apposta per questa festa! Hai davvero un potere unico di integrarti subito nell’ambiente che ti circonda. Un camaleonte. Senti:Ylenia è davvero molto triste. Ora è andata a parlare con i genitori di Max. “
Miki mi guardava con occhi strani. Sonia sorrideva compiaciuta.
Mi ricordai che nella fretta non avevo neppure lavato le mani.
Mi scusai ed andai in cerca del bagno. Dovetti attraversare il giardino, entrare attraverso una porta laterale, e seguii le indicazioni. Su un piccolo atrio, si aprivano le porte dei due bagni. Entrai in quello degli uomini, e mi guardai allo specchio. Neppure il vento della macchina aveva guastato la mia immagine di bravo ragazzo. Impiegai un po’ per capire il meccanismo di apertura del rubinetto: l’automatismo era ben nascosto. Poi asciugai le mani ed uscii in fretta.
Nell’ingresso incrociai Ylenia che stava raggiungendo la toilette delle signore. Rimasi immobile a guardarla. Il suo sguardo si incrociò con il mio per un attimo. Le sorrisi, lei sfuggì il mio sguardo, guadagnando la porta del bagno nel suo splendido abito lungo di raso bianco. Fece per chiudere la porta dietro di sé, ma la coda del vestito le impediva la manovra. Mi affrettai a raccogliere lo strascico, ed a porgerglielo.
“Grazie!” mi sorrise.
Con una mano prese il pezzo voluminoso che le porgevo, e si girò socchiudendo la porta. Dopo un attimo, la sentii brontolare “e adesso come faccio?”.
Rimasi ancora un attimo davanti alla porta chiusa, poi dissi a voce alta “Vado a chiamarti le ragazze, che ti daranno una mano!”.
Andai velocemente in sala, dove c’era solo Paola al tavolo che mi stava aspettando. Gli altri erano sparsi per il giardino.
“Vai a dare una mano a Ylenia! E’ in bagno da sola, e non sa come fare a liberarsi del vestito per fare pipì…!”
“Ma dàiiiii. L’hai già conosciuta? Ma sei un bel tipo! Ti lascio solo due minuti…..” mi rispose alzandosi
“non pensare male, come al solito, tesoro. L’ho solo incrociata…! “ dissi quasi tra me e me.
Paola era già sparita oltre le colonne del patio.
Sedetti solo al tavolo. Nel mio piatto c’era un pezzo di arrosto, con qualche patatina. Avevo perso tutta la scena del taglio del coscio di vitello flambé, operato dagli chef in pompa magna sul grande tavolo di servizio.
Dopo poco, Edo mi raggiunse. Sedette di fronte a me, ed iniziò a parlare della festa. Prima del problema, sembrava che tutto fosse bellissimo. Poi Massimo ha avuto un cedimento. Lo hanno visto bere troppo, ridere come un matto, restare al tavolo con i suoi amici invece di raggiungere sua moglie nel giro di saluto agli amici e parenti.
Piano piano, anche gli altri si unirono a noi, e la tavola si popolò.
Mancava solo Paola, che era sicuramente impegnata a sollevare il vestito di Ylenia . Le immaginavo nel minuscolo gabinetto, mentre tentavano di trovare una posizione possibile per consentire alla sposa di sedere , ed alla sua accompagnatrice di tenere tutto il vestito alzato senza rimanere schiacciata contro le pareti…
Arrivarono anche loro. Il vociare concitato degli invitati improvvisamente si abbassò. Tutti gli occhi erano su Ylenia, che procedeva sorridendo. Venne al nostro tavolo.
“Jill… avevo cercato di immaginarti mille volte, dai discorsi delle ragazze. Ma proprio così….”