L’editore era diventato insopportabile. Ogni giorno mi chiamava alle otto precise per chiedermi a che punto ero arrivato, se il libro procedeva. Gli bruciavano quei cinquecento euro di acconto che ero riuscito a scucirgli come anticipo sul nuovo romanzo. Eppure aveva fatto un sacco di soldi con i miei racconti, avrebbe dovuto capire che non serviva chiamare, sollecitare, lamentarsi. Sono fatto così. Mi ero ritirato in un minuscolo paese affacciato sul mare, in una casa dall’arredamento semplice ed essenziale, proprio per non aver troppi svaghi, per trovare la concentrazione. Non mancava molto, ma il mio personaggio era pigro, non aveva voglia di uscire, di muoversi. Era rintanato nelle pagine bianche del mio computer e sonnecchiava, aspettando. Mi sfidava. Io non avevo fretta, passavo ore alla finestra, uscivo di mattina presto per fare quattro passi sulla spiaggia. Lo sapevo che all’improvviso avrei sentito il solito prurito insopportabile che parte dal centro del petto e si propaga, si allunga come i rami di un vecchio albero fino a raggiungere la testa, le braccia, le mani. In quel momento non avrei potuto far altro se non correre al computer e lasciare che tutto avvenisse, come per un incantesimo. Le dita avrebbero scorazzato velocissime sulla tastiera, le pagine si sarebbero riempite di lettere, di frasi, di concetti. Il gran carrozzone si sarebbe messo in movimento riportando in vita il mio mondo fantastico.
Ma non era ancora arrivato il momento. C’erano troppi rumori, troppi ragazzi che gridavano per le strade del piccolo borgo. Erano i figli dei villeggianti, venuti a trascorrere le vacanze. Non avevano nulla da fare se non divertirsi, andare in spiaggia, giocare.
C’erano alcune ragazzine che incontravo spesso. Adolescenti, erano tutte prese dalla loro voglia di vivere, di mostrarsi, di innamorarsi. I ragazzi, loro coetanei, erano un po’ goffi, sgraziati, ancora troppo piccoli per conoscere i segreti del corteggiamento, dell’amore.
Uscivo raramente, di solito stavo in casa nel silenzio più assoluto. Dopo la telefonata delle otto del mattino, il resto della giornata era silenzio.
Da qualche giorno mi ero accorto che il gruppo delle ragazze stazionava spesso davanti alla porta della mia villetta. Sedevano sul muretto di recinzione e parlavano rumorosamente. I ragazzi venivano, facevano un po’ di chiasso per farsi notare ma inesorabilmente se ne andavano, un po’ annoiati, un po’ allontanati dal gruppo. Dalla mia postazione dietro le tende del salone guardavo quelle adolescenti che si muovevano, ridevano troppo sguaiatamente, guardavano spesso verso le mie finestre. Le lasciavo fare, le osservavo.
C’era una ragazza bionda, con i capelli ondulati, un corpo snello, i seni appena pronunciati. Aveva le gambe lunghissime e perfettamente dritte. Indossava sempre dei pantaloncini corti e le magliette ridottissime che le lasciavano scoperta la pancia.
Un’altra, capelli neri corvini, occhi grandi e luminosi, aveva un corpo già formato, i seni abbondanti trattenuti a stento dalla maglietta. Aveva spesso una gonna corta, che lasciava libere due gambe da favola che si tuffavano in un culetto sodo, bellissimo. Poi c’era un’altra ragazzina, di bassa statura, un po’ troppo rotondetta, ma con due seni grossi e provocanti. Erano giovani, molto consapevoli del loro effetto sui maschietti che continuavano a corteggiarle, ma non si concedevano, si facevano adorare.
Nel gruppo c’era pure una ragazza dalla carnagione chiarissima, i capelli d’un rosso acceso, il corpo longilineo ed assolutamente senza seni. Queste erano le chiassose compagne dei miei pomeriggi. Le guardavo, non mi facevo vedere. Erano troppo giovani. Io avevo già ventisei anni, ero adulto e loro appena adolescenti, neppure maggiorenni. Quattro more, due bionde, una rossa.
Una mattina è successo qualcosa che mi ha divertito. C’era una scritta, sulla casa di fonte alla mia, tracciata con un gesso. Diceva semplicemente: Martino sono pazza di te.
Martino sono io. Ora sapevo che qualcuno si interessava a me. Sarà stata una di queste ragazzine? Pensai di si. Decisi di non indagare, non potevo permettermelo.
Uscii, nonostante fossero già le undici. Di solito a quell’ora mi sedevo alla scrivania e cominciavo i miei esercizi di scrittura, tanto per sgranchire le mani. Scrivevo qualche racconto, buttavo giù dei pensieri.
Ero fuori, con il sole che già scottava. Percorsi la stradina che portava in paese (beh, diciamo che il paese si identificava con quattro o cinque case che si affacciavano sulla piazza dove c’era anche la chiesetta) e superai il negozio del fruttivendolo. Mi avviai verso il lungomare quando vidi le ragazze. Mi accorsi di un gran fermento. Passai accanto a loro e sentii che smisero di colpo di parlare.
Sottovoce una ragazza disse “Ciao, Martino”. Mi voltai, sorrisi. Non so chi avesse parlato. “Ciao”, risposi. Proseguii con le mani in tasca. Un soffio di vento mi scompigliò i capelli. Il ciuffo cadde sugli occhi e lo rimisi a posto.
Non sono una gran bellezza, non so perché queste fanciulle fossero così attratte. Ho i lineamenti duri, gli occhi come due fessure. Ma sono azzurri, forse questo dice qualcosa. Occhi azzurri, capelli castani, che d’estate tendono al biondo. Sono magro, alto. Niente di speciale.
Un paio di ragazze si staccarono dal gruppo e mi rincorsero.
“Hai da accendere?” mi dissero quasi in coro.
Affondai la mano nella tasca e presi il mio zippo. La prima ad avvicinarsi fu la biondina. Aspirò la fiamma con la sigaretta in bocca, poi tossì e si allontanò di un passo. L’altra era la bruna. Si avvicinò, mentre la fiammella continuava ad ardere. Prese le mie mani tra le sue e si avvicinò guardandomi fisso negli occhi. Quando si staccò, fece in modo che le sue mani accarezzassero le mie, indugiando un poco. Mi sorrise. Le sorrisi. Poi ritirai le mani e tirai dritto.
Sentii che tornavano al gruppo.
“Ma glie lo hai chiesto?”
“Ma sei matta?”
“Avevi promesso!”
“Dai, non ce l’ho fatta!”
Continuavo a camminare, compiendo un tragitto ad anello. Tornai a casa.
La giornata trascorse pesante. Le ragazze ogni tanto facevano una corsa passando davanti alla mia porta e poi andavano a sedersi a poca distanza. Guardavano verso la mia casa.
Dovevo scrivere, non potevo perder tempo. Chi lo avrebbe sentito, l’indomani domattina quel rompiballe?
Mi immersi nei miei pensieri, anche se ogni tanto – senza farmi vedere – andavo alla finestra e dietro le tendine guardavo il gruppetto che si agitava.
Il giorno successivo mi svegliai tardi. Nessuna chiamata. Doveva essere domenica, l’unico giorno in cui l’editore arrivava tardi in ufficio. Nella mia camera con le imposte spalancate entrava un sole accecante. Uscii in balcone, senza curarmi di essere in mutande. Respirai a pieni polmoni e rientrai per far colazione.
Più tardi decisi di far quattro passi e indossata una larga camicia a fiori sui bermuda, mi trascinai in strada.
Il gruppetto non era al suo posto e tirai un sospiro di sollievo. Per oggi niente distrazioni. Camminai verso la spiaggia quando venni raggiunto dalla ragazzina dai capelli biondi.
“Martino…io sono Eli. Elisabetta, insomma. Non è che per caso hai una sigaretta da offrirmi?”
Presi il pacchetto dalla tasca e lo porsi alla ragazza.
“Ma ce n’è una sola!”
“Non importa. Prendila pure. Vado a comperarle.” Risposi.
Il gruppetto si era materializzato poco distante da noi. Con la coda dell’occhio guardavo le ragazze che si agitavano.
“Anzi…vieni con me? Le prendiamo insieme!”
“Si, certo!”
La guardai negli occhi. Era molto carina, anche se non particolarmente formosa. Le accesi la sigaretta e quando toccai le sue mani, mi accorsi che erano gelate.
“Hai freddo?”
“No… un po’..”
“Dammi la mano che te la scaldo!” Presi la sua mano e cominciai a camminare stringendola. Da lontano sentii un gridolino che si levava dal gruppo.
Mi venne un improvviso desiderio di stupire ancora di più quelle ragazze. Passai il braccio intorno al collo di Eli, appoggiandolo sulle sue spalle e continuai a camminare. Il silenzio improvviso mi fece capire che le ragazze del gruppo ci stavano osservando.
“Ti dispiace?”
“No, anzi..” rispose la ragazza, rossa in viso.
Mi fermai un momento, voltai il viso verso il suo. Avvampò nuovamente ma non fece nulla per respingere le mie labbra che sfioravano le sue. Un “ooh” si sentì da lontano.
Ely spalancò gli occhi. Il bacio leggero le era piaciuto. Chiuse gli occhi aspettando qualcosa di più.
La baciai di nuovo e lei fu pronta ad aprire la bocca, lasciando che la mia lingua toccasse dolcemente la sua.
Giocammo per un poco, poi riprendemmo a camminare.
“C’è una festa, stasera, fuori dal paese. A casa di Marina, quella ragazza dai capelli neri.. non so se hai presente..quella che era con me ieri, quando ti abbiamo chiesto del fuoco..”
“Si, ho presente.”
“Non hai voglia di venire con me?”
“Non so, devo lavorare.”
“Peccato..ci saremmo divertiti.”
Camminavamo abbracciati verso il negozio dei giornali e tabacchi che si trovava sulla strada che costeggiava il mare.
Ogni tanto Eli si fermava, mi tirava verso di sé e mi baciava. Sempre con maggior desiderio, con una foga che la diceva lunga sulla sua cotta.
Quando raggiungemmo un gruppo di case, approfittai di un viottolo che ci nascondeva alla vista e la spinsi contro un muro. Mi appoggiai a lei e premetti con forza le mie labbra alle sue, mentre le mani le circondavano i fianchi.
Eli baciava magnificamente e presto sentii che nei miei bermuda qualcosa stava orgogliosamente sorgendo.
“Ti piaccio?”
“Non te ne sei ancora accorta?”
“Si, direi di si” rispose spostando la sua mano dal collo al mio fianco.
Mi appoggiai contro di lei, facendo aderire il ventre al suo. Eli spostava il bacino in avanti, sentendo la pressione che il mio uccello duro stava facendo sul suo monte di venere.
Sospirò tra le mie labbra.
Mi ritirai. Era molto giovane, non sapevo se avrei potuto andare oltre.
“Perché?” si lamentò lei.
“Non è il momento, Eli. Vieni a casa. Staremo meglio. Dobbiamo conoscerci.”
“Passiamo dagli altri. Devo dire che vengo da te, altrimenti mi danno per dispersa. Poi, se avrai voglia, andremo alla festa. Altrimenti ci andrò da sola e ti lascerò lavorare.”
Camminando tenendoci per mano verso il gruppetto che ancora una volta ammutolì vedendoci arrivare.
Ero terribilmente indeciso. Il mio cazzo era ancora durissimo e non vedeva l’ora di uscire allo scoperto, ma la ragazza non aveva probabilmente neanche diciassette anni. Sarebbe stata una specie di violenza.. troppo rischioso. Sarebbe stato più saggio lasciar perdere. Ma Eli era troppo presa, troppo eccitata.
“Ragazzi, andiamo da lui. Se i miei mi cercano, dite pure che sono andata a fare un giro in barca. Torno per cena, e poi andiamo alla festa.”
“Vieni anche tu?” chiese Marina, spalancando gli occhioni con fare civettuolo.
“Non so.. devo lavorare.”
“Beh, io ti aspetto.. noi ti aspettiamo” si corresse subito, quando vide lo sguardo accigliato di Eli.
Lasciammo il gruppetto dirigendoci verso casa.
“Non guardare il disordine..io lavoro e non ho molto tempo per fare le pulizie”
“Non hai visto la mia camera, Martino.”
Chiusi la porta dietro le mie spalle e Eli mi strinse forte, spingendomi contro il muro. Questa volta era lei che premeva contro di me. Spingeva il bacino e si muoveva, come per farmi un massaggio.
La maglietta azzurra che indossava mostrava due grossi bottoncini che spingevano la stoffa.
Eli stava massaggiandomi il collo, poi una mano scendeva ad accarezzarmi il petto e i fianchi, mentre con il bacino continuava il suo balletto eccitante. Io sentivo i bermuda tendersi sotto la spinta del mio uccello che gradiva moltissimo quel massaggio, ma restavo immobile a godermi le sue carezze.
La bocca della ragazza era un tiepido antro dove la lingua si muoveva in sincronia con il suo corpo regalandomi delle fitte che partivano dal cervello fino ad arrivare al centro del piacere.
Sentii le mani di Eli che mi slacciavano la camicia e la sua bocca spostarsi lentamente sul collo, poi sul petto e scendere lentamente. Le mani scendevano contemporaneamente, fino a raggiungere l’elastico dei mie bermuda e lo agganciavano con due dita.
“Eli…sei giovane… lo sai quello che stai facendo?”
“Ssst!” mi ingiunse mentre faceva scendere i pantaloni fino al pube.
I suoi baci erano lievi, un solletico piacevole che piano raggiungeva la stoffa dei bermuda.
Il cazzo era ormai durissimo ed impediva all’elastico di scivolare in basso.
Le labbra calde risalirono fino all’ombelico e la lingua si insinuò nella cavità, girando lentamente tutto intorno e simulando una penetrazione.
Poi, sempre lentamente, Eli si alzò e percorse con la lingua il tragitto appena tracciato con le labbra, fino a lambire il petto e finendo sulla bocca che si spalancò accogliendo la sua lingua indemoniata.
Ci baciammo lungamente, mentre le massaggiavo le spalle, la schiena fino a scendere sulla pelle liscia che conduceva alle due morbide colline. Eli fremeva al mio tocco e le carezze ed il suo corpo si muoveva sinuosamente.
“Vieni, andiamo in sala!” le sussurrai in un orecchio, dopo aver introdotto brevemente la lingua nel padiglione.
“Non hai un letto, Marti?” rispose la ragazza infilando una mano nell’elastico dei bermuda, arrivando ad accarezzarmi una chiappa.
“E’ troppo pericoloso, tesoro”
“Ma smettila! So quel che faccio!”
“Lo so anche io” tagliai corto, camminando fino al salone, con le sue dita che esploravano il solco e cercavano di insinuarsi per accarezzare il mio buchino.
“Dai, siediti!” le dissi spingendola dolcemente sul divano.
“Sai quanto cambia..!” flautò con un tono beffardo.
Dalla sua posizione seduta, non esitò neppure un istante, stringendomi con le braccia ed affondando la testa al livello del mio durissimo arnese.
Aprì la bocca per dare un bacio ai bermuda che ancora contenevano il bastone infuocato. Strinse le labbra facendomi provare uno spasmo di piacere.
Non riuscivo ad allontanarmi, tanta era la voglia che quella bocca continuasse il suo gioco perverso.
“Ti voglio!” mi disse, con gli occhi languidi.
Le mani di Eli mi strinsero i fianchi e scesero nuovamente all’elastico, arpionandolo e – questa volta – riuscendo a sollevarlo fino a liberare l’ostacolo.
“Dio che bello!” esclamò quando il cazzo fece un guizzo, colpendola su una guancia.
Le mie mani, che fino a quel momento erano rimaste ferme, iniziarono ad accarezzarle la testa mentre Eli con le labbra socchiuse percorreva l’asta per tutta la sua lunghezza.
“E’..diverso!” sussurrò quando la lingua giunse all’anello che circondava la base della cappella.
“E’ circonciso, tesoro. Mai visto?”
“No…non pensare che ne abbia visti a centinaia.. solo un paio…” si scusò la ragazza, riprendendo a percorrere il suo dolcissimo tragitto.
“Sei bravissima..hai una carica erotica che mi fa morire!”
Spostò leggermente il capo per fissarmi con uno sguardo pieno di desiderio e tirò fuori una linguetta umida che cominciò a carezzarmi il glande che era diventato enorme e infuocato.
Fremevo dal desiderio di sentirmi nella sua bocca, ma ero preoccupato per la sua troppo giovane età. Non volevo proseguire, ma la sua determinazione mi coinvolgeva. Mi ritrassi di scatto e mi scoccò uno sguardo di rimprovero.
“Perché?” mi disse seccamente.
“Non posso!” risposi deciso.
“Ho diciotto anni, stai tranquillo.” Cercò di rassicurarmi.
“Non dire balle, Eli.”
“Vuoi la carta di identità? Così però mi fai gelare!”
Approfittò della mia indecisione per agguantare il cazzo con una mano e velocemente lo portò alla bocca, risucchiandolo.
Il gioco era fatto. Ero il suo giocattolo e non era disposto a mollare.
Sentivo il caldo della sua bocca e la lingua tenera che girava pigramente sulla cappella, solleticando ogni punto sensibile.
Mi lasciai andare a quel delizioso massaggio, mentre le mie mani ormai agivano per conto loro, scendendo dalla testa alle spalle e poi, carezzando la maglietta, cercando l’orlo per sollevarla.
Lentamente tirai verso l’alto l’indumento che si lasciava trasportare, seguendo le sue giovani curve. Quando sentii che i seni erano liberi, forzai dolcemente verso la testa che si allontanò per un momento permettendomi di sfilare completamente la maglietta che volò sul divano.
Riprese subito il controllo, prendendo in mano il mio uccello e mettendolo nuovamente nella sua bocca avida e calda.
Iniziai a carezzarle la schiena nuda e lentamente scivolai davanti, incontrando i promontori che avevo immaginato più piccoli. Erano due splendide tettine, perfettamente conformate, con i capezzoli appuntiti e dritti che reagivano alle mie carezze.
Le mani di Eli lasciarono l’asta, cingendomi il corpo e scivolarono sul mio sedere, accarezzandolo con tenerezza.
“Sei magnifico…” sussurrò la ragazza, mentre con un dito percorreva il solco delle chiappe.
“Tu sei magnifica, Eli.”
La bocca continuava nel suo lento lavoro, succhiando e leccando, poi cercando di percorrere tutto il cazzo che scivolava nel profondo della sua gola.
Una mano aveva raggiunto il mio buchino e con un dito mi solleticava, poi spingeva leggermente tentando di introdursi. L’altra mano, a coppa, raccoglieva le mie palle accarezzandole con dolcezza.
“Basta, così mi fai scoppiare!” la implorai. Sorrise sfilandosi l’uccello dalla bocca ed alzandosi. Lo fece con una lentezza studiata, per far scivolare le sue tettine sul mio torace. Mi abbassai e le vidi. Erano belle, sode, candide. Avvicinai la bocca ad una di esse ed iniziai a leccare il capezzolo appuntito. Eli fece un lungo lamento gettando la testa all’indietro.
La cingevo con le mani sul culetto e sentendosi sorretta, mi trascinò sul divano. Con la bocca sul suo seno, mi adagiai sopra di lei mentre con le mani facevo scorrere i suoi pantaloncini fino a metà coscia. Lei fece il resto, restando con un tanga piccolissimo. Fece per sfilarsi anche quello, ma la fermai.
Tornai sulla bocca ed iniziai a baciarla profondamente, ricambiato con un guizzare di lingua che mi faceva battere il cuore all’impazzata.
La mia mano iniziò a carezzare il suo corpo, scendendo piano. Sul seno indugiò ancora per strizzare quel capezzolo birichino, poi scesi sulla pancia, tesa e fremente. Quando giunsi all’elastico del piccolo perizoma, lo sollevai ed andai in perlustrazione. Sotto le mie dita il ventre liscio mi invitava a scendere ancora per incontrare una peluria morbida, quasi un batuffolo di cotone. Giocai con i riccioli del pube,mentre Eli – impaziente – alzava il bacino invitandomi a cogliere il suo fiore profumato.
Mi ritrassi sempre con lentezza e la ragazza mi punì con un piccolo morso sulle labbra. La sua mano scese fino al mio pube ed impugnò decisa il bastone strizzando il glande e facendomi sussultare dal piacere. Partì poi una lunga carezza, dalla radice per tutta la lunghezza, ed il pollice giocava con la cappella e con il buchino dal quale era fuoriuscita qualche goccia di lubrificante.
“Voglio assaggiarlo” mi disse staccandosi e mettendosi di fianco a me.
“E’ tuo!” le risposi girandomi in modo da facilitarle l’operazione. Sentii che le sue mani mi prendevano e si impossessavano del mio bastone, giunto ormai al massimo della sopportazione. La lingua cominciò a lambire la punta e si insinuò nel buchino, succhiandone l’umore appena uscito.
Nella mia posizione ero ormai con la testa sul suo ventre e sentivo il profumo della sua figa che si spandeva da sotto il perizoma. Mi accorsi che una grossa chiazza bagnata aveva intriso il triangolo e con la bocca mi avvicinai al suo pube ancora coperto.
Le mie dita scivolarono sotto la stoffa ed incontrarono la più dolce e morbida pelle che avessi mai toccato. Umida di piacere e fragrante di odore, si offriva palpitante al mio tocco. La bocca di Eli succhiava voracemente e mi faceva sussultare ad ogni passaggio.
La ragazza alzò ancora il bacino in un invito che non avrei potuto rifiutare, e le sfilai il tanga lasciando libero il piccolo triangolo di peli chiarissimi dal quale emergeva prepotente un paio di labbra rosse e profumate. Tra loro, un piccolo cazzo con tanto di cappella sporgente attendeva il tocco della mia lingua. Mi tuffai tra le sue gambe, ed Eli si spalancò per permettermi di cogliere in pieno il suo frutto. Dapprima esplorai in punta di lingua le labbra bollenti, mentre la ragazza saltava sul divano come presa da una scossa. Poi, deciso, affrontai il clitoride. Fece un guizzo e si tese tutta, cominciando a tremare violentemente. Presi in bocca quel piccolo fallo e con la lingua feci quello che lei stava facendo a me. Eli si staccò dal mio bastone e cominciò a gemere forte, con sospiri e frasi che non riusciva a trattenere.
“Sei mio, sei mio… ti voglio dentro di me.. ti prego, prendimi, scopami..”
Continuai a succhiare ed a giocare, introducendo la lingua nella sua fessura, resa bollente e viscida dal suoi umori.
Riprese con vigore il suo gioco, aiutata dalle mani che scivolavano lungo l’asta, stropicciavano lo scroto e poi fuggivano lontano, ad insinuarsi tra le chiappe per accarezzarmi nell’altro buchino.
Sentivo che la mia resistenza stava franando miseramente. Dalle palle arrivò il segnale inequivocabile che il vulcano stava per esplodere ed intensificai il mio lavoro di lingua.
Improvvisamente, mentre sentivo il fiume bollente risalire l’asta e le prime spinte a vuoto pulsare nel mio ventre, Eli cominciò a fremere ed a singhiozzare, saltando sul divano come presa da un delirio. Venne in modo esagerato, con grandi fiotti che uscivano dalla figa bollente e mi colpivano sul volto e in bocca.
“Matto…mi hai fatto venire” sospirava mentre il corpo non smetteva di saltare. Non resistetti neppure un istante. Le spinte divennero talmente violente che la mia lava bollente uscì sorprendendo la ragazza e facendole riprendere l’orgasmo che stava cessando.
Mi voltai verso di lei. Aveva un’espressione così beata, che mi sentii orgoglioso di averla fatta godere in quel modo. Mi avvicinai al suo volto e la baciai. La sua bocca profumava di sesso ed il suo viso era stato inondato del mio sperma bianco e filante.
“Mamma mia..cosa mi hai fatto!” mi disse sorridendo,mentre si passava un fazzoletto sui seni e sulla fronte.
“Tutta colpa tua. E’ stato bellissimo, Eli.”
“Voglio che tu mi prenda. Voglio sentirti dentro di me..” mi disse con determinazione.
“Lo faremo, non preoccuparti. Oggi ci siamo divertiti così…”
“Vuoi dire che mi mandi via?”
“Si, ti mando via. Ma prima…” mi avvicinai al suo culetto e lo aprii con entrambe le mani.
“Cosa mi fai? Marty…dai..”
Baciai quelle chiappette tonde e morbide e piano piano, con gesti concentrici, leccai tutto intorno al suo buchino fino ad insinuarmi dentro di esso.
“Daiiii mi fai solletico!” finse di lamentarsi “E’ bello..mi piace..”
Leccai ed insalivai il suo buchino, forzandolo dolcemente con la punta della lingua.
“Questo ti succederà, un giorno o l’altro. Così impari a farlo a me!”
“Ti è piaciuto?”
“Come fai a sapere che mi piace essere stuzzicato anche nel sedere?”
“Lo so.. piace a tutti. Almeno, a tutti quelli che hanno il coraggio di parlarne”
“Ne parli spesso? Sembra che tu sia una mangiauomini!”
“Mai sentito parlare di Internet?”
“Certo.”
“E dove pensi che si imparino certe cose?”
“Imparare è una cosa, mettere in pratica, un’altra.”
“Beh, vuol dire che ho imparato bene, visto che ti è piaciuto”
“E cosa altro hai imparato, che vuoi farmi provare?” chiesi curioso.
“Vedrai, vedrai… tu lascia aperta la tua porta ed io ti porterò in paradiso.” Disse Eli alzandosi.
Si diresse verso le scale che portavano al piano superiore.
“Dove vai?”
“Immagino che il bagno sia di sopra”
“Anche di sotto”
“Ma io voglio vedere il tuo letto”
“Vai, c’è un grande casino..”
“Uffa..”
La vidi salire la scala. Il suo corpo era un po’ troppo esile, ma le chiappe , le tettine e soprattutto il suo fiore lucido e rosso in mezzo alle gambe mi calamitavano lo sguardo.
Salii dietro di lei, con l’uccello che non voleva rassegnarsi a scendere.
Entrai in bagno dietro di lei. Si lavò il viso, passò le mani insaponate sulle tette e a quel punto non seppi resistere. Mi avvicinai da dietro e mi bagnai le mani, insaponandole per poi continuare il suo lavoro.
Mentre ero dietro di lei, il cazzo, schiacciato contro il suo culo, dava segni di impazienza.
Eli allargò leggermente le gambe, e mentre le mie mani massaggiavano i suoi seni morbidi, lei con una mano facilitò il posizionamento del mio uccello nel solco delle sue cosce, così da far sfregare la mia cappella contro le grandi labbra ed incontrando il suo piccolo amico.
La baciavo sulla nuca, dietro le orecchie mentre con la mano dal davanti Eli forzava la carezza del mio uccello contro di lei. Muoveva il bacino avanti e indietro, simulando una scopata e questo mi eccitava da morire. Volse la testa verso di me, baciandomi e leccandomi le labbra. Io continuavo il su e giù, assecondando il movimento che faceva con il suo corpo e con la mano che pressava sul mio sesso contro il suo. Mi piaceva, mi faceva godere un casino quell’andirivieni lubrificato.
D’un tratto, Eli sporse ancora di più il bacino e con le dita spinse il mio cazzo più forte. Sentii un caldo avvolgente e morbidissimo…ero dentro di lei. Scoppiò in un sospiro strozzato.
“UUUh…ce l’hai fatta, finalmente!” mi sussurrò piena di voglia.
“Maialina.. lo volevi dentro..e fino a quando non l’hai sentito…”
“Ti voglio, ti sento.. scopa amore mio. Fammelo sentire. E’ grosso, è magnifico!”
“Sei calda, sei dolcissima.”
Entravo e uscivo dalla sua dolce caverna, e mi muovevo con lentezza per sentire tutte le pieghe della sua vagina. Lei danzava sotto le mie spinte, prendendo da me il massimo godimento. Le palle sbattevano contro il suo culo e si ritraevano per poi tornare ad incontrarlo.
Continuammo a scopare con lentezza e tutta la passione che avvolgeva i nostri corpi. Poi si sfilò il cazzo e si voltò. Con le mani mi prese la testa e mi baciò con foga.
“Lo capisci che sono innamorata di te?”
“Mi sembra di averlo capito. Sei tu che hai scritto sul muro di fronte a casa mia?”
“No, ma se pesco chi l’ha fatto..le spacco la testa. Te lo assicuro.”
“Perché? Tu ora sei qui, con me. Stiamo facendo l’amore…”
“Se penso che qualche stronza vuol fare con te …”
“SSST… adesso pensiamo a noi!”
Eli sedette sul bordo del lavabo e spalancò le gambe. La guardai mentre con le dita si allargava le labbra della figa e mi mostrava la profonda intimità.
“Vieni, mio cavaliere. Sono pronta a riceverti.”
Non attesi neppure un secondo. La mia spada sguainata non attendeva altro che spingersi nella sua calda tana e mi infilai dentro di lei senza la minima resistenza. Le sue gambe mi strinsero in vita, per farmi penetrare più a fondo. Non pensavo che una ragazzina potesse avere tanta esperienza. Mi piaceva da morire questo suo fare disinvolto. Era eccitante. Mentre il mio cazzo la possedeva con colpi profondi, provocando sussulti e sospiri, la mia lingua giocava con la sua, guizzando ora nella sua ora nella mia bocca.
Eli si muoveva assecondando le mie spinte ed io sentivo la cappella che le toccava la bocca dell’utero, ricevendone un ulteriore guizzo di piacere. Scivolò lentamente verso di me, stringendomi le gambe attorno al corpo, fino a restare con le braccia appese al mio collo e sorretta solo dal mio prepotente uccello.
“Se potessi, ti farei entrare ancora di più.. non mi basta.. riempimi del tuo succo..”
“Sei matta..questo è il modo migliore per restare incinta!”
“Chi se ne frega..” sibilò mentre la sua lingua si infilava nel mio orecchio regalandomi brividi piacevolissimi.
“No, voglio giocare ancora con te, voglio godere nel tuo corpo, ma non voglio complicazioni.. non rendere tutto più difficile!”
“Fammelo sentire ancora, sbattimi forte, Marty. Ti voglio da impazzire.. voglio restare con te.”
La sollevai dolcemente e mi sfilai da lei, mentre appoggiava i piedi per terra.
“Vieni, andiamo sul letto”
Mi prese per mano e si mosse in punta di piedi verso la mia stanza. Giunti davanti al letto, si voltò verso di me, mi abbracciò forte e mi baciò con enorme passione.
La feci stendere sul letto e mi posizionai in ginocchio davanti a lei, che teneva le gambe spalancate. Vedevo il suo fiore spalancato, con le labbra rosse a far da cornice a quel piccolo fallo appuntito. Subito sotto, la sua vagina, ancora aperta come una bocca affamata chiamò le mie labbra che non esitarono a baciarla.
“Si, amore.. succhiami.. vieni su di me, dammi il tuo cazzo..voglio tenerlo in bocca mentre mi fai godere!”
Non la accontentai, cominciando a baciarle l’interno delle cosce e risalendo verso la sua bellissima figa che spandeva umori trasparenti. Iniziai un perfido gioco, leccando dapprima le grandi labbra, poi scendendo a penetrare la piccola porta ancora aperta e poi scivolando ancora verso il tenero anello grinzoso che non aveva ancora conosciuto il piacere di una penetrazione.
Leccai le mille rughe che conducevano al centro sigillato e sentii che anche il suo culetto pulsava, mandava segnali di piacere. Introdussi la lingua, mentre Eli sospirava immobile. Pian piano sentivo che si apriva e mi lasciava entrare. Come un piccolo fallo, con la punta della lingua fui dentro di lei, leccando il suo piccolo anello.
“Sei fantastico, Marty. Voglio fartelo anch’io.. dai, vieni su di me”
Continuai il mio gioco solitario, aiutato da un dito che si spostava dall’umore della figa al buchino del suo culo, penetrandolo appena.
“Mi piace, è bello.. farei qualsiasi cosa, amore mio.. ti prego.. dammi il tuo cazzo…non resisto senza di lui”
Mi spostai sul letto, scivolando sul suo corpo. Il cazzo imprigionato tra le sue cosce strette saliva con la certezza che il paradiso era ormai vicino.
Con la punta della cappella sentii le grandi labbra che mi toccavano ed improvvisamente le gambe si spalancarono permettendomi di entrare in lei. Fu una penetrazione incredibile. Sembrava che il mio cazzo affamato non finisse mai di entrare. Eli si contorceva, mi tirava, mi stringeva le chiappe, cercava di penetrarmi con un dito mentre con la bocca succhiava avidamente la mia lingua.
Cominciai a muovermi dapprima lentamente e poi sempre più in fretta. Alzai le sue gambe, poggiandole sul mio petto ed il cazzo fece un balzo in avanti. La ragazza mugolò con passione. Sentivo che la cappella toccava un piccolo bottone carnoso che ad ogni passaggio provocava un grido, un movimento più intenso.
Eli succhiò la mia lingua ancora più forte quando, all’ennesimo passaggio sul bottoncino, la sentii esplodere in un orgasmo devastante. Sentii che le palle, a contatto con le labbra della sua figa, si erano inzuppate di quel liquido che usciva zampillando dal suo corpo e le unghie delle sue mani mi artigliavano la schiena. Riuscii a trattenermi ma sentivo l’orgasmo salire velocemente. Eli mi stringeva forte con le gambe, costringendomi a restare dentro di lei. Fu uno sforzo enorme quello di resistere. Quando il suo orgasmo finì, approfittai di un istante in cui rilassò i muscoli per sgusciare fuori dal suo corpo e finalmente venni con forti getti di sperma che schizzarono sulle sue tettine, sul collo fino al mento.
“Non hai voluto darmi il tuo seme.. che testone che sei!” protestò baciandomi ancora dolcemente.
“Non ti è piaciuto?”
“Da morire.”
“Adesso però devo lavorare. In bagno ci vai da sola, altrimenti non la finiamo più.”
“Stasera vieni alla festa, allora?”
“Dimmi dov’è. Se riesco a scrivere qualcosa in fretta, magari ti raggiungo. Non ti prometto niente, però.”
Prese una penna e scrisse a larghi caratteri l’indirizzo della sua amica.
“Non abbiamo neppure pranzato. Sono quasi le quattro… i tuoi genitori non si saranno preoccupati?”
“Sono ancora a Milano. Sono qui con mio fratello e la nonna. Loro sanno che io pranzo in spiaggia.
“Se non ti vedo stasera alla festa, domattina posso venire a svegliarti?”
“Domani mi sveglio presto. Lavorerò per un paio d’ore, poi ti raggiungo. Sarai sul solito muretto?”
“No, non davanti a casa tua! Sarò sul lungomare. Non voglio che a qualche altra ragazza venga l’idea di raggiungerti a casa..”
“Ma dai.. mi fai sentire un dio!”
“Per me lo sei”
Eli uscì dalla mia casa sculettando e sorridendo, voltata indietro. Dal cancello del giardino mi lanciò un bacio con la mano.





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