Ciao sono chicco52
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Agosto 2007

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De.licio.us
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Senza vestirmi, mi sedetti al tavolo aprendo il portatile. Lo schermo si illuminò sul panorama di un ghiacciaio d’alta montagna.

Fu la sola cosa che riuscii a fare, stremato com’ero dal pomeriggio di fuoco. Le idee erano svanite, i miei pensieri erano fissi su quel culetto tondo e sulle labbra rosse di Eli.

Feci una doccia tiepida e mi vestii senza fretta. Mangiai qualcosa servendomi direttamente dal frigorifero e poi sedetti in poltrona. In pochi minuti mi addormentai senza nemmeno accorgermene.

Al mio risveglio, la stanza era piombata nel buio. Mi alzai, accesi la luce e detti uno sguardo alla radiosveglia sul comodino. Le dieci. Non avevo voglia di lavorare, tantomeno di andare a dormire nel mio letto.

Pensai a Eli, che sicuramente mi aspettava alla festa. “Ma si.. vado a vedere. Magari c’è da divertirsi.”

Uscii dirigendomi verso l’indirizzo che mi aveva lasciato.

Una grande casa bianca, circondata da alte siepi ed un giardino perfettamente curato erano la mia destinazione. Suonai al cancello e si accese la luce del videocitofono.

“Ciao, Martino!” disse una voce nel frastuono di altre cento voci.

La serratura elettrica scattò e mi trovai nel parco della villa. Salii a piedi verso la luce che vedevo in cima ad una collina sulla quale era adagiata la grande casa. Guidato dalle voci, girai intorno al palazzo e mi trovai in mezzo a decine di ragazzi e ragazze, tutti in costume da bagno, che correvano intorno ad una piscina dall’acqua azzurra. Qualcuno si tuffava, altri ne uscivano gocciolanti.

La brunetta padrona di casa mi venne incontro, con un sorriso scintillante. Indossava un bikini minuscolo bianco, quasi trasparente.

“Benvenuto! Sono contenta che tu sia venuto!” mi allungò la mano e la strinsi per salutarla. Approfittò della stretta per avvicinarsi a me e baciarmi sulle guance.

“Sono un po’ in ritardo, ma … mi sono addormentato!”

“Eli mi ha raccontato… “

“Spero non tutto…”

“Tutto, tutto!” disse con un sorrisetto malizioso.

“E’ qui anche lei?”

“Si… purtroppo” sospirò con una smorfia.

“Martyyyy!” gridò Eli dall’altro capo della piscina.

In pochi balzi mi fu accanto e mi abbracciò baciandomi sulla bocca.

“Sei venuto! Bravo, ci speravo, sai?”

“Non ho combinato niente. Mi hai succhiato anche tutte le idee! Ridammele subito!” le intimai, incollando le mie labbra alle sue.

“Vi lascio soli. Vieni poi al buffet. C’è da mangiare finché ne vuoi.” Disse Marina allontanandosi. Mi accorsi che, dopo essere scivolata alle spalle di Eli, la ragazza mi lanciò uno sguardo assassino, mandandomi un bacio.

“Lasciala perdere, quella lì. E’ una mangiauomini.” Disse Eli lapidaria.

“Ho già la mia mangiauomini, io!” risposi ridendo.

Andammo al buffet dove presi un panino e mi versai una bibita. Eli era sempre al mio fianco e si strigeva a me.

“Vieni a fare il bagno?” mi chiese quando finii di mangiare.

“Non ho il costume”

“Pensi che sia un problema? Puoi fare il bagno senza costume, o puoi prenderne uno da quel cassone.”

“Meglio che non dia scandalo. Ne prendo uno. Vuoi sceglierlo tu?”

“Vieni, dai.” Mi accompagnò al contenitore dove c’erano decine di costumi di tutti i colori e fogge.

“Metti questo.. è piccolo.. mi eccita la fantasia!” disse Eli con tono furbetto.

“Dove vado?”

“Vieni. Qui c’è una stanzetta. Intanto spogliati e mettilo. Io ti aspetto in piscina.” Disse Eli allontanandosi.

Entrai nel piccolo locale e tirai una tendina che mi riparava dagli sguardi. Mi slacciai la camicia e la appesi sull’unico attaccapanni rimasto libero. Poi calai i pantaloni restando completamente nudo. Sentivo uno sguardo su di me, ma non sapevo da dove provenisse.

“Scusa, pensavo non ci fosse nessuno” flautò Marina, che si era appiattita sul muro accanto alla tenda.

“Non mi ero accorto che fossi qui.” Risposi senza coprirmi.

Gli occhi della ragazza erano puntati sul mio sesso e non si decideva ad andarsene.

“Ehm.. io mi sto cambiando!” protestai debolmente.

“Bene. Pensi che non abbia mai visto un uomo nudo?”

“Penso di si.”

“Ma non come te”

“Cosa ho di strano?”

“Quello è strano” disse puntando il dito verso il mio uccello.

“E’ circonciso. Te ne ha parlato Eli?”

“Si.. ero curiosa di vederlo.”

“Curiosità soddisfatta. Adesso, se non ti spiace..”

“Vado, vado!” sbuffò Marina, scivolando lungo il muro fino alla tenda.

“Cosa stai facendo qui?” sentii Eli che alzava la voce con la brunetta.

“Sono entrata per sbaglio” rispose la ragazza.

“Sbaglio? Ma che strano!”

“Lo sai che è bellissimo il suo pisello?”

“Non sono affari tuoi! Quello è mio!” protestò vivacemente Eli.

“Io sono mio!” sentenziai dal mio rifugio.

Indossai il mini costume, molto preoccupato perché non riusciva a contenere tutti i miei attributi, poi uscii allo scoperto e mi diressi verso Eli che mi aspettava.

“Che stronza! Se la lascio fare, prima di sera quella con te ci prova!”

“Bisogna vedere se io ci sto!” la tranquillizzai.

Mi tuffai nell’acqua tiepida della piscina, seguito da Eli che nuotava velocemente dietro di me.

Nuotai verso un gruppo di ragazzi che conversava ai bordi della vasca e poi mi allontanai con quattro bracciate vigorose. Eli in pochi istanti mi raggiunse e mi abbracciò nell’acqua alta.

“Ho voglia di te!” mi sussurrò in un orecchio.

“Qui? Davanti a tutti?”

“Perché no? Lo fanno tutti!”

“Ma dai.. sono ragazzini!”

“Qualcuno è più grande!”

Sentii le mani di Eli che raggiungevano il mio cazzo e cominciavano a strofinare la stoffa che lo conteneva a fatica.

Mi strinse a sé e mi baciò con passione.

Poco lontano, vidi Marina che ci guardava sorridendo. Era posizionata ancora una volta alle spalle di Eli, e il suo atteggiamento era decisamente provocatorio.

Il suo costume bianco era diventato completamente trasparente, e nell’acqua azzurra potevo vedere i capezzoli scuri tirare la stoffa del piccolo reggiseno del costume.

Non contenta, si appoggiò al bordo della piscina e fece scivolare una mano sul corpo, fino a raggiungere lo slip del costume. Mi voltai, continuando a baciare Eli che nel frattempo era riuscita a far liberare il mio uccello dalla stoffa ed ora mi stava dolcemente masturbando.

Con la coda dell’occhio vidi Marina che si immergeva e nuotava sott’acqua fin quasi a toccarci. Eli non si era accorta di nulla, ma la brunetta era a pochi centimetri dalla sua mano che scivolava sul mio cazzo ormai in erezione.

Mi girai nuovamente, per evitare l’incontro, mettendo Eli in condizioni di vedere la sua amica, ma lei non se ne accorse. Aveva gli occhi chiusi e continuava il suo lavoro con molta dedizione.

Nel frattempo Marina era uscita dall’acqua. Il suo corpo morbido e bellissimo si muoveva con grazia e sicuramente con l’intenzione di attirare la mia attenzione. La brunetta si fiondò nel gruppo dei maschi e ne prese uno per mano. Si voltò verso di me e con uno sguardo provocatorio, si avvicinò al ragazzo e lo baciò senza esitare. Si incollò a lui, con la bocca avida di baci e le mani che accarezzavano tutto il corpo.

Eli mi lavorava sott’acqua e la mia reazione era ancora tiepida, sia perché ero distratto dal movimento di Marina, che faceva di tutto per provocarmi, ma anche per la temperatura che certo non favoriva un’erezione con i fiocchi.

La brunetta spinse il suo amico in acqua e lo seguì provocando alti spruzzi.

“Ehi…attenti!” disse Eli, staccandosi per un istante dalla mia bocca.

Marina raggiunse il maschietto al bordo della piscina e si avvicinò a noi. Lo inchiodò con le spalle alle piastrelle azzurre e si mise a cavalcioni del suo corpo, baciandolo profondamente. Ogni tanto voltava la testa verso di me, sorridendo.

Vidi distintamente che abbassava il costume del ragazzo che, sorpreso, lasciava fare chiudendo gli occhi. Nell’acqua potevo vedere il cazzetto del biondino che sotto le mani indaffarate di Marina prendeva vigore. Lei si muoveva, carezzava, tirava…tutto guardandomi negli occhi.

Sentivo che l’erezione diventava più vigorosa. Eli stringeva, strofinava, poi si faceva carezzare tra le gambe dal mio arnese che soffriva al contatto con la ruvida stoffa del costume.

Marina intanto aveva iniziato il lento lavorio, ma non contenta del risultato, si era immersa e dal pelo dell’acqua potevo vederla mentre in apnea baciava il piccolo cazzo diventato rigido.

Emerse con un profondo respiro guardandomi ancora. Mi strizzò l’occhio. Il ragazzo, con la bocca aperta, si era goduto quel veloce contatto ed ormai voleva andare avanti. Prese Marina, la strinse a sé ma lei si divincolò. Il biondo fu rapido nell’agguantare lo slip della ragazza, facendolo scivolare per qualche centimetro. Questo fu sufficiente per farmi contemplare il culo tondo e magnifico di Marina che invece di coprirsi, si voltò verso di me mostrandomi anche la folta peluria che nascondeva il suo nido del piacere.

Eli era soddisfatta della mia erezione ed aveva scostato il costume per sentire il contatto del glande sulle labbra della vagina.

Marina si ricompose, sempre guardandomi negli occhi. Il ragazzo, ora con gli occhi spalancati ed il cazzetto in tiro, cercava di attirarla a sé, ma lei fu veloce e guizzò velocemente verso di noi. Per evitare uno scontro tra le ragazze, mi staccai da Eli e cercai di nuotare lontano, per tentare di far rientrare tutta l’artiglieria nel minuscolo slip, maledicendo dentro di me la decisione di aver accettato un costume così piccolo.

Emersi dall’acqua dalla parte opposta della piscina, dove non c’erano i ragazzi. Salii la scaletta e mi sedetti sul bordo. Eli mi raggiunse e mi prese per mano.

“Cosa ti succede?”

“Mi imbarazza un po’”

“Strano, avrei detto che sei un tipo da orge!”

“Orge, magari…ma con tutti gli altri nelle stesse condizioni. Io sono il solo con il pisello al vento!”

“Aspetta e vedrai. Tra poco anche qualcun altro si apparterà. Non saremo i soli.”

“Bevi qualcosa? Io prenderei due dita di qualcosa di alcolico. Tanto per scaldarmi.”

“Hai freddo?”

“Beh.. sono tutto bagnato!”

“Vieni, ti asciugo.”

Mi prese per mano e mi condusse in un locale che si trovava dietro la casa. Era una stanza ampia, con due letti grandi ed una porta-finestra che si apriva sul lato del giardino. Prese un accappatoio da una pila di asciugamani appoggiati su di una mensola di marmo ed iniziò a strofinarmi.

“Questo , però, bisogna toglierlo!” Disse sfilando il costume e lasciandomi completamente nudo.

La stanza era in penombra e nessuno passava dal giardino accanto. C’era una porta che dava all’interno e diedi un’occhiata. Era una stanza molto simile alla nostra, debolmente illuminata dalla luce che proveniva dal giardino.

Mi lasciai guidare dalle mani di Eli, che si erano fatte audaci.

“Aspetta.. ti asciugo anch’io!” proposi prendendo un altro accappatoio dalla pila.

“Grazie, adesso ho freddo.”

Slacciai la parte sopra del costume colorato di Eli, mettendo alla luce le sue dolci tettine. Poi sfilai velocemente lo slip, chinandomi per baciare la morbida peluria tra le sue gambe.

“Ciao, triangolino! Mi sei mancato, nel pomeriggio!” dissi continuando a baciarla.

“Vieni, amore. Distendiamoci sul letto.” Propose la ragazza, prendendomi per mano.

Dalla mia posizione potevo vedere la porta sul giardino e alla mia sinistra la porta di comunicazione con l’altra stanza.

Eli non si fece attendere. Appena distesa sul letto, iniziò la sua perlustrazione del mio corpo con le labbra. In pochi salti fu sul cazzo che aveva già assunto proporzioni di tutto rispetto.

“Eccolo, il mio idolo.” Sussurrò cominciando a leccarlo.

Mi distesi per godermi il tenero approccio, e con le mani accarezzavo la testa di Eli che si tuffava tra le mie gambe, succhiando, leccando e baciando l’asta.

Ero in estasi. Eli era in adorazione e lavorava con la lingua in modo splendido.

Fu in quel momento che sentii un rumore provenire dalla stanza accanto. Mi voltai, pronto a coprirmi, quando vidi Marina che – ferma sulla soglia – guardava le evoluzioni di Eli ed approvava con lo sguardo.

Il volto della brunetta era debolmente illuminato dalla luce del giardino, ma il suo costume trasparente mostrava senza ombra di dubbio il suo contenuto eccitante.

Decisi di godermi il momento, senza preoccuparmi della presenza di Marina. Eli mi succhiava la cappella, poi con la lingua girava intorno all’anello sensibile e scendeva fino allo scroto. Le sue mani mi accarezzavano finché un dito birichino, insalivato a dovere, scese tra le mie chiappe e andò ad assaggiare il mio buchino.

Marina si era appoggiata allo stipite della porta, e protendeva il bacino verso di noi, mostrando il pelo scuro che lo slip non riusciva a nascondere. Le sue mani ora accarezzavano il seno, ora scendevano sulla pancia in un massaggio che doveva essere molto eccitante.

“Tesoro.. vieni sopra di me. Voglio assaggiare il tuo sapore” dissi a Eli che si staccò. Marina guizzò fuori dalla vista mentre la ragazza si poneva a gambe aperte sul mio viso, riprendendo il suo lavoro con la bocca.

Io sentivo gli umori di Eli scendere lungo le gambe ed iniziai a leccarli, gustando il suo sapore asprigno ed inconfondibile. Quando risalendo lentamente le cosce incontrai le tenere labbra della sua figa, Eli ebbe un sussulto. Leccai il clitoride che puntava dritto la mia lingua e cominciai a succhiarlo dolcemente.

Non potevo vedere la porta, ma immaginai che Marina fosse tornata alla sua posizione per guardare il nostro amplesso. Mi eccitava l’idea di essere guardato mentre succhiavo il clitoride della mia giovane amante.

Fu Eli a spostarsi di lato, lasciandomi libero di vedere. Avevo immaginato la situazione giusta. Marina era ormai appoggiata al muro, molto vicina a noi e con la mano sinistra si massaggiava un grosso seno, mentre con l’altra mano infilata nello slip si stava accarezzando l’interno delle cosce. Con gli occhi ormai abituati all’oscurità, non faticavo a distinguere le forme della brunetta, che rischiava di farsi vedere anche da Eli, senza però preoccuparsene.

Vedevo la mano andare su e giù nello slip ed un piccolo promontorio formato dalle dita piegate, insinuarsi nel suo corpo.

Sentivo l’orgasmo avvicinarsi, e se ne accorse anche Eli che smise di succhiare.

“Prendimi, amore. Voglio sentirti dentro di me” mi implorò girandosi sul lettone fino ad incollare le sue labbra alle mie.

Salii sul suo corpo caldo e lei aperse le gambe per permettermi di penetrarla. La baciai lungamente mentre con la punta del cazzo, aiutato da una mano, pennellavo le sue grandi labbra fradice di umore.

“Entra, scopami, ti prego!” chiese ancora Eli che ansimava dal godimento.

Marina si era sfilato lo slip ed ora la vedevo chiaramente mentre con la mano si accarezzava il pelo mentre un dito scivolava nella fessura tra le gambe.

Iniziai una lenta penetrazione. Il cazzo si faceva spazio nel caldo nido di Eli e procedeva lentamente fino a toccare il fondo. Poi mi ritraevo e ricominciavo sempre più piano. Erano centimetri sofferti, goduti in modo enorme. Sentivo le pieghe della vagina aprirsi e poi abbracciare il mio bastone, risucchiandolo all’interno del corpo di Eli.

Marina era orma senza freni. Il dito entrava e usciva velocemente, mentre con l’altra mano si torturava il seno. I capezzoli erano diventati dei piccoli falli che riuscivo a vedere in modo nitido in controluce.

“Scopi come un dio, Marty. Mi fai morire!” mi sussurrava Eli in un orecchio, approfittando per insinuare la lingua morbida nel mio padiglione.

Uscii dal suo caldo abbraccio e voltai la mia amante supina.

“Cosa vuoi farmi?” mi chiese

“Niente che non voglia anche tu!” le risposi, adagiandomi sopra di lei.

Marina era sparita e nell’aria era rimasto l’odore dolciastro dei suoi umori.

Strinsi le gambe di Eli ed insinuai il mio bastone tra le sue cosce, fino a raggiungere nuovamente il suo sesso gocciolante. Entrai in lei ancora lentamente e progressivamente aumentai la danza. Mi faceva impazzire sentire il suo culetto morbido che sbatteva sulle mie palle ad ogni affondo, e immaginavo il momento in cui avrei violato anche la sua porticina ancora serrata.

Continuavo a scopare con maggior impeto finché non sentii che Eli stava cominciando ad irrigidirsi. Fu questione di un attimo e sentii che partiva anche il mio orgasmo. Tentai di uscire, ma Eli mi tenne stretto dentro di sé:

“Nooo, non uscire, ti prego… fammi sentire il tuo seme caldo… godi dentro di me..”

“Tesoro..è troppo rischioso!”

“Ho fatto il calcolo…” disse ansimando forte. “Sono lontana dal periodo fecondo..ti prego, vieni, spruzza, sborra!!”

Quelle parole mi diedero la frustata finale e non potei più trattenermi. I suoi sussulti si unirono ai miei in un orgasmo che ci travolse. Eli saltava, rantolava, mi stringeva dentro di sé, mentre il cazzo esplodeva in un orgasmo lunghissimo.

Da lontano sentimmo delle voci che chiamavano.

“Ragazzi.. è ora di andare! Tra poco torna mio padre, e dobbiamo lasciare tutto in ordine!”

Era Marina, che chiamava tutti gli invitati per concludere la festa.

Ci alzammo, ancora sconvolti. Eli mi strinse a sé e mi baciò lungamente. Mi prese per i fianchi e si tuffò nuovamente sul letto.

“Ancora, dai..ancora! Mettimelo dentro di nuovo! Sto per venire…”

Prese il mio uccello e con una mossa decisa, se lo infilò tutto fino in fondo.

“Non sono mica Superman!” obiettai mentre Eli saltava sul letto in preda ad un nuovo orgasmo.

“Mi fai venire in continuazione…mi fai morire!”

In quel momento, si spalancò la porta finestra e la luce esplose nella camera. Ero ancora dentro di lei, quando Marina entrò nella stanza.

“Ragazzi.. scusate, ma devo mandarvi via.” Disse guardando i nostri sessi ancora uniti nell’amplesso.

“Ma dai.. un po’ di privacy!” si lamentò Eli.

“Sta arrivando mio padre.. e a quanto pare, avete già finito!” disse Marina avvicinandosi ancora di più.

Mi diede una carezza sul sedere, e con un dito birichino si fece largo nel solco, trovando subito il mio buchino.

“Ehi!” obiettai stringendo le chiappe.

“Hehe.. sporcaccioni!” disse Marina allontanandosi, ma senza staccare gli occhi dai nostri sessi che si stavano separando.

“Ueila..!” disse indicando il mio cazzo che ancora grondava in posizione eretta.

“Smettila, stronza!” la apostrofò Eli.

“Ma che male ti faccio, se lo guardo?”

Recuperai il mio mini costume ed uscii dalla porta finestra. Di corsa entrai nel camerino dove c’erano altri due ragazzi nudi che stavano vestendosi.

“Ciao!” disse il primo.

“Sera!” brontolò l’altro che evidentemente non gradiva la mia compagnia.

“Scusate, prendo la mia roba in fretta.” Agguantai pantaloni e camicia e mi spostai sul fondo della stanzetta per indossarli.

Eli nel frattempo era andata al piano di sopra per recuperare le sue cose nella stanza spogliatoio delle ragazze.

Poco dopo, ci trovammo tutti al bordo della piscina. Salutammo Marina e la ringraziammo.

“Ti è piaciuta la serata?” mi chiese con uno sguardo d’intesa.

“Molto interessante!” risposi con chiara allusione alla sua esibizione.

Eli non capì, e mi prese per mano.

“E’ un po’ tardi. Devo proprio rientrare. Mi dispiace!” mi disse la ragazza mentre ci baciavamo davanti alla mia casa.

“Ed io devo lavorare, almeno ci provo!”

“A domani, amore mio. Un’altra giornata di fuoco?”

“Non vedo l’ora che sia domani” le risposi allontanandomi.

“Se vuoi una sveglia con i fiocchi, non chiudere la porta a chiave!” mi disse da lontano.

Mentre varcavo la soglia di casa, la vidi in lontananza mentre alzava una mano in segno di saluto.

Non chiusi. Mi limitai a spogliarmi ed a tuffarmi sul letto, nudo.

In pochi istanti mi addormentai.

Sognai le mani morbide di Eli che mi accarezzavano, le sue labbra che succhiavano, la sua fighetta gocciolante che mi accoglieva. Sentivo le sue carezze, il calore delle labbra… mi svegliai.

Qualcosa di strano stava accadendo accanto a me. Sentivo una presenza, anche se non riuscivo a vedere nessuno. Mi alzai sui gomiti e mi guardai intorno. Accesi la luce del comodino e balzai in piedi. Accanto al mio letto c’era Marina. Indossava una lunga tunica bianca, aperta sul davanti. Mi sorrideva e mi guardava con occhi pieni di desiderio.

“Marina! Ma cosa ci fai qui?”

“Sono venuta a trovarti, come vedi.”

“Ma tuo padre? Non doveva rientrare a momenti?”

“Mio padre è in Messico! Era una scusa per farvi smettere.”

“Ma sei pazza? Come ti è saltato in mente di entrare in casa mia…”

Non mi lasciò finire la frase. Mi cinse con le braccia ed incollò le sue labbra alle mie.

“Ma sei ancora una ragazzina!”

“E perché Eli? Anche lei è una ragazzina come me.”

Mi strinse ancora più forte. Sentivo il suo corpo aderire al mio. Il suo calore era una sferzata eccitante per me. Ero ancora nudo e non potevo nascondere la mia eccitazione.

Dalla tunica bianca, apparve il corpo nudo, abbronzato. Le sue magnifiche tette erano del colore del caffèlatte. Le aureole scure terminavano in due capezzoli larghi e duri.

“Voglio sentire il tuo sapore” sussurrò infilandomi la lingua in bocca.

Mi staccai perplesso.

“Ma da dove siete scappate fuori? Le ragazzine della vostra età cominciano ora con le prime esperienze! Voi sembrate donne già vissute!”

“Abbiamo diciotto anni, tesoro. Ho fatto l’amore per la prima volta a quindici. E poi.. abbiamo una buona palestra. In internet ormai c’è di tutto. Si impara velocemente, ci si mostra, si fanno incontri..”

“Ancora internet? Ma è mai possibile…”

“Basta, adesso!” disse spingendomi sul letto. Con un gesto rapidissimo si liberò della tunica e restò nuda. Il suo corpo era bellissimo. Il viso da ragazzina era appoggiato al collo lungo che traeva origine da due spalle lisce e vellutate. I seni, grossi e perfettamente eretti, erano un invito a tuffarsi. Il ventre era piatto e l’ombelico era una fossetta perfettamente nel centro. Il pube era coperto di peli neri, riccioluti e debordanti. Le gambe erano sode e dritte.

Marina era di una bellezza travolgente. Il suo sorriso bianchissimo attirava le mie labbra.

Mi alzai di nuovo e la abbracciai.

“Finalmente!” disse lei, mentre ricambiava il mio bacio.

Aveva le labbra gonfie e lucide che chiamavano le mie.

Il sapore del suo bacio era dolcissimo. Muoveva la lingua lentamente, accarezzando l’interno delle mie labbra, poi – piatta – strisciava sui miei denti e si adagiava sulla mia lingua.

Le sue mani, abbronzate e sottili, avevano unghie curate ed erano morbidissime mentre percorrevano il mio collo e le spalle.

“Quanto ti ho desiderato!” soffiava la ragazza mentre con le labbra carnose percorreva il mio petto.

“Ma dai.. ci siamo incontrati solo ieri!” risposi fingendo indifferenza.

“Non ti sei accorto che ti ronziamo intorno almeno da due anni?”

“Due anni? Ma và… sono arrivato il mese scorso!”

“Vuoi dire che l’anno scorso non eri nella casa sulla scogliera?”

“Si..come fai a saperlo?”

“Venivamo sempre là, con la scusa di pescare i granchi, per vederti anche solo un momento!”

“Ma dai! E due anni fa? Dov’ero?”

“Due anni fa sei passato di qui. Sei venuto in visita quindici giorni da Giordano. Non pensare di esser passato inosservato”

“Accidenti.. sei peggio della Cia!”

“Smettila di parlare.. ho voglia di te!”

“Ma anche Eli..”

“Anche Eli… e anche le altre”

“Mamma mia…quante ce ne sono?”

“Più di quante tu possa scoparne in una settimana”

“Dovrò scappare…”

“Non provarci neppure!” sibilò allungando la mano sul mio uccello e strizzandolo con forza.

“Ehi..ma si rompe!”

“Allora lasciati andare. Ti sto aspettando da troppo tempo..”

La bocca di Marina era un antro caldissimo, la cui porta era costituita dalle labbra più bollenti e carnose che avessi mai assaggiato. La lingua, invece, era un’appendice rosa, estremamente mobile. La brunetta mi baciava i capezzoli, poi saltava su di me con le gambe divaricate e mi leccava il viso, gli occhi, la bocca. Poi spalancava le labbra e succhiava le mie, fino a farle entrare nella sua bocca. Mi succhiava la lingua e poi la lasciava andare per tornare a leccarmi il mento, le orecchie. Era eccitante, passionale. Le braccia che la reggevano mentre leccava il mio volto, non restavano immobili, ma ogni tanto si flettevano, per far sfiorare il mio petto dai suoi grossi seni, così che il contatto avveniva in più punti ed il godimento si moltiplicava.

Inginocchiata a gambe larghe su di me, sentivo il solletico dei suoi peli pubici che sfioravano il mio uccello. Quando il corpo saliva, sentivo il calore della figa umida che mi sfiorava lasciando qualche goccia a lubrificare il passaggio. Poi scendeva e lasciava che la cappella scivolasse tra le labbra della vagina.

“Voglio guardarti” le dissi, al massimo dell’eccitazione. Sentivo che questa sua passione era covata per tanto tempo, ed era così forte che non avrebbe mai rinunciato alla penetrazione che stava preparando.

“Dopo! Voglio godere di ogni centimetro del tuo corpo. Sapessi quante volte ti ho sognato, ad occhi chiusi e ad occhi aperti.. Sei stato sulla cima di ogni mio dito per tutti questi mesi. Ogni dito che entrava in me eri tu, ti sentivo entrare, ti lasciavo perlustrare. Sognavo il tuo contatto, questo..”

Marina era una furia sessuale. Ora si sedeva sull’asta che era divenuta d’acciaio ed allagava il mio pube.

Mi imprigionava tra le labbra della sua bollente figa e con sapienti movimenti dei muscoli, stringeva e rilasciava la cappella che mi inviava segnali di acuto piacere.

La bocca della ragazza era insaziabile. Mentre la lingua saettava continuamente dentro e fuori dalla mia bocca, le labbra bollenti mi succhiavano, lisciavano, sfioravano in un gioco sempre più eccitante.

Si alzò sulle braccia ed iniziò a scendere con la bocca sul collo, leccando e succhiando la pelle che restava intrappolata nei suoi baci e poi scendeva ancora sul petto cercando i miei capezzoli induriti.

Carezzavo la sua schiena fino alla massima estensione delle braccia, sfiorando le chiappe liscissime che non vedevo l’ora di conquistare. Marina era attenta a non lasciare al caso neppure un centimetro della mia pelle, e conquistato l’ombelico lo penetrò con la lingua. Si piegò accanto a me, per consentire al suo viso di appoggiarsi sulla pancia, mentre le sue mani scendevano tra le mie gambe. Con dolcezza le divaricò, cominciando ad accarezzare l’interno delle cosce, per raggiungere finalmente lo scroto che si era raggrinzito per donare al cazzo la sua massima estensione.

“Eccoti, finalmente. Quanto ti ho sognato, quanto ti ho desiderato!” disse sottovoce rivolgendosi al mio uccello che svettava attendendo il contatto con le sue labbra.

La bocca carnosa si tuffò dapprima tra i peli del pube, annusando il mio profumo.

“C’è ancora odore di lei” disse senza astio.

“Non mi hai dato il tempo di lavarmi!” protestai

“Mi piace.. Eli è bella, il suo profumo ti dona.” Rispose dalla sua comoda posizione.

Sentii improvvisamente due cuscinetti caldi che attaccavano la radice del mio uccello e la lingua umida che facilitava lo scorrimento. Mi adagiai completamente, godendo di quel contatto meraviglioso. Giunta al solco sotto il glande, Marina indugiò con la lingua per circoscriverlo, leccarlo, insalivarlo. Poi, presa da un raptus improvviso, baciò la cappella e la aspirò tutta nella bocca, stringendola delicatamente tra lingua e palato.

“Sei bravissima, Marina.. mi fai morire!”

La lingua, esercitata a leccare e lisciare tutto il corpo, si arrotolava lungo l’asta e scivolava sulla cappella, lambendo il buchino che rilasciava il suo liquido lubrificante.

“MMM…è buono!” disse a bocca piena.

“Ti voglio guardare, ti voglio nella mia bocca.. lasciami muovere..” le chiesi al culmine del godimento.

Sorda alla mia richiesta, la brunetta faceva scorrere l’asta fino alla gola, senza il minimo problema, simulando una scopata coi fiocchi.

Quando sentii che il pizzicore ben conosciuto mi avvertiva dell’imminente orgasmo, mi sfilai dalla sua bocca e mi posizionai accanto a lei.

“Perché me lo hai tolto? E’ lui che voglio!”

“Non vuoi me?”

“Tu sei lui!”

“io sono ANCHE lui. Ma tanto altro. Lascia che ora ti guardi.”

Mi inginocchiai accanto a lei, che si era distesa con le braccia sotto la testa. Le ascelle, con una peluria accentuata, mandavano segnali odorosi che mi tuffai a cogliere. La annusai, la baciai anche se cercava di sottrarsi.

“Dai..mi fai solletico!” protestò debolmente.

“Lasciami fare.. voglio sentire il tuo profumo” risposi deciso. Baciai il collo e leccai il suo mento, raggiungendo le labbra che mi attendevano aperte. Mi incollai alla sua bocca, questa volta conducendo le danze come piaceva a me. Girai la lingua sulla sua, lentamente, mentre sentivo il piacere che faceva coprire la sua pelle di minuscoli puntini. Le baciai gli occhi chiusi, il naso, nuovamente la bocca.

Scesi finalmente sui seni che mi attendevano da troppo tempo. Con le mani li accarezzai, li soppesai e li avvicinai tra loro. Con la lingua toccai prima l’uno poi l’altro capezzolo facendo sussultare la ragazza. Succhiai avidamente quei due bottoncini scuri mentre con le mani scendevo lungo il corpo. Sentivo la sua pelle divenire ad ogni tocco più sensibile. Mentre la lingua lavorava, il corpo aveva dei guizzi, dei sussulti e dalla bocca uscivano gemiti di piacere.

Sul pancino teso e magnifico indugiai intorno all’ombelico, leccando e penetrandolo più volte. Le mani di Marina non riuscivano a restare ferme e carezzavano la mia schiena. Mi spostò di lato e tentò di insinuare le dita nel solco del culo, senza riuscirci.

Scesi ancora, lasciando un sentiero di saliva sulla pancia, finchè non sentii che la sua giovane foresta mi attraeva in modo imperioso. Il profumo che colpiva i miei sensi era così intenso e delizioso che non potei far altro se non tuffarmi tra le sue gambe, in cerca della fonte di tanto desiderio. Marina spalancò le gambe sussurrandomi “sono tua.. prendimi, amore mio”. Mi guardai bene dall’affrettare i tempi. Volevo gustare il suo sapore dolce ed aspro, avvicinandomi alle grandi labbra. Ebbi una sorpresa. Tra le sue gambe, appariva una farfalla, con le ali larghe e appuntite. Al centro, un clitoride ben proteso, pareva il corpo con una piccola testa coperta da un velo di pelle rosa pallido. Leccai le ali che costituivano le grandi labbra e le intrappolai – prima l’una poi l’altra – tra le mie labbra. Infine, danzando sul corpo di Marina che sussultava e rantolava dal piacere, succhiai il clitoride e lo colpii con rapidi colpi della lingua. Il profumo riempiva le mie narici e mi inebriava. Sentivo il corpo percorso da mille guizzi che dalla bocca si diramavano in ogni direzione. Il cazzo era diventato talmente duro da farmi male. Marina non muoveva un arto. Il corpo aveva veloci contrazioni ad ogni passaggio. Entrai nel suo antro caldo e profumato, bevendo il succo del suo godimento. Sentivo le labbra ed il mento impastati del suo nettare e cercavo di penetrarla a fondo, gustando il suo godimento. Alzai le gambe della ragazza e mi posizionai sotto di esse, godendo della visione del suo culo magnifico, aperto alla mia lussuria. Mi avvicinai ancora una volta e con la lingua percorsi il breve tratto che dalla vagina conduceva all’ano.

“Ooooh!” sospirò al contatto, alzando ancora il bacino per facilitarmi la penetrazione. Pennellai avidamente quel solco rugoso e scivolai nuovamente verso i suoi succhi che scendevano copiosi, mischiando la mia saliva al suo liquido asprigno, per poi tornare sull’anello stretto che forzai dolcemente con la punta della lingua, sentendolo cedere appena un poco.

“Marty..Marty…cosa mi fai… è magnifico…” rantolava Marina tenendosi la testa tra le mani.

Osai ancora di più, infilando una bella porzione nella fessura che ormai era rilassata e pronta ad una più consistente penetrazione.

Con le dita mi aiutai nell’allargare le chiappe della ragazza, approfittando per impastare le grandi ali che sovrastavano la zona di conquista. Giocai con il clitoride indurito mentre la lingua continuava il suo dentro e fuori appassionato. Con un dito scivolai nella vagina, ed iniziai a penetrare dapprima lentamente poi con maggior vigore quel piccolo antro fradicio di umori.

Sentii la pancia di Marina che si contraeva in spasmi sempre più veloci ed il culo saltava sul letto come percorso da una scossa travolgente.

“AAAAAh…sto venendooo!” gridò mentre stringeva le gambe attorno alla mia testa imprigionandola. Il corpo ebbe una serie di sussulti, sempre più forti, sempre più potenti fin quando con uno scatto finale, sentii che la morsa si allentava e Marina crollava sul letto con le gambe spalancate, senza più forza.

L’editore era diventato insopportabile. Ogni giorno mi chiamava alle otto precise per chiedermi a che punto ero arrivato, se il libro procedeva. Gli bruciavano quei cinquecento euro di acconto che ero riuscito a scucirgli come anticipo sul nuovo romanzo. Eppure aveva fatto un sacco di soldi con i miei racconti, avrebbe dovuto capire che non serviva chiamare, sollecitare, lamentarsi. Sono fatto così. Mi ero ritirato in un minuscolo paese affacciato sul mare, in una casa dall’arredamento semplice ed essenziale, proprio per non aver troppi svaghi, per trovare la concentrazione. Non mancava molto, ma il mio personaggio era pigro, non aveva voglia di uscire, di muoversi. Era rintanato nelle pagine bianche del mio computer e sonnecchiava, aspettando. Mi sfidava. Io non avevo fretta, passavo ore alla finestra, uscivo di mattina presto per fare quattro passi sulla spiaggia. Lo sapevo che all’improvviso avrei sentito il solito prurito insopportabile che parte dal centro del petto e si propaga, si allunga come i rami di un vecchio albero fino a raggiungere la testa, le braccia, le mani. In quel momento non avrei potuto far altro se non correre al computer e lasciare che tutto avvenisse, come per un incantesimo. Le dita avrebbero scorazzato velocissime sulla tastiera, le pagine si sarebbero riempite di lettere, di frasi, di concetti. Il gran carrozzone si sarebbe messo in movimento riportando in vita il mio mondo fantastico.

Ma non era ancora arrivato il momento. C’erano troppi rumori, troppi ragazzi che gridavano per le strade del piccolo borgo. Erano i figli dei villeggianti, venuti a trascorrere le vacanze. Non avevano nulla da fare se non divertirsi, andare in spiaggia, giocare.

C’erano alcune ragazzine che incontravo spesso. Adolescenti, erano tutte prese dalla loro voglia di vivere, di mostrarsi, di innamorarsi. I ragazzi, loro coetanei, erano un po’ goffi, sgraziati, ancora troppo piccoli per conoscere i segreti del corteggiamento, dell’amore.

Uscivo raramente, di solito stavo in casa nel silenzio più assoluto. Dopo la telefonata delle otto del mattino, il resto della giornata era silenzio.

Da qualche giorno mi ero accorto che il gruppo delle ragazze stazionava spesso davanti alla porta della mia villetta. Sedevano sul muretto di recinzione e parlavano rumorosamente. I ragazzi venivano, facevano un po’ di chiasso per farsi notare ma inesorabilmente se ne andavano, un po’ annoiati, un po’ allontanati dal gruppo. Dalla mia postazione dietro le tende del salone guardavo quelle adolescenti che si muovevano, ridevano troppo sguaiatamente, guardavano spesso verso le mie finestre. Le lasciavo fare, le osservavo.

C’era una ragazza bionda, con i capelli ondulati, un corpo snello, i seni appena pronunciati. Aveva le gambe lunghissime e perfettamente dritte. Indossava sempre dei pantaloncini corti e le magliette ridottissime che le lasciavano scoperta la pancia.

Un’altra, capelli neri corvini, occhi grandi e luminosi, aveva un corpo già formato, i seni abbondanti trattenuti a stento dalla maglietta. Aveva spesso una gonna corta, che lasciava libere due gambe da favola che si tuffavano in un culetto sodo, bellissimo. Poi c’era un’altra ragazzina, di bassa statura, un po’ troppo rotondetta, ma con due seni grossi e provocanti. Erano giovani, molto consapevoli del loro effetto sui maschietti che continuavano a corteggiarle, ma non si concedevano, si facevano adorare.

Nel gruppo c’era pure una ragazza dalla carnagione chiarissima, i capelli d’un rosso acceso, il corpo longilineo ed assolutamente senza seni. Queste erano le chiassose compagne dei miei pomeriggi. Le guardavo, non mi facevo vedere. Erano troppo giovani. Io avevo già ventisei anni, ero adulto e loro appena adolescenti, neppure maggiorenni. Quattro more, due bionde, una rossa.

Una mattina è successo qualcosa che mi ha divertito. C’era una scritta, sulla casa di fonte alla mia, tracciata con un gesso. Diceva semplicemente: Martino sono pazza di te.

Martino sono io. Ora sapevo che qualcuno si interessava a me. Sarà stata una di queste ragazzine? Pensai di si. Decisi di non indagare, non potevo permettermelo.

Uscii, nonostante fossero già le undici. Di solito a quell’ora mi sedevo alla scrivania e cominciavo i miei esercizi di scrittura, tanto per sgranchire le mani. Scrivevo qualche racconto, buttavo giù dei pensieri.

Ero fuori, con il sole che già scottava. Percorsi la stradina che portava in paese (beh, diciamo che il paese si identificava con quattro o cinque case che si affacciavano sulla piazza dove c’era anche la chiesetta) e superai il negozio del fruttivendolo. Mi avviai verso il lungomare quando vidi le ragazze. Mi accorsi di un gran fermento. Passai accanto a loro e sentii che smisero di colpo di parlare.

Sottovoce una ragazza disse “Ciao, Martino”. Mi voltai, sorrisi. Non so chi avesse parlato. “Ciao”, risposi. Proseguii con le mani in tasca. Un soffio di vento mi scompigliò i capelli. Il ciuffo cadde sugli occhi e lo rimisi a posto.

Non sono una gran bellezza, non so perché queste fanciulle fossero così attratte. Ho i lineamenti duri, gli occhi come due fessure. Ma sono azzurri, forse questo dice qualcosa. Occhi azzurri, capelli castani, che d’estate tendono al biondo. Sono magro, alto. Niente di speciale.

Un paio di ragazze si staccarono dal gruppo e mi rincorsero.

“Hai da accendere?” mi dissero quasi in coro.

Affondai la mano nella tasca e presi il mio zippo. La prima ad avvicinarsi fu la biondina. Aspirò la fiamma con la sigaretta in bocca, poi tossì e si allontanò di un passo. L’altra era la bruna. Si avvicinò, mentre la fiammella continuava ad ardere.  Prese le mie mani tra le sue e si avvicinò guardandomi fisso negli occhi. Quando si staccò, fece in modo che le sue mani accarezzassero le mie, indugiando un poco. Mi sorrise. Le sorrisi. Poi ritirai le mani e tirai dritto.

Sentii che tornavano al gruppo.

“Ma glie lo hai chiesto?”

“Ma sei matta?”

“Avevi promesso!”

“Dai, non ce l’ho fatta!”

Continuavo a camminare, compiendo un tragitto ad anello. Tornai a casa.

La giornata trascorse pesante. Le ragazze ogni tanto facevano una corsa passando davanti alla mia porta e poi andavano a sedersi a poca distanza. Guardavano verso la mia casa.

Dovevo scrivere, non potevo perder tempo. Chi lo avrebbe sentito, l’indomani domattina quel rompiballe?

Mi immersi nei miei pensieri, anche se ogni tanto – senza farmi vedere – andavo alla finestra e dietro le tendine guardavo il gruppetto che si agitava.

Il giorno successivo mi svegliai tardi. Nessuna chiamata. Doveva essere domenica, l’unico giorno in cui l’editore arrivava tardi in ufficio. Nella mia camera con le imposte spalancate entrava un sole accecante. Uscii in balcone, senza curarmi di essere in mutande. Respirai a pieni polmoni e rientrai per far colazione.

Più tardi decisi di far quattro passi e indossata una larga camicia a fiori sui bermuda, mi trascinai in strada.

Il gruppetto non era al suo posto e tirai un sospiro di sollievo. Per oggi niente distrazioni. Camminai verso la spiaggia quando venni raggiunto dalla ragazzina dai capelli biondi.

“Martino…io sono Eli. Elisabetta, insomma. Non è che per caso hai una sigaretta da offrirmi?”

Presi il pacchetto dalla tasca e lo porsi alla ragazza.

“Ma ce n’è una sola!”

“Non importa. Prendila pure. Vado a comperarle.” Risposi.

Il gruppetto si era materializzato poco distante da noi. Con la coda dell’occhio guardavo le ragazze che si agitavano.

“Anzi…vieni con me? Le prendiamo insieme!”

“Si, certo!”

La guardai negli occhi. Era molto carina, anche se non particolarmente formosa. Le accesi la sigaretta e quando toccai le sue mani, mi accorsi che erano gelate.

“Hai freddo?”

“No… un po’..”

“Dammi la mano che te la scaldo!” Presi la sua mano e cominciai a camminare stringendola. Da lontano sentii un gridolino che si levava dal gruppo.

Mi venne un improvviso desiderio di stupire ancora di più quelle ragazze. Passai il braccio intorno al collo di Eli, appoggiandolo sulle sue spalle e continuai a camminare. Il silenzio improvviso mi fece capire che le ragazze del gruppo ci stavano osservando.

“Ti dispiace?”

“No, anzi..” rispose la ragazza, rossa in viso.

Mi fermai un momento, voltai il viso verso il suo. Avvampò nuovamente ma non fece nulla per respingere le mie labbra che sfioravano le sue. Un “ooh” si sentì da lontano.

Ely spalancò gli occhi. Il bacio leggero le era piaciuto. Chiuse gli occhi aspettando qualcosa di più.

La baciai di nuovo e lei fu pronta ad aprire la bocca, lasciando che la mia lingua toccasse dolcemente la sua.

Giocammo per un poco, poi riprendemmo a camminare.

“C’è una festa, stasera, fuori dal paese. A casa di Marina, quella ragazza dai capelli neri.. non so se hai presente..quella che era con me ieri, quando ti abbiamo chiesto del fuoco..”

“Si, ho presente.”

“Non hai voglia di venire con me?”

“Non so, devo lavorare.”

“Peccato..ci saremmo divertiti.”

Camminavamo abbracciati verso il negozio dei giornali e tabacchi che si trovava sulla strada che costeggiava il mare.

Ogni tanto Eli si fermava, mi tirava verso di sé e mi baciava. Sempre con maggior desiderio, con una foga che la diceva lunga sulla sua cotta.

Quando raggiungemmo un gruppo di case, approfittai di un viottolo che ci nascondeva alla vista e la spinsi contro un muro. Mi appoggiai a lei e premetti con forza le mie labbra alle sue, mentre le mani le circondavano i fianchi.

Eli baciava magnificamente e presto sentii che nei miei bermuda qualcosa stava orgogliosamente sorgendo.

“Ti piaccio?”

“Non te ne sei ancora accorta?”

“Si, direi di si” rispose spostando la sua mano dal collo al mio fianco.

Mi appoggiai contro di lei, facendo aderire il ventre al suo. Eli spostava il bacino in avanti, sentendo la pressione che il mio uccello duro stava facendo sul suo monte di venere.

Sospirò tra le mie labbra.

Mi ritirai. Era molto giovane, non sapevo se avrei potuto andare oltre.

“Perché?” si lamentò lei.

“Non è il momento, Eli. Vieni a casa. Staremo meglio. Dobbiamo conoscerci.”

“Passiamo dagli altri. Devo dire che vengo da te, altrimenti mi danno per dispersa. Poi, se avrai voglia, andremo alla festa. Altrimenti ci andrò da sola e ti lascerò lavorare.”

Camminando tenendoci per mano verso il gruppetto che ancora una volta ammutolì vedendoci arrivare.

Ero terribilmente indeciso. Il mio cazzo era ancora durissimo e non vedeva l’ora di uscire allo scoperto, ma la ragazza non aveva probabilmente neanche diciassette anni. Sarebbe stata una specie di violenza.. troppo rischioso. Sarebbe stato più saggio lasciar perdere. Ma Eli era troppo presa, troppo eccitata.

“Ragazzi, andiamo da lui. Se i miei mi cercano, dite pure che sono andata a fare un giro in barca. Torno per cena, e poi andiamo alla festa.”

“Vieni anche tu?” chiese Marina, spalancando gli occhioni con fare civettuolo.

“Non so.. devo lavorare.”

“Beh, io ti aspetto.. noi ti aspettiamo” si corresse subito, quando vide lo sguardo accigliato di Eli.

Lasciammo il gruppetto dirigendoci verso casa.

“Non guardare il disordine..io lavoro e non ho molto tempo per fare le pulizie”

“Non hai visto la mia camera, Martino.”

Chiusi la porta dietro le mie spalle e Eli mi strinse forte, spingendomi contro il muro. Questa volta era lei che premeva contro di me. Spingeva il bacino e si muoveva, come per farmi un massaggio.

La maglietta azzurra che indossava mostrava due grossi bottoncini che spingevano la stoffa.

Eli stava massaggiandomi il collo, poi una mano scendeva ad accarezzarmi il petto e i fianchi, mentre con il bacino continuava il suo balletto eccitante. Io sentivo i bermuda tendersi sotto la spinta del mio uccello che gradiva moltissimo quel massaggio, ma restavo immobile a godermi le sue carezze.

La bocca della ragazza era un tiepido antro dove la lingua si muoveva in sincronia con il suo corpo regalandomi delle fitte che partivano dal cervello fino ad arrivare al centro del piacere.

Sentii le mani di Eli che mi slacciavano la camicia e la sua bocca spostarsi lentamente sul collo, poi sul petto e scendere lentamente. Le mani scendevano contemporaneamente, fino a raggiungere l’elastico dei mie bermuda e lo agganciavano con due dita.

“Eli…sei giovane… lo sai quello che stai facendo?”

“Ssst!” mi ingiunse mentre faceva scendere i pantaloni fino al pube.

I suoi baci erano lievi, un solletico piacevole che piano raggiungeva la stoffa dei bermuda.

Il cazzo era ormai durissimo ed impediva all’elastico di scivolare in basso.

Le labbra calde risalirono fino all’ombelico e la lingua si insinuò nella cavità, girando lentamente tutto intorno e simulando una penetrazione.

Poi, sempre lentamente, Eli si alzò e percorse con la lingua il tragitto appena tracciato con le labbra, fino a lambire il petto e finendo sulla bocca che si spalancò accogliendo la sua lingua indemoniata.

Ci baciammo lungamente, mentre le massaggiavo le spalle, la schiena fino a scendere sulla pelle liscia che conduceva alle due morbide colline. Eli fremeva al mio tocco e le carezze ed il suo corpo si muoveva sinuosamente.

“Vieni, andiamo in sala!” le sussurrai in un orecchio, dopo aver introdotto brevemente la lingua nel padiglione.

“Non hai un letto, Marti?” rispose la ragazza infilando una mano nell’elastico dei bermuda, arrivando ad accarezzarmi una chiappa.

“E’ troppo pericoloso, tesoro”

“Ma smettila! So quel che faccio!”

“Lo so anche io” tagliai corto, camminando fino al salone, con le sue dita che esploravano il solco e cercavano di insinuarsi per accarezzare il mio buchino.

“Dai, siediti!” le dissi spingendola dolcemente sul divano.

“Sai quanto cambia..!” flautò con un tono beffardo.

Dalla sua posizione seduta, non esitò neppure un istante, stringendomi con le braccia ed affondando la testa al livello del mio durissimo arnese.

Aprì la bocca per dare un bacio ai bermuda che ancora contenevano il bastone infuocato. Strinse le labbra facendomi provare uno spasmo di piacere.

Non riuscivo ad allontanarmi, tanta era la voglia che quella bocca continuasse il suo gioco perverso.

“Ti voglio!” mi disse, con gli occhi languidi.

Le mani di Eli mi strinsero i fianchi e scesero nuovamente all’elastico, arpionandolo e – questa volta – riuscendo a sollevarlo fino a liberare l’ostacolo.

“Dio che bello!” esclamò quando il cazzo fece un guizzo, colpendola su una guancia.

Le mie mani, che fino a quel momento erano rimaste ferme, iniziarono ad accarezzarle la testa mentre Eli con le labbra socchiuse percorreva l’asta per tutta la sua lunghezza.

“E’..diverso!” sussurrò quando la lingua giunse all’anello che circondava la base della cappella.

“E’ circonciso, tesoro. Mai visto?”

“No…non pensare che ne abbia visti a centinaia.. solo un paio…” si scusò la ragazza, riprendendo a percorrere il suo dolcissimo tragitto.

“Sei bravissima..hai una carica erotica che mi fa morire!”

Spostò leggermente il capo per fissarmi con uno sguardo pieno di desiderio e tirò fuori una linguetta umida che cominciò a carezzarmi il glande che era diventato enorme e infuocato.

Fremevo dal desiderio di sentirmi nella sua bocca, ma ero preoccupato per la sua troppo giovane età. Non volevo proseguire, ma la sua determinazione mi coinvolgeva. Mi ritrassi di scatto e mi scoccò uno sguardo di rimprovero.

“Perché?” mi disse seccamente.

“Non posso!” risposi deciso.

“Ho diciotto anni, stai tranquillo.” Cercò di rassicurarmi.

“Non dire balle, Eli.”

“Vuoi la carta di identità? Così però mi fai gelare!”

Approfittò della mia indecisione per agguantare il cazzo con una mano e velocemente lo portò alla bocca, risucchiandolo.

Il gioco era fatto. Ero il suo giocattolo e non era disposto a mollare.

Sentivo il caldo della sua bocca e la lingua tenera che girava pigramente sulla cappella, solleticando ogni punto sensibile.

Mi lasciai andare a quel delizioso massaggio, mentre le mie mani ormai agivano per conto loro, scendendo dalla testa alle spalle e poi, carezzando la maglietta, cercando l’orlo per sollevarla.

Lentamente tirai verso l’alto l’indumento che si lasciava trasportare, seguendo le sue giovani curve. Quando sentii che i seni erano liberi, forzai dolcemente verso la testa che si allontanò per un momento permettendomi di sfilare completamente la maglietta che volò sul divano.

Riprese subito il controllo, prendendo in mano il mio uccello e mettendolo nuovamente nella sua bocca avida e calda.

Iniziai a carezzarle la schiena nuda e lentamente scivolai davanti, incontrando i promontori che avevo immaginato più piccoli. Erano due splendide tettine, perfettamente conformate, con i capezzoli appuntiti e dritti che reagivano alle mie carezze.

Le mani di Eli lasciarono l’asta, cingendomi il corpo e scivolarono sul mio sedere, accarezzandolo con tenerezza.

“Sei magnifico…” sussurrò la ragazza, mentre con un dito percorreva il solco delle chiappe.

“Tu sei magnifica, Eli.”

La bocca continuava nel suo lento lavoro, succhiando e leccando, poi cercando di percorrere tutto il cazzo che scivolava nel profondo della sua gola.

Una mano aveva raggiunto il mio buchino e con un dito mi solleticava, poi spingeva leggermente tentando di introdursi. L’altra mano, a coppa, raccoglieva le mie palle accarezzandole con dolcezza.

“Basta, così mi fai scoppiare!” la implorai. Sorrise sfilandosi l’uccello dalla bocca ed alzandosi. Lo fece con una lentezza studiata, per far scivolare le sue tettine sul mio torace. Mi abbassai e le vidi. Erano belle, sode, candide. Avvicinai la bocca ad una di esse ed iniziai a leccare il capezzolo appuntito. Eli fece un lungo lamento gettando la testa all’indietro.

La cingevo con le mani sul culetto e sentendosi sorretta, mi trascinò sul divano. Con la bocca sul suo seno, mi adagiai sopra di lei mentre con le mani facevo scorrere i suoi pantaloncini fino a metà coscia. Lei fece il resto, restando con un tanga piccolissimo. Fece per sfilarsi anche quello, ma la fermai.

Tornai sulla bocca ed iniziai a baciarla profondamente, ricambiato con un guizzare di lingua che mi faceva battere il cuore all’impazzata.

La mia mano iniziò a carezzare il suo corpo, scendendo piano. Sul seno indugiò ancora per strizzare quel capezzolo birichino, poi scesi sulla pancia, tesa e fremente. Quando giunsi all’elastico del piccolo perizoma, lo sollevai ed andai in perlustrazione. Sotto le mie dita il ventre liscio mi invitava a scendere ancora per incontrare una peluria morbida, quasi un batuffolo di cotone. Giocai con i riccioli del pube,mentre Eli – impaziente – alzava il bacino invitandomi a cogliere il suo fiore profumato.

Mi ritrassi sempre con lentezza e la ragazza mi punì con un piccolo morso sulle labbra. La sua mano scese fino al mio pube ed impugnò decisa il bastone strizzando il glande e facendomi sussultare dal piacere. Partì poi una lunga carezza, dalla radice per tutta la lunghezza, ed il pollice giocava con la cappella e con il buchino dal quale era fuoriuscita qualche goccia di lubrificante.

“Voglio assaggiarlo” mi disse staccandosi e mettendosi di fianco a me.

“E’ tuo!” le risposi girandomi in modo da facilitarle l’operazione. Sentii che le sue mani mi prendevano e si impossessavano del mio bastone, giunto ormai al massimo della sopportazione. La lingua cominciò a lambire la punta e si insinuò nel buchino, succhiandone l’umore appena uscito.

Nella mia posizione ero ormai con la testa sul suo ventre e sentivo il profumo della sua figa che si spandeva da sotto il perizoma. Mi accorsi che una grossa chiazza bagnata aveva intriso il triangolo e con la bocca mi avvicinai al suo pube ancora coperto.

Le mie dita scivolarono sotto la stoffa ed incontrarono la più dolce e morbida pelle che avessi mai toccato. Umida di piacere e fragrante di odore, si offriva palpitante al mio tocco. La bocca di Eli succhiava voracemente e mi faceva sussultare ad ogni passaggio.

La ragazza alzò ancora il bacino in un invito che non avrei potuto rifiutare, e le sfilai il tanga lasciando libero il piccolo triangolo di peli chiarissimi dal quale emergeva prepotente un paio di labbra rosse e profumate. Tra loro, un piccolo cazzo con tanto di cappella sporgente attendeva il tocco della mia lingua. Mi tuffai tra le sue gambe, ed Eli si spalancò per permettermi di cogliere in pieno il suo frutto. Dapprima esplorai in punta di lingua le labbra bollenti, mentre la ragazza saltava sul divano come presa da una scossa. Poi, deciso, affrontai il clitoride. Fece un guizzo e si tese tutta, cominciando a tremare violentemente. Presi in bocca quel piccolo fallo e con la lingua feci quello che lei stava facendo a me. Eli si staccò dal mio bastone e cominciò a gemere forte, con sospiri e frasi che non riusciva a trattenere.

“Sei mio, sei mio… ti voglio dentro di me.. ti prego, prendimi, scopami..”

Continuai a succhiare ed a giocare, introducendo la lingua nella sua fessura, resa bollente e viscida dal suoi umori.

Riprese con vigore il suo gioco, aiutata dalle mani che scivolavano lungo l’asta, stropicciavano lo scroto e poi fuggivano lontano, ad insinuarsi tra le chiappe per accarezzarmi nell’altro buchino.

Sentivo che la mia resistenza stava franando miseramente. Dalle palle arrivò il segnale inequivocabile che il vulcano stava per esplodere ed intensificai il mio lavoro di lingua.

Improvvisamente, mentre sentivo il fiume bollente risalire l’asta e le prime spinte a vuoto pulsare nel mio ventre, Eli cominciò a fremere ed a singhiozzare, saltando sul divano come presa da un delirio. Venne in modo esagerato, con grandi fiotti che uscivano dalla figa bollente e mi colpivano sul volto e in bocca.

“Matto…mi hai fatto venire” sospirava mentre il corpo non smetteva di saltare. Non resistetti neppure un istante. Le spinte divennero talmente violente che la mia lava bollente uscì sorprendendo la ragazza e facendole riprendere l’orgasmo che stava cessando.

Mi voltai verso di lei. Aveva un’espressione così beata, che mi sentii orgoglioso di averla fatta godere in quel modo. Mi avvicinai al suo volto e la baciai. La sua bocca profumava di sesso ed il suo viso era stato inondato del mio sperma bianco e filante.

“Mamma mia..cosa mi hai fatto!” mi disse sorridendo,mentre si passava un fazzoletto sui seni e sulla fronte.

“Tutta colpa tua. E’ stato bellissimo, Eli.”

“Voglio che tu mi prenda. Voglio sentirti dentro di me..” mi disse con determinazione.

“Lo faremo, non preoccuparti. Oggi ci siamo divertiti così…”

“Vuoi dire che mi mandi via?”

“Si, ti mando via. Ma prima…” mi avvicinai al suo culetto e lo aprii con entrambe le mani.

“Cosa mi fai? Marty…dai..”

Baciai quelle chiappette tonde e morbide e piano piano, con gesti concentrici, leccai tutto intorno al suo buchino fino ad insinuarmi dentro di esso.

“Daiiii mi fai solletico!” finse di lamentarsi “E’ bello..mi piace..”

Leccai ed insalivai il suo buchino, forzandolo dolcemente con la punta della lingua.

“Questo ti succederà, un giorno o l’altro. Così impari a farlo a me!”

“Ti è piaciuto?”

“Come fai a sapere che mi piace essere stuzzicato anche nel sedere?”

“Lo so.. piace a tutti. Almeno, a tutti quelli che hanno il coraggio di parlarne”

“Ne parli spesso? Sembra che tu sia una mangiauomini!”

“Mai sentito parlare di Internet?”

“Certo.”

“E dove pensi che si imparino certe cose?”

“Imparare è una cosa, mettere in pratica, un’altra.”

“Beh, vuol dire che ho imparato bene, visto che ti è piaciuto”

“E cosa altro hai imparato, che vuoi farmi provare?” chiesi curioso.

“Vedrai, vedrai… tu lascia aperta la tua porta ed io ti porterò in paradiso.” Disse Eli alzandosi.

Si diresse verso le scale che portavano al piano superiore.

“Dove vai?”

“Immagino che il bagno sia di sopra”

“Anche di sotto”

“Ma io voglio vedere il tuo letto”

“Vai, c’è un grande casino..”

“Uffa..”

La vidi salire la scala. Il suo corpo era un po’ troppo esile, ma le chiappe , le tettine e soprattutto il suo fiore lucido e rosso in mezzo alle gambe mi calamitavano lo sguardo.

Salii dietro di lei, con l’uccello che non voleva rassegnarsi a scendere.

Entrai in bagno dietro di lei. Si lavò il viso, passò le mani insaponate sulle tette e a quel punto non seppi resistere. Mi avvicinai da dietro e mi bagnai le mani, insaponandole per poi continuare il suo lavoro.

Mentre ero dietro di lei, il cazzo, schiacciato contro il suo culo, dava segni di impazienza.

Eli allargò leggermente le gambe, e mentre le mie mani massaggiavano i suoi seni morbidi, lei con una mano facilitò il posizionamento del mio uccello nel solco delle sue cosce, così da far sfregare la mia cappella contro le grandi labbra ed incontrando il suo piccolo amico.

La baciavo sulla nuca, dietro le orecchie mentre con la mano dal davanti Eli forzava la carezza del mio uccello contro di lei. Muoveva il bacino avanti e indietro, simulando una scopata e questo mi eccitava da morire. Volse la testa verso di me, baciandomi e leccandomi le labbra. Io continuavo il su e giù, assecondando il movimento che faceva con il suo corpo e con la mano che pressava sul  mio sesso contro il suo. Mi piaceva, mi faceva godere un casino quell’andirivieni lubrificato.

D’un tratto, Eli sporse ancora di più il bacino e con le dita spinse il mio cazzo più forte. Sentii un caldo avvolgente e morbidissimo…ero dentro di lei. Scoppiò in un sospiro strozzato.

“UUUh…ce l’hai fatta, finalmente!” mi sussurrò piena di voglia.

“Maialina.. lo volevi dentro..e fino a quando non l’hai sentito…”

“Ti voglio, ti sento.. scopa amore mio. Fammelo sentire. E’ grosso, è magnifico!”

“Sei calda, sei dolcissima.”

Entravo e uscivo dalla sua dolce caverna, e mi muovevo con lentezza per sentire tutte le pieghe della sua vagina. Lei danzava sotto le mie spinte, prendendo da me il massimo godimento. Le palle sbattevano contro il suo culo e si ritraevano per poi tornare ad incontrarlo.

Continuammo a scopare con lentezza e tutta la passione che avvolgeva i nostri corpi. Poi si sfilò il cazzo e si voltò. Con le mani mi prese la testa e mi baciò con foga.

“Lo capisci che sono innamorata di te?”

“Mi sembra di averlo capito. Sei tu che hai scritto sul muro di fronte a casa mia?”

“No, ma se pesco chi l’ha fatto..le spacco la testa. Te lo assicuro.”

“Perché? Tu ora sei qui, con me. Stiamo facendo l’amore…”

“Se penso che qualche stronza vuol fare con te …”

“SSST… adesso pensiamo a noi!”

Eli sedette sul bordo del lavabo e spalancò le gambe. La guardai mentre con le dita si allargava le labbra della figa e mi mostrava la profonda intimità.

“Vieni, mio cavaliere. Sono pronta a riceverti.”

Non attesi neppure un secondo. La mia spada sguainata non attendeva altro che spingersi nella sua calda tana e mi infilai dentro di lei senza la minima resistenza. Le sue gambe mi strinsero in vita, per farmi penetrare più a fondo. Non pensavo che una ragazzina potesse avere tanta esperienza. Mi piaceva da morire questo suo fare disinvolto. Era eccitante. Mentre il mio cazzo la possedeva con colpi profondi, provocando sussulti e sospiri, la mia lingua giocava con la sua, guizzando ora nella sua ora nella mia bocca.

Eli si muoveva assecondando le mie spinte ed io sentivo la cappella che le toccava la bocca dell’utero, ricevendone un ulteriore guizzo di piacere. Scivolò lentamente verso di me, stringendomi le gambe attorno al corpo, fino a restare con le braccia appese al mio collo e sorretta solo dal mio prepotente uccello.

“Se potessi, ti farei entrare ancora di più.. non mi basta.. riempimi del tuo succo..”

“Sei matta..questo è il modo migliore per restare incinta!”

“Chi se ne frega..” sibilò mentre la sua lingua si infilava nel mio orecchio regalandomi brividi piacevolissimi.

“No, voglio giocare ancora con te, voglio godere nel tuo corpo, ma non voglio complicazioni.. non rendere tutto più difficile!”

“Fammelo sentire ancora, sbattimi forte, Marty. Ti voglio da impazzire.. voglio restare con te.”

La sollevai dolcemente e mi sfilai da lei, mentre appoggiava i piedi per terra.

“Vieni, andiamo sul letto”

Mi prese per mano e si mosse in punta di piedi verso la mia stanza. Giunti davanti al letto, si voltò verso di me, mi abbracciò forte e mi baciò con enorme passione.

La feci stendere sul letto e mi posizionai in ginocchio davanti a lei, che teneva le gambe spalancate. Vedevo il suo fiore spalancato, con le labbra rosse a far da cornice a quel piccolo fallo appuntito. Subito sotto, la sua vagina, ancora aperta come una bocca affamata chiamò le mie labbra che non esitarono a baciarla.

“Si, amore.. succhiami.. vieni su di me, dammi il tuo cazzo..voglio tenerlo in bocca mentre mi fai godere!”

Non la accontentai, cominciando a baciarle l’interno delle cosce e risalendo verso la sua bellissima figa che spandeva umori trasparenti. Iniziai un perfido gioco, leccando dapprima le grandi labbra, poi scendendo a penetrare la piccola porta ancora aperta e poi scivolando ancora verso il tenero anello grinzoso che non aveva ancora conosciuto il piacere di una penetrazione.

Leccai le mille rughe che conducevano al centro sigillato e sentii che anche il suo culetto pulsava, mandava segnali di piacere. Introdussi la lingua, mentre Eli sospirava immobile. Pian piano sentivo che si apriva e mi lasciava entrare. Come un piccolo fallo, con la punta della lingua fui dentro di lei, leccando il suo piccolo anello.

“Sei fantastico, Marty. Voglio fartelo anch’io.. dai, vieni su di me”

Continuai il mio gioco solitario, aiutato da un dito che si spostava dall’umore della figa al buchino del suo culo, penetrandolo appena.

“Mi piace, è bello.. farei qualsiasi cosa, amore mio.. ti prego.. dammi il tuo cazzo…non resisto senza di lui”

Mi spostai sul letto, scivolando sul suo corpo. Il cazzo imprigionato tra le sue cosce strette saliva con la certezza che il paradiso era ormai vicino.

Con la punta della cappella sentii le grandi labbra che mi toccavano ed improvvisamente le gambe si spalancarono permettendomi di entrare in lei. Fu una penetrazione incredibile. Sembrava che il mio cazzo affamato non finisse mai di entrare. Eli si contorceva, mi tirava, mi stringeva le chiappe, cercava di penetrarmi con un dito mentre con la bocca succhiava avidamente la mia lingua.

Cominciai a muovermi dapprima lentamente e poi sempre più in fretta. Alzai le sue gambe, poggiandole sul mio petto ed il cazzo fece un balzo in avanti. La ragazza mugolò con passione. Sentivo che la cappella toccava un piccolo bottone carnoso che ad ogni passaggio provocava un grido, un movimento più intenso.

Eli succhiò la mia lingua ancora più forte quando, all’ennesimo passaggio sul bottoncino, la sentii esplodere in un orgasmo devastante. Sentii che le palle, a contatto con le labbra della sua figa, si erano inzuppate di quel liquido che usciva zampillando dal suo corpo e le unghie delle sue mani mi artigliavano la schiena. Riuscii a trattenermi ma sentivo l’orgasmo salire velocemente. Eli mi stringeva forte con le gambe, costringendomi a restare dentro di lei. Fu uno sforzo enorme quello di resistere. Quando il suo orgasmo finì, approfittai di un istante in cui rilassò i muscoli per sgusciare fuori dal suo corpo e finalmente venni con forti getti di sperma che schizzarono sulle sue tettine, sul collo fino al mento.

“Non hai voluto darmi il tuo seme.. che testone che sei!” protestò baciandomi ancora dolcemente.

“Non ti è piaciuto?”

“Da morire.”

“Adesso però devo lavorare. In bagno ci vai da sola, altrimenti non la finiamo più.”

“Stasera vieni alla festa, allora?”

“Dimmi dov’è. Se riesco a scrivere qualcosa in fretta, magari ti raggiungo. Non ti prometto niente, però.”

Prese una penna e scrisse a larghi caratteri l’indirizzo della sua amica.

“Non abbiamo neppure pranzato. Sono quasi le quattro… i tuoi genitori non si saranno preoccupati?”

“Sono ancora a Milano. Sono qui con mio fratello e la nonna. Loro sanno che io pranzo in spiaggia.

“Se non ti vedo stasera alla festa, domattina posso venire a svegliarti?”

“Domani mi sveglio presto. Lavorerò per un paio d’ore, poi ti raggiungo. Sarai sul solito muretto?”

“No, non davanti a casa tua! Sarò sul lungomare. Non voglio che a qualche altra ragazza venga l’idea di raggiungerti a casa..”

“Ma dai.. mi fai sentire un dio!”

“Per me lo sei”

 

Eli uscì dalla mia casa sculettando e sorridendo, voltata indietro. Dal cancello del giardino mi lanciò un bacio con la mano.

SERENA

11 feb 2005

SERENA

SERENA

 

SERENA
Quando mio fratello chiuse la porta alle sue spalle, e sentii i suoi passi allontanarsi nel giardino, mi sentii l’uomo più solo e più triste del mondo. Non potevo neppure immaginare che invece mi si stavano schiudendo le porte del paradiso, e me ne sarei accorto nel giro di pochi giorni.

Sistemai rapidamente le mie cose, dopo aver fatto un rapido giro di ricognizione della casa, poi andai in cucina, dove cercai di soffocare quel senso di tristezza con biscottini alla crema ed una tazza di caffè.

Impiegai qualche giorno per abituarmi all’ambiente piccolo ma estremamente confortevole della casa. Avevo notato che da ogni poltrona, seggiola, dal letto e perfino dal gabinetto e dalla vasca da bagno, una finestra piccola o grande che fosse, lasciava spaziare l’occhio sulle montagne e sulle pianure che circondavano il villaggio. Da qualunque punto, il meraviglioso paesaggio esterno  si faceva ammirare come un quadro appeso alla parete.

Quando scendeva la sera, seduto alla piccola tavola e poi nella poltrona del salottino, le finestre si aprivano su una notte nera, carica di profumi, rintocchi lontani, brevi rumori.

Ciò che fino a quel momento non avevo notato, era che tutto intorno alla casa che abitavo, il villaggio era debolmente illuminato, ma le finestre delle abitazioni, al pari delle mie, erano tutte aperte, e si poteva vedere all’interno la vita che vi si svolgeva.

Mi divertiva poter vedere, seduto comodamente in poltrona, le persone che si muovevano, parlavano, sedevano nelle loro case, senza che i rumori della loro vita mi raggiungessero. Era un grande acquario, pieno di luce e di colori.

Spensi tutte le luci, e mi accomodai al centro della camera. Tre pareti avevano grandi finestre fino a terra. Sulla quarta parete, c’era la porta che dava alla cucina. Nel salone, tra una finestra e l’altra, una scala a muro saliva verso un soppalco, dove trovava luogo un salottino, la camera da letto ed il bagnetto.

Anche questi, sebbene fossero sacrificati da un tetto che scendeva ad un metro da terra, erano rischiarati da finestre lunghe e luminose, dalle quali potevo vedere i primi piani delle altre case.

A luci spente, mi accorsi che il paesaggio della vita che mi respirava intorno, era particolarmente divertente. Nessuno aveva pensato di tirare le tende, certi che in quell’appartamento (il mio) disabitato da anni, alcun occhio indiscreto avesse potuto scrutare nelle loro case.

Già dalle sei di sera nell’appartamento sul lato nord c’era aria di intimità. La coppia di ragazzi che vi abitava, si rincorreva ridendo per la casa, e vedevo accendersi le luci delle camere al loro passaggio.

Non riuscivo a vedere i loro visi, perché erano lontani, ma le figure erano ben delineate, ed i corpi snelli che si abbracciavano e si ritraevano, per poi ricongiungersi, erano belli.

Dalla finestra ad est si vedevano due anziani coniugi ed un giovane che passava la serata sdraiato sul divano davanti alla televisione.

Ad ovest c’erano due appartamenti. L’uno con le finestre accese, ma non si riusciva a scorgere chi vi fosse alloggiato l’altro al buio totale. Sul pianerottolo che dava al mio appartamento, c’era un’altra porta, che dava accesso ad un appartamento speculare rispetto a quello che abitavo.

Non sentivo rumori forti  provenire dall’interno, e le finestre mi erano completamente nascoste. Potevo solo immaginare che vi abitasse qualcuno, perché molto raramente il suono di una voce, un tintinnio di piatti e bicchieri mi raggiungeva nel silenzio ovattato.

Mi accorsi che mi stavo divertendo a guardare nelle case degli altri, e me ne vergognai. Senza accendere la luce andai in cucina, abbassai la tapparella, poi girai l’interruttore della lampada centrale e mi misi a cucinare qualcosa in fretta.

Mentre mangiavo, sentivo dentro di me crescere l’eccitazione e la curiosità per questa nuova esperienza, ma cercavo di rallentare il ritmo delle cose da fare. Avevo davanti a me un tempo infinito: giorni, mesi, in cui avrei dovuto dare un ordine alla mia vita e ricominciare tutto daccapo.

Tornai in salotto, sedetti sul divano con un libro, ma prima di accendere la luce, rischiarato solo dalla lampada della cucina, detti uno sguardo ai miei nuovi vicini di casa.

A nord i ragazzi erano seduti a tavola. Continuavano a ridere, ed ogni istante era buono per alzarsi, accarezzarsi e tornare a sedersi.

Gli anziani ad ovest erano in camere diverse. Il ragazzo nella sua camera. La madre in sala rigovernava la tavola. Il padre non si vedeva.

Vedevo chiaramente che il ragazzo era disteso sul letto, e leggeva.

L’altro appartamento ad ovest era occupato da tre donne. Una più matura e due ragazze.

C’erano altre case, più lontane, con le finestre illuminate, ma l’angolazione e la lontananza non mi consentivano di vedere cosa stesse succedendo al loro interno.

I ragazzi della finestra nord avevano cominciato a sparecchiare, e si apprestavano ad uscire. Lui, in camera, seduto sul letto stava infilandosi scarpe pesanti da neve, mentre lei era in bagno. La tendina leggera che velava la finestra davanti al wc lasciava intuire la sua forma in posizione seduta.

Ad un tratto, lui entrò e si pose davanti allo specchio. Lei finse di lamentarsi, ma si alzò e lo raggiunse davanti al lavandino. Non aveva rialzato slip e pantaloni, ed aveva percorso il breve tratto verso il suo uomo saltellando e ridendo.

La finestra accanto al lavabo era grande, e non nascondeva nulla. Potevo chiaramente scorgere lei, che cingeva il suo uomo dalle spalle, e lui con le mani dietro la schiena cercava di accarezzare le dolci forme che si erano incollate al suo corpo.

Un bel culetto tondo e bianco, che si lasciava carezzare dalle mani di lui, e si vedeva chiaramente che nel movimento rotatorio della carezza, lui cercava di insinuarsi nel solco. Di scatto, lei si allontanò ridendo. Lui si girò e per un attimo vidi la ragazza dal davanti, con il suo piccolo triangolo scuro in luce. Il ragazzo si inginocchiò velocemente, cinse la donna con le mani e portò il suo viso ad altezza del pube della donna, affondandovi. Lei scoppiò a ridere, piegandosi verso la testa del suo amante, e si ritrasse di corsa. Si fermò solo per alzare gli slip ed i pantaloni mentre il ragazzo, tornato davanti allo specchio, terminava di sistemarsi i capelli.

Pochi istanti dopo li vidi uscire mano nella mano.

Nelle altre finestre non c’era vita. IL ragazzo sul letto era quasi immobile. Il padre e la madre si erano seduti davanti alla televisione.

Le ragazze dell’appartamento ovest erano prese dai lavori di casa. La più anziana (ma avrà avuto trent’anni) stava riponendo della biancheria in un armadio.

Una delle giovani era in bagno, e l’altra in una delle camere e sembrava impegnata in una conversazione telefonica.

Decisi che sarebbe stata una cosa giusta andare a dormire, e lasciare tutte queste persone alle loro intimità. Dopo essermi lavato rapidamente, mi infilai a letto, lasciando tutte le finestre aperte con le tende spalancate. Se mi fossi svegliato durante la notte…..

 

Al mattino presto sentii bussare ripetutamente alla mia porta d’ingresso. Non aspettavo nessuno e davvero non immaginavo chi potesse essere. Misi una vestaglia sulle spalle e scesi.

“mi scusi, dottore, se l’ho disturbata così presto” esordì un uomo sulla quarantina.

“Lei è il dottor Adler, non è vero?”

“si, io sono il dottor Adler. Ma non ci conosciamo….”

“la conosciamo di fama, sappiamo che lei è molto bravo, e che conduce una vita molto ritirata”

Cercai di interromperlo, si trattava certamente di un equivoco. Io ero il dottor Adler, ma non ero il medico. Lo stimato professionista, bravo quanto riservato, era mio fratello. Io ero dottore in lettere…

Non mi faceva parlare. “capisco che lei non voglia essere disturbato, ma è proprio una cosa urgente: mia moglie ha preso una grossa storta ad una caviglia, e non riesco a farla alzare dal letto. Avrebbe dovuto accompagnarmi all’aeroporto, perché sto partendo per la Cina, ma ho dovuto chiamare un taxi che ora mi sta aspettando… rischio di perdere il volo… per piacere… ci pensi lei…

“ma le dico che non sono un medico….” “ ho capito, dottore. Allora faccia finta di esserlo, almeno una volta…” e prese a correre lungo la scala che portava al giardino.

Rimasi come un babbeo sulla porta, vedendo quell’uomo svolazzare per il giardino con una valigia in una mano, il cappotto sull’altro braccio.

Non sapevo davvero come comportarmi. Inutile dire che non avevo la minima idea di come agire. Ero esperto di massaggi, per lunghissima pratica… ma niente di più. Decisi di andare dalla signora infortunata, e farle compagnia almeno finchè non fosse arrivata una guardia medica.

Era l’inquilina della porta accanto, e non faticai a varcare la soglia della loro casa, lasciata semi aperta dall’uomo in fuga. Appena dentro, chiesi ad alta voce “permesso?” ma non ricevetti risposta.

Camminai nella sala, con la curiosa sensazione di percorrere la mia casa al rovescio. Già sapevo dove andare, per trovare il letto della signora, e salii le scale facendo più rumore possibile, per far sentire che stavo arrivando.

Mi sentivo ridicolo in pigiama, pantofole e vestaglia, in casa di una persona sconosciuta, mentre salivo le scale. Ma la donna era stata messa al corrente del mio arrivo? “E’ permesso?” chiesi nuovamente ad alta voce.

“Si accomodi, dottore” mi rispose una voce leggermente rauca.

“scusi il disordine, ma non ho potuto fare niente in casa. Appena alzata ho preso questa terribile storta, e mio marito ha dovuto rimettermi a letto…”

“signora, io non sono il dottore. Sono dottore, ma non sono medico” esordii molto convinto.

“Capisco. Mi avevano detto che lei è una persona schiva, e non volevamo proprio disturbarla, ma abbiamo chiamato la guardia medica, e non c’era nessuno disponibile. “

“senta.” Iniziai, ma fui subito interrotto. Con un gesto fulmineo, aveva fatto volare le coperte e le lenzuola, mettendo a nudo un bellissimo paio di gambe. Indossava una camicia da notte chiara, molto corta. “per piacere, dottore, provi a vedere… tocchi la caviglia. Mi fa male…”

“io posso toccarla, ma ripeto, non sono medico. Ora lo sa, e non dica che non l’ho detto…”

Sorrise. Alzò leggermente la gamba, ed emettendo un gemito appoggiò il tallone sul letto. La guardai, e il suo sguardo mi sollecitò a toccare. Presi in mano la gamba all’altezza del polpaccio, e con l’altra mano tenni sollevato il piede. Così, dolcemente, iniziai a ruotare il piede lentamente. Doveva farle male, ma non era gonfio. Emise un altro gemito, ma non sembrava fosse di dolore.

La guardai e mi sorrise. Lentamente iniziò a divaricare le gambe, come a mettersi più comoda. Io stavo sudando sotto la mia vestaglia. Lo sguardo corse lungo la gamba su, verso il pizzo della camicia da notte, che ormai non riusciva più a nascondere nulla. Mi accorsi che il massaggio che stavo facendo, aveva un effetto rilassante. La signora si era distesa completamente, allontanando il cuscino, e la sua schiena si inarcava ad ogni passaggio. E la camicia da notte scivolava verso l’alto… indossava un piccolo tanga, che ad ogni movimento, lasciava scoperta una piccola porzione di pube. Lo vedevo comparire, poi si spostava, spariva e ne appariva un altro pezzo.

La mia eccitazione doveva essere molto evidente. Sudavo e la toccavo. Dentro i pantaloni del mio pigiama, il mio sesso aveva preso proporzioni enormi, e non osavo alzarmi in piedi.

Ad ogni movimento, il suo corpo scivolava lentamente verso di me, ed ora la camicia da notte era arricciata sopra un bellissimo ombelico, che trionfava su un pancino bianco, morbido, dolcissimo.

“provo a voltarmi un pochino, eh? Magari riusciamo a prendere il punto giusto” disse la donna, mentre a gambe appena divaricate, tentava di mettersi a pancia in giu, mostrandomi un culo meraviglioso, appena solcato dal filo del perizoma che si ricongiungeva al laccio sui fianchi.

Continuai a massaggiare, con due mani. La caviglia, il piede, il polpaccio. E di nuovo la caviglia.

“si liberi della vestaglia, la prego. Sta sudando per colpa mia… non si faccia dei problemi”

“signora… “iniziai perplesso “ non sono abituato a queste situazioni , capirà.. non sono presentabile” Scoppiò a ridere. Una risata che fu una sferzata ancora più energica alle mie parti basse. Sentivo che il mio membro era grosso e teso come un totem… “Le ho detto di non preoccuparsi. Mi rendo conto di quello che le sta succedendo.. non mi faccio problemi io, e non se ne faccia nemmeno lei…”

Mi liberai della vestaglia. Il pigiama era talmente tirato sulla verga che lo sguardo della donna si fissò sul mio basso ventre e non voleva spostarsi.

“Salga sul letto. Si metta a cavalcioni, e vedrà che il massaggio sarà più facile”

Eseguii. Era ormai chiaro che il gioco lo conduceva lei. Ed era altrettanto chiaro che quella storta era davvero poca cosa, se riusciva ad inarcare il suo corpo in modo tanto eloquente ad ogni passaggio delle mie mani.

Ero in ginocchio ai suoi piedi, lei giaceva supina, a gambe divaricate, e le massaggiavo con moto ondulatorio il piede, la caviglia, il polpaccio. Poi presi a massaggiare con l’altra mano l’altro piede, la caviglia, il polpaccio. Sentivo quel corpo che si abbandonava, e si muoveva come per incitarmi ad una danza tribale.

La farsa era finita. Ora non ne potevo davvero più, e volevo gettarmi sul suo corpo, toccarla tutta, baciarla ed infine…

Iniziai a proseguire con il massaggio oltre il ginocchio, dove le cosce belle sode si tuffavano nel più bel paio di chiappe avessi mai visto fino a quel momento

Massaggiavo ed avanzavo lentamente, in ginocchio, tra le sue gambe, costringendola a divaricarle sempre più. Ormai la caviglia era stata abbandonata, e le mie abili mani massaggiavano contemporaneamente le due cosce, all’esterno, poi all’interno.

Mentre salivo lentamente verso l’incrocio delle sue gambe,  il minuscolo perizoma si spostava lasciando apparire un morbido pelo biondo ed un piccolo bocciolo racchiuso in due tenere labbra.

Lei sospirava, non diceva nulla. La camicia da notte era ormai a metà schiena, e desideravo sfilargliela del tutto, per vedere quel meraviglioso corpo nella sua completa nudità. Non avevo ancora visto i suoi seni, che però immaginavo belli come il resto del corpo.

Mentre le mani continuavano a massaggiare i fianchi, e con un movimento rotatorio si soffermavano sulle chiappe, morbide bianche avvicinai il viso alla sua schiena, e la baciai leggermente sul solco appena sopra il culetto. Questo le bastò per emettere un gemito più forte seguito da un fremito che mi faceva pensare ad un piccolo terremoto…

Appoggiai il mio corpo al suo, mentre le mani continuavano a percorrere i fianchi. Giunte alla camicia da notte, la afferrarono dolcemente e la portarono fino al capo della ragazza. Si impigliò nei seni che non volevano lasciarla salire, e con una mano percorsi il suo corpo dal ventre al collo, sfiorandole prima uno e poi l’altro seno, per consentire all’indumento di sfilarsi. Sotto le dita, sentii i capezzoli induriti, e finsi di ignorarli.

La testa passò dalla camicia da notte in un baleno, e nel voltarsi verso di me, vidi uno sguardo dolcissimo, con una forte carica di desiderio.

Tra noi non c’era neppure una parola.  Il mio corpo era per metà a contatto con il suo. Il mio uccello era all’altezza del suo culo, che sentivo muovere in senso ondulatorio, cercando di condurre una danza propiziatoria. Certamente lei sentiva la durezza del mio pene, e cercava di farmi impazzire al contatto con la sua morbida porticina.

Continuai a baciarle la schiena con piccoli attacchi, a labbra aperte mentre la lingua picchiettava veloce la carne. La mia bocca saliva verso la nuca, baciava la base dei capelli, la lingua cercava le sue orecchie e vi si insinuava piano, seguendo con la punta il percorso del suo padiglione fino a raggiungere la cavità.

Le avevo allargato le braccia sul lettone, e le mie, ora che il corpo giaceva sopra il suo, che a sua volta danzava lentamente all’apice della voluttà, le mie braccia percorrevano le sue, carezzando la loro superficie, e le mani cercavano le mani, poi si ritraevano e percorrevano il cammino inverso.

“che meraviglia” si lasciò scappare in un gemito. “sei tu, meravigliosa, la fonte del piacere” le risposi.

Mi spostai accanto a lei, per consentirle di muovere il suo corpo bellissimo. Volevo vederla tutta, godere della sua immagine.

Mi ritirai in fondo al letto, mentre lei allungata in una posa conturbante, mi guardava piena di desiderio.

 

Con una mano iniziò a carezzarsi un fianco. Gli occhi non si staccavano dai miei. La sua bocca, me ne accorgevo solo ora, era rossa, con due labbra sottili ed una linguetta che la percorreva umettandole continuamente. La mano scivolava sulla pancia, ed un dito percorreva il contorno dell’ombelico, lentamente. Sentivo il suo sguardo, ma desideravo guardare quello spettacolo di desiderio. I suoi occhi si socchiudevano, mentre il dito terminato il suo percorso, entrava piano nel piccolo buco, e la pancia si contraeva in uno spasimo, poi la punta del dito scendeva verso il pube, disegnato da un taglio molto sapiente, ed arricciava i riccioli biondi. Poi sembrava voler risalire, ma improvvisamente si tuffava nel solco e le gambe, da aperte e morbidamente adagiate, si serravano nervose intorno al dito indagatore che si era infilato tra le grandi labbra.

Il corpo si alzava e si abbassava, L’arco della schiena lasciava intravedere la morbidezza del sedere, ed io desideravo scivolare sotto quel corpo, per sentire sul mio viso la consistenza di quella pelle che stava fremendo per il piacere.

Lentamente si voltò verso di me, facendo in modo che le gambe divaricate si trovassero proprio all’altezza del mio sguardo. In quel momento si aprì dolcemente come un fiore che si schiude, ed alzando il bacino mi mostrò il suo dito, che scivolava sul piccolo clitoride, e piano entrava nel solco per poi uscirne immediatamente e ripercorrere la stessa strada.

La mia mano andò ai bottoni del pigiama, che sgusciarono dalle loro asole, quasi fossero pronti al gioco da tempo immemorabile. Volò la giacca ed i pantaloni, chiusi solo da una cordicella allacciata, attendevano il loro turno. Quando feci per tirare i capi della cordicella, lei mi fece cenno di attendere. Sfilò il dito dal suo nascondiglio umido, e lo passò sulle sue labbra, mentre il corpo si metteva in movimento per raggiungermi. In un attimo fu davanti a me, ed il suo dito mi carezzava le labbra socchiuse. Forzò l’ingresso della mia bocca e fu dentro, accolto dalla mia lingua che lo voleva accarezzare. Il suo sapore era stupendo, e mi piaceva sentire tra le labbra ciò che fino a poco prima era stato nel suo bocciolo. Poi appoggiò le sue labbra alle mie, in un bacio tenerissimo, in cui la lingua, leggera e non invadente, leccò la mia, poi lambì i miei denti, le labbra ed uscita all’aperto, percorse il mento ed il collo.

Le mani mi tiravano leggermente per invitarmi a distendermi, ed io ubbidivo, preso da un piacere che ormai aveva coinvolto tutti i miei sensi.

La lingua proseguiva il suo cammino, ora si trovava sul petto, e con piccoli colpi cercava di raggiungere i miei capezzoli. Prima l’uno poi l’altro, li toccava leggermente, ci girava intorno e riprendeva il cammino. Poi, pentitasi di essersi allontanata, tornava e lasciava che tutta la lingua percorresse – ruvida -  il piccolo promontorio. I denti si incaricavano di mordicchiare leggermente, e poi finalmente riprendeva  la sua strada.

Sentivo il calore del suo corpo caldo che mi toccava. I suoi seni sfioravano il mio petto dandomi brividi di intenso piacere.

Il mio ventre era talmente teso, che il solo contatto con i suoi capelli era capace di darmi una scossa da vertigine.

Il suo viso scendeva, e la lingua continuava a toccare, prima con la punta, poi in tutta la sua lunghezza, poi ritraendosi ancora con la punta lungo la pancia, infilandosi decisa nell’ombelico ma uscendone subito per raggiungere il pube.

Le mani intanto mi carezzavano i fianchi, poi salivano, massaggiavano il collo e le dita scivolavano nella mia bocca, una dopo l’altra, per farsi succhiare teneramente. Poi, scese al cordoncino dei pantaloni, disfò il nodo e li aprì, lasciando a nudo il mio sesso prorompente.

Il suo viso aveva intanto incontrato l’ostacolo maestoso del mio uccello, che reclamava la sua parte di attenzione. Le labbra iniziarono a percorrerlo piano, dalla base alla punta, senza però che la lingua giungesse all’apice. Le mani, ora, scendevano sui fianchi e si imponevano sulla schiena, scendendo sempre più sul mio sedere.

Alzai leggermente la schiena, poggiando sui talloni, ed una mano riuscì a raggiungere il solco tra le chiappe, mentre un dito lentamente lo percorreva, cercando di regalarmi un nuovo piacere.

La bocca intanto continuava la sua scalata, e quando finalmente giunse all’apice, la lingua iniziò a solleticare prima il filetto, poi tutto intorno al glande che, grandissimo, era sensibile e teso come mai prima d’ora.

Continuò a giocare mentre le mani, tornate davanti, avevano cominciato ad accarezzare le mie palle, che irrigidite nella spasmodica erezione, erano quasi doloranti per il piacere.

Cercai i suoi occhi, e lei mi guardò teneramente. Nuda accovacciata ai miei piedi, sembrava che tra noi ci fosse una lunga storia di amore e di intesa sessuale. Sembrava che conoscesse il mio corpo alla perfezione, ed io il suo.

Con una mano prese una mia mano , e la strinse dolcemente mentre la sua bocca si aprì dolcemente per fare entrare il grosso glande. Sentivo la lingua che lo accarezzava e le labbra, serrate intorno, lo scaldavano e lo facevano fremere

Rimasi immobile. Lei gustava piano quel gioco che aveva desiderato fin dall’inizio, ed ora che lo aveva conquistato, sembrava non avesse fatto altro in vita sua che tenerlo dentro di sé, coccolandolo, succhiandolo, leccandolo con una dolcezza infinita.

Il mio corpo era fremente, teso, ogni centimetro, appena sfiorato da una mano, da un lembo della sua pelle, riportava al cervello una sensazione di intenso piacere, che poi rimbalzava nuovamente ed andava a corrispondere laggiù, in cima allo scettro che nella sua caldissima bocca, univa i nostri corpi.

Si allontanò lentamente, sempre accarezzandomi, e scivolò con il suo corpo sul mio, finchè le sue labbra, incontrata la mia bocca, mi restituirono qualche goccia dell’umore che aveva avidamente succhiato.

Mentre ci baciavamo, le mie mani presero ad accarezzare la sua pelle, la schiena che guizzava ad ogni contatto, le chiappe, poi giunte alla massima estensione del braccio, scivolavano sotto il ventre e lo percorrevano a ritroso.

Sempre a bocche unite, mentre le nostre lingue si rincorrevano in un gioco morbido e voluttuoso, la feci adagiare sulla schiena e piano mi staccai da quel bacio. Le chiusi gli occhi con le labbra e senza una parola, cominciai a tempestarla di piccoli baci dovunque. Senza un percorso stabilito, in ginocchio accanto a lei, sorretto dalle braccia, volevo essere imprevedibile, perché ogni contatto fosse assolutamente inaspettato.

Ad ogni bacio lei sussultava, e gemeva. Ora su un braccio, ora sul ventre, ora sul petto, via via che la baciavo vedevo la sua pelle incresparsi,in miriade di puntini. Era il piacere che ormai era esteso anche su tutto il suo corpo. La lingua picchettava il collo, si insinuava sotto un’ascella, poi tornava ad un orecchio e precipitava sul pube, riprendeva quota e toccava appena un capezzolo ed ancora un fianco, il ventre…

Ad un tratto, mentre questo gioco stava diventando crudele, prese con ambo le mani la mia testa, e la portò decisa in mezzo alle sue gambe, perché assaporassi il frutto di quel fantastico godimento.

Le gambe spalancate, il mio viso appoggiato su una coscia, le labbra succhiavano piano il clitoride inondato di umore salato. Un dito la penetrava lentamente, e poteva sentire il calore del suo desiderio, un altro dito sfiorava il buchino tra le chiappe, che stentava a sciogliersi ed a permettere una carezza più profonda.

Il suo corpo era completamente adagiato, immobile. Sentivo ogni tanto un guizzo dentro il ventre, che mi avvisava di aver colpito un centro del piacere più intenso, e continuavo a leccare lentamente, a succhiare dolcemente, ad accarezzare ed a penetrare. Ora anche il buchino si era ammorbidito, ed il secondo dito, lubrificato dall’umore fuoriuscito dal primo, entrava oltre il primo anello.

Con l’altra mano libera, andavo ai capezzoli, prima strofinandoli leggermente, poi con passaggi sempre più concentrici, arrivavo alla punta, che ormai era indurita. Poi strizzavo leggermente, e riprendevo la carezza dalla base.

Mi accorsi che il suo corpo era pronto, e percorrendo con la lingua tutto il corpo fino alla bocca, mi fermai a baciare quelle labbra calde che mi chiedevano la lingua, la succhiavano, e mi invitavano all’ultimo gioco.

Sopra di lei sentii le sue gambe aprirsi, e senza neppure indirizzarlo con la mano, il mio uccello entrò in lei, in quel meraviglioso antro morbido e bollente che non attendeva altro che di essere riempito.

L’ingresso fu lento e lei trattenne il fiato mentre avanzavo. Spingevo piano, e lei piano si apriva.

Giunto in fondo, e lei certamente si aspettava che mi ritraessi per iniziare il movimento, diedi ancora un colpo di reni, facendola gridare dal godimento. Le sue dita mi strinsero e le unghie mi graffiarono la schiena mentre sfilando lentamente la mia grossa spada, le davo la sensazione di voler uscire. Ed invece affondai nuovamente e mi ritrassi poi ancora ed ancora, mentre il movimento iniziava a farsi ritmato ed i nostri corpi si allacciavano sempre più.

Le alzai una gamba, mentre continuavo a pompare con vigore, e questo gesto la condizionò ad alzare anche l’altra. Così si pose con le due gambe sul mio petto, mentre ora entravo fino in fondo e le toccavo il punto del massimo piacere.

Si distese nuovamente e cercò ancora la mia bocca. Poi mi mordicchiò un labbro, e la sua bocca scivolò su un orecchio: piano sentii il calore della sua lingua che entrava.

Con le mani mi accarezzava la schiena e le sue dita, percorso tutto il solco della colonna, si insinuarono tra le mie chiappe, cercando il buchino per sollecitarlo.

Il ritmo dei miei colpi andava aumentando, e così i suoi ed i miei gemiti. Godevamo immensamente. Eravamo tutt’uno con i nostri sessi. Ed io sentivo che stavo per esplodere dentro di lei. Aprii gli occhi per cercare i suoi , e li vidi aperti e pieni di passione. Era il segnale che potevo lasciarmi andare. Aumentai ancora il ritmo, e lei mi seguì alzando ed abbassando il ventre finchè sentii il fuoco che saliva verso la punta del mio uccello e in una interminabile sequenza di sussulti e contrazioni, riversai in lei tutto il frutto del mio piacere,mentre la sentivo contrarsi, afferrarmi, sbattere ed ancora gridare tutto il suo godimento.

Restai sopra di lei, baciandole quelle labbra morbide e dolcissime, e piano sentii che il mio sesso stava uscendo dal suo ventre. La sua mano cercò la mia bocca, mi accarezzò le labbra. Mi voltai verso di lei. Le sorrisi. Restammo fermi, ascoltando i nostri respiri per molti minuti.

Poi lei si alzò rapidamente e sparì in bagno,mentre io recuperavo il mio pigiama e la vestaglia indossandoli.

Attesi il suo ritorno seduto sul letto. Ero ancora stravolto da quel tremendo fuoco.

“La tua caviglia? “ le chiesi sorridendo.

“Sei un mago. Mi hai fatto passare il dolore” rispose con una risata.

La baciai sui capelli e scesi al piano terreno guadagnando l’ingresso. Lei si apprestava a fare una doccia.

Appena a casa, corsi in bagno e feci scorrere l’acqua nella vasca, prevedendo il bagno più lungo della storia. Mentre stavo per entrare in acqua, sentii il campanello suonare. Scesi velocemente dopo aver infilato la vestaglia sulla pelle nuda, ed aprii la porta.

Lei era là, con i capelli bagnati ed arruffati ed un buffo accappatoio lunghissimo, a piedi nudi.

“come ti chiami?” mi disse sorridendo.

“Gilberto. Ma tu mi chiamerai Jill come tutti gli amici. E tu?

“Serena” e mi porse una mano che sbucava a fatica dalla lunghissima manica dell’accappatoio.

Poi si voltò, e con la manica prese ad asciugarsi i capelli mentre chiudeva la porta dietro le sue spalle.

 

 

 

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